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Di che pasta è fatta la democrazia

03/10/2013

Il caso Barilla che recentemente ha invaso la rete di commenti e critiche anche molto taglienti è noto a tutti. Ma cosa sarebbe accaduto se al posto di un manager di un’importante azienda ci fosse stato un rappresentante delle istituzioni? La riflessione di _Andrea Ferrazzi._

di Andrea Ferrazzi
Premessa: in questo articolo propongo una riflessione su quanto accaduto a seguito delle parole pronunciate da Guido Barilla, nel corso dell’ormai famosa intervista a La Zanzara, l’irriverente trasmissione di Radio 24, senza però esprimere alcun giudizio di valore sul tema dei diritti dai gay. Né intendo entrare nel merito della gestione della comunicazione in questa situazione. Mi limiterò, invece, ad alcune considerazioni sul ruolo dei social media in questa vicenda, a mio avviso emblematica della deriva qualunquista che contraddistingue (troppo) spesso il confronto (?) tra gli utenti della rete. Le polemiche che hanno travolto l’azienda sono, così, solo uno spunto, peraltro significativo e assai interessante, per considerazioni più generali che sconfinano dalla comunicazione aziendale per invadere la sfera politica.
Ma andiamo con ordine. Ai microfoni de La Zanzara, Guido Barilla afferma che non proporrà «mai» uno spot «con una famiglia gay non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro». Immediate le reazioni. Persino Dario Fo, protagonista a suo tempo di uno spot per l’azienda, è sceso in campo per stigmatizzare l’uscita del presidente di uno dei marchi italiani più conosciuti al mondo. A prescindere che si sia trattato di una scelta consapevole ispirata da precise strategie di marketing (come si legge in un articolo di Loredana Sciolla sul sito della rivista Il Mulino) o di un semplice scivolone, sui social network è montata, rapidamente, la polemica, tra hashtag ironici e critiche feroci. Una polemica ripresa e quindi alimentata dai media tradizionali, che nel darne notizia riportavano anche la reazione della rete. Guido Barilla si è poi scusato (sic!), così come l’azienda che, in una nota, si è rivolta direttamente a tutti coloro che si erano sentiti offesi. Che bello: ancora una volta la forza partecipativa della rete ridava dignità a chi se l’era vista calpestare dalle parole del potente di turno! Tutto bene, dunque? Non direi. Perché, a mio avviso, questa vicenda conferma due aspetti critici della rete. Il primo è la semplificazione: le parole di Guido Barilla sono state tolte dal contesto nel quale sono state pronunciate (per chi conosce la trasmissione radiofonica…) e nell’immaginario collettivo si è radicata la convinzione che il manager fosse contro i gay. Non credo di sbagliare nel sostenere che il presidente della nota azienda non si è espresso contro l’omosessualità (ci mancherebbe!) ma si è limitato a dire una cosa ben precisa: per i suoi marchi preferisce spot con una famiglia tradizionale. Nei social media, però, non c’è spazio per le sfumature: la realtà è bianca o nera. E questo facilita (ed è il secondo aspetto critico) la radicalizzazione delle posizioni.
Tutto ciò rappresenta un problema relativo se riguarda un’azienda privata, le sue strategie di marketing e di riflesso l’andamento degli acquisti. Se però le stesse dinamiche condizionano anche la qualità del dibattito pubblico, la questione assume una rilevanza diversa, perché a essere in gioco è il funzionamento stesso delle istituzioni democratiche. La reazione emotiva a messaggi che semplificano anche le questioni più complesse anima la rete e aiuta a formare una massa critica, spesso contro qualcuno o qualcosa. Ma chiediamoci cosa succederebbe se al posto di Guido Barilla ci fosse un ministro o un assessore comunale, costretto non a scusarsi, bensì a rivedere un provvedimento emanato al termine di approfondite analisi e molteplici incontri tecnici. Per qualcuno sarebbe una prova di democrazia, perché a prevalere sarebbe la volontà popolare che trova libera espressione attraverso i social media. Prima di cantare vittoria bisognerebbe però chiedersi se il consenso popolare sulle singole scelte di policy debba sempre prevalere sull’efficienza delle istituzioni, oggi che i new media rendono particolarmente precario l’equilibrio tra legittimità ed effettività.

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