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Denver, non solo show

03/09/2008

Prendendo spunto dalla grande cerimonia mediatica di Denver, Mario Rodriguez, esperto di comunicazione politica, scrive sul suo blog un interessante articolo sul fenomeno dell'"americanizzazione della politica". Ve lo riproponiamo.

di Mario Rodriguez


Per anni la cosiddetta americanizzazione della politica è stata vista, soprattutto da sinistra, con grande apprensione e a volte con qualche elemento di disperazione per la prevedibile connessa catastrofe della democrazia e della politica stessa. Spettacolarizzazione, mediatizzazione, personalizzazione, leaderizzazione non erano cambiamenti di stato con cui necessariamente fare i conti perché indotti dal cambiamento della società industriale, o meglio, dall’avvento della società post industriale, dall’evoluzione dell’industria dei media e dalle innovazione tecnologiche.


Soprattutto in Italia con la discesa in campo di Berlusconi, l’americanizzazione della politica veniva considerata una forma degenerativa legata ad un uso spregiudicato degli strumenti e ad una carenza di norme e regole. Che l’imprenditore che aveva fatto delle tv e della pubblicità in tv il suo
incontrastato terreno di affermazione pensasse che media e tv fossero onnipotenti ci poteva e ci può anche stare. Che lo pensassero anche tanti altri era ed è sintomo di una mancata chiarezza (del tutto giustificata) circa il ruolo dei media e della tv, in particolare, nella formazione delle opinioni delle persone.


Se non si chiarisce, si studia e si approfondisce come e quando le persone acquisiscono un punto di vista in politica e soprattutto lo cambiano, se non si produce una teoria interpretativa che regga alla prova dei fatti, difficilmente si potranno mettere in atto comportamenti comunicativi efficaci. Ma tant’è a Cortona tra le grandi “letture” del mondo brilla per assenza tutta questa materia che pure si afferma essere cruciale!


Così si vaga tra la disdetta che spinge a mettere vincoli legislativi, la critica disperata e senza speranza che cade spesso nella nostalgia del tempo passato e l’invidia. Magari fossimo capaci anche noi!


A Genova da ragazzo, quando ancora San Giorgio era il santo protettore della città, mi raccontavano che le persone devote accendevano un cero grande al santo che con la lancia trafigge il diavolo e un cero piccolo al diavolo stesso. Non si sa mai che ci sia davvero. Ed ecco le devozioni per la teoria dei media onnipotenti: non si sa mai che la tv funzioni davvero, facciamocene una nostra satellitare o web che sia!


Oggi la convention di Denver più che scandalo sembra fare un po’ di invidia.


La spettacolarizzazione è accettata. Poi ognuno la fa con quello che ha a disposizione: loro Hollywood, noi Cinecittà. E con la spettacolarizzazione si percorrono i sentieri impervi del simbolismo e del ritualismo. Le iniziative vengono trasformate in eventi tanto spettacolari da imporsi all’attenzione dei
media. La mediatizzazione è quindi considerata un dato di fatto.


Ma un’attenta osservazione della grande cerimonia mediatica di Denver mette in luce anche l’insopprimibile valore della parola, del linguaggio della creazione di significati capaci di mobilitare persone, di far loro vivere un’esperienza memorabile. E questo effetto si costruisce attraverso una filiera di relazioni personali che vivono di atti comunicativi e che sono la forma organizzata della presenza nella società, il radicamento. Questa peculiarità possiamo coglierla soprattutto
noi che abbiamo alle spalle la tradizione delle organizzazioni massa. E non vale propria la pena di buttare via il bambino con l’acqua sporca.


I leader non nascono come i funghi dopo i temporali né si possono comprare come Ronaldino o Murinho. Le parole dette da Obama suonerebbero in modo del tutto diverso se dette da altri, hanno il valore che hanno perché chi le ascolta le considera le parole di un leader emerso da un cursus honorum essenziale alla sua qualificazione. E i candidati delle campagne più “americane” che ci siano al mondo continuano a stringere le mani!


Fatti i conti con la spettacolarizzazione, la ritualizzazione degli eventi, la leaderizzazione e la mediatizzazione bisogna comunque fare i conti con l’organizzazione della presenza. La costruzione della filiera di relazioni che permettono l’affermazione della leadership e la realizzazione delle grandi
cerimonie mediatiche che fanno vivere un’organizzazione (pesante o leggera che sia) rappresentano il suo capitale sociale, un asset quantificabile!


tratto da Europa del 2 settembre 2008

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