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Etica delle Relazioni Pubbliche

11/03/2009

In questo saggio Giampietro Vecchiato, Vicepresidente Ferpi, presenta il ruolo dell’etica nella comunicazione delle organizzazioni e mette a fuoco i principali dilemmi etici con i quali i relatori pubblici devono quotidianamente confrontarsi e ai quali debbono trovare risposte esaurienti.

Il mondo ha bisogno di uomini che non possono essere comprati, che mantengono la parola data, che stimano il carattere più prezioso del denaro, che non esitano a correre rischi, che sono altrettanto onesti nelle piccole come nelle grandi cose, che non scendono a compromessi, che non credono che la furbizia e la mancanza di scrupoli siano la migliore ricetta per il successo, che non si vergognano né hanno paura di difendere la verità, anche a costo di andare controcorrente. (J. Allan Petersen)


I miei studenti del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione (Università di Padova) e in Relazioni Pubbliche (Università di Udine, sede di Gorizia) sono molto preoccupati per la continua crescita del livello di disonestà che caratterizza la vita economica e sociale del nostro Paese. In particolare gli studenti ritengono che i settori più a rischio etico siano quello della politica, dell’informazione e del mondo degli affari.
Colpito dalla veemenza e dalla furia purificatrice con la quale attaccano i manager di Parmalat e Cirio, i politici coinvolti nelle intercettazioni telefoniche, i mass media per l’approccio utilizzato (ad esempio, nella vicenda di Erba) ho provato a chieder loro di rispondere dei loro principi etici. Tutta un’altra musica.


Quasi tutti hanno ammesso di cercare di imbrogliare i professori, di copiare durante gli esami, di non poter/voler denunciare un compagno colto sul fatto, di non apprezzare chi è troppo bravo e si impegna per raggiungere il massimo dei voti. Convinto che non sia sufficiente un imbroglio all’università per affermare che una persona sarà poi disonesta nella vita e sul lavoro, ho provato, da una parte, ad approfondire la tematica con gli studenti stessi; dall’altra, ho cercato qualche ricerca più approfondita sull’argomento.


Dal dialogo con gli studenti è emersa una visione nettamente distante tra il mondo della formazione (scuola ed Università) e il mondo del lavoro. Il primo non è un mondo reale, ma viene considerato un mondo virtuale, staccato e governato da regole altre e diverse, il mondo degli ideali e dell’onestà. Anche se tutti ammettono di copiare e di cercare di ingannare i docenti e spesso anche gli altri studenti, questi sarebbero, sempre secondo gli studenti, “peccati veniali” che non avranno alcuna ripercussione sui comportamenti futuri in ambito lavorativo. In realtà, ciò che si evince è che gli studenti sono uomini e donne pronti a non rispettare le regole e disponibili a scendere a compromessi con i propri ideali abbastanza rapidamente, in vista di un vantaggio immediato.


Questa sensazione – perché di questo si tratta non avendo svolto un’indagine vera e propria – è stata confermata da una ricerca condotta nel 1993 e ripetuta nel 2002 dal giornale inglese Journal of Education for Business. La ricerca ci conferma che gli studenti che ammettevano di aver compiuto disonestà a scuola dichiaravano di compierne anche in ambito lavorativo. Sembra proprio che la distinzione effettuata dagli studenti sia frutto dell’immaturità e che la disonestà sia un stile diffuso e comune in tutti gli ambiti e a tutte le età.


La mia impressione è che la preoccupazione degli studenti per i crescenti comportamenti immorali “nel mondo reale” vadano di pari passo con la diffusa convinzione che, in realtà, quei comportamenti non siano niente di male, almeno fino a quando non vengono scoperti.


Io credo che l’etica non sia solamente una questione morale legata ai valori del singolo, né una questione di diritto legata alle norme e alle sanzioni previste per chi non rispetta le regole, credo che noi viviamo immersi in dilemmi etici ai quali dobbiamo quotidianamente dare risposta, senza automatismi e ricette preconfezionate, proprio perché il comportamento etico richiede di andare oltre il semplice rispetto della legge.


Insieme – studenti e docente – abbiamo deciso di metterci alla prova e ci siamo impegnati “a fare la cosa giusta anche quando non c’è nessuno che ci guarda”. Personalmente ho anche ritenuto opportuno mettere “nero su bianco” alcune note sull’etica delle relazioni pubbliche con l’obiettivo di far riflettere gli studenti e, insieme a loro, i lettori di Italiaetica.


Per farlo sono partito dalla convinzione che i relatori pubblici, ma anche gli altri professionisti della comunicazione, debbano costruire giorno dopo giorno i propri valori e riflettere sui dilemmi etici: una missione da condurre con volontà e tenacia, con l’obiettivo ultimo di portarli alla luce del sole, di condividerli, per dar vita ad una nuova cultura della professione, ad un comportamento senza opportunismi, senza se e senza ma.


La comunicazione d’impresa sta vivendo una crisi di credibilità e, nel suo ambito, i relatori pubblici sono i professionisti più vulnerabili. Si tratta di una crisi che ha origine nel gap tuttora esistente tra teoria e pratica della professione.


In Italia si stimano oggi settantamila comunicatori attivi per un indotto economico annuale superiore ai dieci miliardi di euro. Sommando però le adesioni alle diverse associazioni professionali, attualmente non si superano i cinquemila aderenti. L’implicazione è che meno del dieci per cento dei comunicatori professionisti in attività è sufficientemente consapevole del suo lavoro da sentire l’esigenza di far parte di un’associazione professionale. Ecco, questo è un indice esplicito della scarsa identità, consapevolezza e coesione della professione che comporta anche uno scarso senso della responsabilità sociale dei comunicatori, e non solo in Italia.


La scarsa identità e consapevolezza della professione, la conseguente mancanza di un codice etico universalmente riconosciuto e condiviso e le incertezze sulle competenze che debbano caratterizzare le capacità professionali, stanno minando la reputazione delle relazioni pubbliche.
Già nel 1992 James E. Grunig, nel suo libro Excellence in Public Relations and Communication Management, aveva rilevato che la mancanza di rispetto verso la professione rappresentava una grave sfida, soprattutto per il clima di sfiducia in cui si trovavano ad operare i relatori pubblici.


Se i professionisti del settore continueranno ad ignorare la questione, la credibilità della disciplina sarà sempre più a rischio. Le questioni ed i comportamenti che hanno portato i relatori pubblici sulla difensiva sono numerosi, ma i modi per salvare la credibilità e l’integrità della professione ci sono.


In questo saggio, dopo aver presentato il ruolo della disciplina nella comunicazione delle organizzazioni, proveremo a mettere a fuoco i principali dilemmi etici con i quali i relatori pubblici devono quotidianamente confrontarsi e ai quali debbono trovare risposte esaurienti.


Giampietro Vecchiato
(con la collaborazione di Toni Muzi Falconi al capitolo 8)



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