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E' in edicola Uomini e Comunicazione, il supplemento di Prima Comunicazione con 11.395 nomi, ruoli e

20/12/2005

Uno strumento di lavoro indispensabile

Ecco l'introduzione al fascicolo:
La più ampia rappresentanza della comunicazione italiana si riunisce' due volte l'anno su queste pagine di Uomini e Comunicazione.
Undicimila e trecentonovantacinque professionisti si mettono volontariamente a disposizione e offrono la dettagliata fotografia di una professione che pervade la nostra società in ogni sua manifestazione privata, pubblica e sociale.
Un fenomeno in crescita costante che comincia anche a sentire gli effetti dei tanti giovani che si laureano nei corsi di laurea di relazioni pubbliche, scienze della comunicazione e comunicazione d'impresa: una ondata massiccia in arrivo che non mancherà di produrre ulteriori livelli di professionalizzazione.
C'è chi ha provato a valutare l'impatto economico di questa comunità professionale partendo da una verosimile ipotesi di 90 mila persone che assistono organizzazioni private, pubbliche e sociali a sviluppare relazioni con i rispettivi pubblici influenti. Trattandosi di attività ad alta intensità di lavoro e bassa intensità di capitale, l'impatto si misura triplicando il costo annuo lordo di ogni addetto. Applicando questa formula, adottata per altre professioni "labour intensive", e calcolando conservativamente in 50 mila euro il costo lordo annuo unitario degli operatori, si arriva a 14.5 miliardi di euro: tanto vale oggi la comunità professionale dei comunicatori italiani.
Una comunità assai variegata che si coagula nei tre ruoli fondamentali attribuibili ai comunicatori delle organizzazioni:

il ruolo tecnico-operativo: in cui l'operatore sviluppa e realizza competenze esecutive applicando progetti e programmi predisposti e decisi da altri. Dall'evento, all'annuncio, al comunicato stampa, allo stand, alla brochure, al filmato...;
il ruolo manageriale: in cui l'operatore assembla, coordina e assicura l'esecuzione del lavoro di colleghi con ruolo tecnico-operativo applicando progetti e programmi auto elaborati in base a input provenienti da altre funzioni: dalla singola campagna, all'azione di tematizzazione, alla comunicazione di crisi e così via;
il ruolo strategico: quello in cui l'operatore interpreta per la direzione, di cui fa integralmente parte, le aspettative dei pubblici influenti e contribuisce a definire gli obiettivi organizzativi, prima ancora che comunicativi (ruolo riflettivo), abilitando nel contempo tutte le altre funzioni dell'impresa a gestire in proprio, ma con coerenza condivisa, i sistemi di relazione con i rispettivi pubblici influenti (ruolo educativo).
Una recente ricerca (2004) condotta dal Prof. Invernizzi della IULM sulle prime 300 organizzazioni italiane private e pubbliche ha rilevato che il 56% ha oggi una direzione comunicazione (10 anni fa era meno del 10%); che nel 72% dei casi questa direzione dipende direttamente dal vertice organizzativo (nel 1994 era il 35%), che nel 60% dei casi la direzione opera in base ad un programma annuale (dieci anni fa era il 28%).
In pochissimi anni dunque, la funzione della comunicazione, da quasi esclusivamente tecnico-operativa, si è saldamente insediata nel management e si affaccia con prepotenza alla elaborazione strategica.
Intorno ad ogni crisi, ad ogni fusione, ad ogni acquisizione, ad ogni scandalo che coinvolge imprese, operatori economici, finanziari, politici e amministratori pubblici e sociali, si muovono decine e decine di comunicatori per evitare danni alla reputazione delle organizzazioni o delle persone per cui lavorano. Il valore della comunicazione, più ancora che nel reagire agli eventi (impostazione reattiva e tattica), sta in quel che non succede e che sarebbe potuto succedere se la comunicazione non avesse operato (impostazione strategica). Una interpretazione, questa, attuariale e assicurativa della comunicazione d'impresa. 

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