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Comunicare i disastri naturali

14/12/2016

Michela de Faveri

La gestione di una crisi generata da calamità naturali che colpiscono un territorio riguarda tutti, privati, aziende e istituzioni. Per le attività produttive e le organizzazioni, la comunicazione può avere conseguenze cruciali sulla loro reputazione futura.

Nel nostro Paese, nonostante i tanti disastri naturali, manca ancora la cultura della protezione e della responsabilità. Di questo (e di molto altro) si è parlato a Treviso, durante l’evento “Comunicazione e Disastri Naturali” organizzato dalla Delegazione Ferpi Triveneto per la rassegna "Faccio cose, vedo gente", ospiti della Camera di Commercio di Treviso e Belluno, lo scorso 2 dicembre. All’incontro hanno partecipato una trentina di persone tra professionisti della comunicazione, operatori della protezione civile, imprenditori e studenti UniFerpi delle Università di Padova e Gorizia.  Come relatori Biagio Oppi e Stefano Martello, autori del libro “Disastri Naturali: una comunicazione responsabile? Modelli, casi reali e opportunità nella comunicazione di crisi” (2016 - Bonomia University Press), Emanuela Ramon, Direttore dell’Unità Organizzativa Protezione Civile della Regione del Veneto, Roberto Beltrame dell’Associazione Nazionale Alpini, Sezione di Treviso – Squadra di Protezione Civile di Motta di Livenza, e Giovanni Landolfi del Direttivo Ferpi Triveneto, giornalista ed esperto di comunicazione di crisi.

I dati che emergono da recenti analisi sono impressionanti: l’UNISDR (United Nation Office for Disaster Risk Reduction) ha confermato che nel 2015 i disastri naturali e climatici sono in cima alla classifica dei rischi. Rispetto alla decade precedente (2005-2014), nello scorso anno a livello globale ci sono state 32 grandi siccità contro una media annuale di 15, coinvolgendo circa 50,5 milioni di persone (+51%). 152 le inondazioni che hanno coinvolto 27,5 milioni di persone. Tra Asia e Pacifico sono stati contati 37 tra cicloni e tifoni, con 10, 6 milioni di persone coinvolte e 996 morti. Nel 2015 terremoti e tsunami hanno ucciso ben 9,525 persone.

Anche in Italia la situazione è simile: dal 2013 al 2015 si sono verificate 40 calamità naturali, che hanno colpito 17 regioni su 21. I danni calcolati ammontano a circa 804 milioni di Euro per i privati e a 889 milioni di Euro per le attività produttive.

In Veneto, in particolate, dal 2103 allo scorso anno, ci sono state alluvioni con danni complessivi per 26 milioni di Euro per i privati e quasi 18,5 milioni di euro per le attività produttive. Il tornado sulla Riviera del Brenta del luglio 2015 ha causato 37 milioni di danni accertati per i privati e 15,5 milioni di danni per le aziende.

Tutto ciò farebbe pensare che la percezione del rischio naturale e ambientale sia alta, invece dal confronto delle varie esperienze durante il dibattito è emerso chiaramente che in Italia è bassissima e che non si è adeguatamente preparati ad affrontarlo.

Biagio Oppi e Stefano Martello, che hanno vissuto in prima persona i terremoti del 2009 all’Aquila e del 2012 in Emilia Romagna, hanno raccontato che esistono comportamenti virtuosi capaci di assicurare la pronta ripresa sociale ed economica del territorio colpito. È possibile sviluppare una narrazione sulla calamità e sulla comunità colpita, salvaguardando la reputazione del territorio: il ruolo della comunicazione è determinante nel processo multidisciplinare della ripresa.

Durante l'incontro è emerso che la comunicazione di crisi sconta ancora uno scollamento tra il dato teorico e i fatti della quotidianità. Il risultato è una condotta non equilibrata, concentrata sulla crisi conclamata e distratta rispetto a quei segnali che anticipano la crisi stessa, troppo occupata a risolvere la contingenza del momento. Serve una visione più ampia che sia in grado di accogliere le istanze di tutti i pubblici e che non si limiti alla rimozione del problema.

In caso di disastri naturali, il ruolo di un'organizzazione e di un'impresa si amplifica, non si limita alla sola responsabilità economica e produttiva, diviene sociale. E il compito del comunicatore si fa particolarmente importante poiché deve riuscire a instillare nelle diverse realtà questo concetto di responsabilità sociale nei confronti del territorio e dei pubblici di riferimento.

Emanuela Ramon e Roberto Beltrame hanno evidenziato la difficoltà dei cittadini a recepire le informazioni sulla prevenzione in caso di disastri naturali. Pare sia difficile far recepire e comprendere i piani di sicurezza preparati dalle istituzioni. Non è, infatti, sufficiente che schiere di tecnici lavorino alla definizione dei piani di sicurezza se poi, una volta comunicati, non sono compresi o peggio ancora, non vengono considerati quali fondamentali strumenti da utilizzare nella fase pre-crisi e nella gestione di un disastro naturale. Per riuscire a interessare i cittadini che non hanno la percezione del rischio, occorre usare una comunicazione efficace, anche in materia di prevenzione.

Giovanni Landolfi ha ben illustrato che in una situazione di crisi (non solo dovuta a un disastro naturale) è importante gestire quattro aspetti oltre a quello fondamentale di possedere già dei protocolli per la gestione della crisi:

  • Gestire al meglio la visibilità dell’azienda o dell’organizzazione (per esempio decidere di non consentire ai media di veicolare immagini che abbiano un impatto negativo sull’impresa, oppure scegliere quando e se rilasciare interviste).

  • Dopo il disastro, attivare relazioni e azioni di fidelizzazione con il territorio in modo concreto e riconoscibile.

  • Favorire la conversione della visibilità negativa in positiva, per tutelare la reputazione.

  • Gestire le criticità di lungo periodo, perché le responsabilità legali possono emergere anche ad anni di distanza dall’evento e generare l’effetto opposto di conversione dell’audience: da positiva a negativa con conseguenze reputazionali e commerciali molto complesse (come nel caso dell’ex sindaco di Genova o della Commissione grandi rischi per il terremoto dell’Aquila).


 

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