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"Dipende come lo dici". Un convegno studia la comunicazione tra scritto e parlato

23/02/2009

Una kermesse organizzata dal Gscp, il Gruppo di studio della comunicazione parlata che fa parte della Società di linguistica italiana, tutta dedicata a quell'essere vivente che è il linguaggio: una creatura che vive e muta. Tra i tanti argomenti: lo stress globale nel confronto tra l'informazione tv di ieri e di oggi, la difficoltà di trascrivere le emozioni e i possibili guai giudiziari.

Una frase scritta e una frase detta. Le stesse parole, messe in fila una dopo l’altra, ma il significato può essere opposto. La comunicazione è molto più di un segno sulla carta: passa attraverso una pausa, un’intonazione, un respiro, è emozione che filtra dalla voce e dai movimenti di chi parla. C’è un cortocircuito tra il linguaggio scritto e quello parlato, un gap che è visibile soprattutto quando si tratta di documenti delicati, come le intercettazioni giudiziarie.


Questo è uno dei temi di cui si parlerà nel convegno La comunicazione parlata, una tre giorni che ha inizio il 23 febbraio e riunisce a Napoli decine di esperti internazionali.


Un appuntamento triennale organizzato dal Gscp, il Gruppo di studio della comunicazione parlata che fa parte della Società di linguistica italiana. Una kermesse tutta dedicata a quell’essere vivente che è il linguaggio: una creatura che vive e muta. Non a caso, tra i molti argomenti affrontati al congresso c’è anche l’evoluzione del parlato vista attraverso i telegiornali, un confronto tra oggi e quarant’anni fa, tra i tiggì italiani e stranieri.
Con una diagnosi che non lascia scampo: la globalizzazione ha colpito anche qui, siamo tutti più frettolosi, abbiamo paura del silenzio. E a proposito di linguaggio globale, c’è chi ha studiato quello degli immigrati e ha scoperto che le barriere linguistiche possono essere più alte di quel che si pensava.


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Il parlato giudiziario. Le intercettazioni, si diceva. Anche su questo importante strumento di indagine si concentra l’attenzione dei linguisti. Il punto di partenza è il pericolo di fraintendimenti. “Il fatto è che la lingua scritta e quella parlata usano codici diversi”, spiega Massimo Pettorino, professore dell’università “L’Orientale” di Napoli, che insieme alla Federico II e all’università di Salerno ha organizzato il congresso.
“Io posso dire ‘Vediamoci domani’ con un tono che esprime minaccia e nasconde un’intimidazione – spiega Pettorino – oppure in maniera innocua, con gentilezza. La persona con cui sto parlando riesce a cogliere la differenza, chi legge soltanto queste due parole scritte no. Gli manca il correlato acustico delle emozioni”.


Secondo gli studiosi sono infatti molti gli ingredienti del messaggio verbale: solo il 10% è testo, il resto si divide tra la voce (un 40% legato a intonazione, velocità, silenzi) e il body language, il linguaggio del corpo (un 50% di gestualità, sguardo, espressioni del viso). “E’ inevitabile che si perdano dati nella trascrizione”, afferma Maria Laposaponara, sociolinguista dell’università della Basilicata che insieme alla collega Monica Dell’Aglio ha studiato gli atti del processo della strage di Erba. E’ stato un confronto tra le registrazioni audio, i video registrati in aula e le trascrizioni degli interrogatori ai coniugi Romano dal quale è emerso, tra l’altro, che la strategia comunicativa dei magistrati “non è immediata”. “Troppi tecnicismi che rendono difficile la raccolta di informazioni”, dice Laposaponara.


Tutti argomenti da non sottovalutare. “Le intercettazioni – dice Pettorino – sono necessarie, bisogna capire come trascriverle adeguatamente, come usare i codici. I linguisti per trascrivere un testo ci mettono giorni, usano simboli, ad esempio, per indicare la pausa, le false partenze, le titubanze”. La voce poi è tanto più importante se si pensa agli “identikit fonici”, al fatto che gli esperti possono risalire alle caratteristiche del sospettato grazie agli indizi che lascia parlando: non solo, banalmente, il sesso e la provenienza, ma anche l’età o l’altezza. “Ci sono molti studi in proposito, se il canale fonatorio è più lungo, il risonatore è diverso e produce un certo tipo di suoni”, spiega l’esperto.


La comunicazione che cambia: i Tg. Grazie alla creazione di archivi digitali, le ricerche si possono concentrare anche sui cambiamenti della comunicazione parlata. Un archivio ad uso dei curiosi è il portale Parlaritaliano, dove le varie università della Penisola condividono studi e scoperte.
Qualche tempo fa il professor Pettorino e la collega Antonella Giannini hanno fatto un esperimento, misurando con appositi apparecchi le differenze tra i telegiornali italiani di quarant’anni fa e quelli di oggi. Lo stesso testo – letto dal giornalista della Rai Marco Raviart nel 1968 e oggi da Silvia Vacarezza del Tg2 – mostra differenze nette: “La velocità di articolazione delle parole è la stessa – spiega Pettorino – ma ora ci sono meno silenzi, le pause sono più brevi, mentre il tono è molto più variato di prima”.


Gli studi sono andati avanti e la novità è che lo stesso fenomeno è stato riscontrato nei media inglesi, sloveni, del Canada francese e giapponesi. Anche lì è cambiato il ritmo, è diventato tutto più veloce, più “stressato”. “Il silenzio è una contraddizione in termini del messaggio televisivo: si ha paura che lo spettatore decida di cambiare”, spiega Pettorino. Ma le persone – la gente comune – non sono schiave dell’audience. “Però noi parliamo imitando la televisione, siamo attorniati più da voci virtuali che reali per gran parte della giornata”, continua l’esperto.


La lingua degli altri. Da un’evoluzione globale al parlato degli immigrati. Per chi è straniero imparare i “codici” del nuovo idioma non è affatto semplice: non basta la grammatica, non è sufficiente memorizzare parole ed espressioni. A darne la prova è lo studio di Anna De Meo dell’Orientale di Napoli, che ha analizzato l’interazione tra un gruppo di studenti cinesi, buoni conoscitori dell’italiano, e i loro colleghi campani. I ragazzi dovevano simulare una scena tra coinquilini che si criticano per le pulizie in casa.


“I giovani cinesi non riuscivano nel loro intento, pur esprimendosi con parole chiare”, spiega De Meo. Il motivo? “Chi è straniero deve acquisire un pacchetto di norme per interagire con gli altri, ma siccome tende a usare quelle della sua cultura si creano incomprensioni”. Capita con le critiche, ma anche con l’ironia. “Non basta studiare una lingua, bisogna superare anche la barriera di queste norme comunicative”, conclude De Meo. Sfumature, tonalità, gesti. Che forse sono l’ultimo passo verso l’integrazione vera.


tratto da la Repubblica.it

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