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Faticoso lavoro critico o produttività fortunosa? Voi dove vi situate nella babele del web?

02/04/2009

Se anche voi avete la testa che vi bolle per le continue conversazioni, le orecchie che ronzano per il continuo brusio e le mani consunte a forza di schiacciare pulsanti sull’ultimo giocattolo digitale, allora sedetevi – magari all’ombra di un albero virtuale – per ragionare su dove stiamo andando, prendendo spunto dalle riflessioni di Catherine Arrow.

di Catherine Arrow


Se anche voi, come me, avete la testa che vi bolle per le continue conversazioni, le orecchie che ronzano per il continuo brusio e le mani consunte a forza di schiacciare pulsanti sull’ultimo giocattolo digitale, allora vi chiedo di sedervi con me – magari all’ombra di un albero virtuale – per ragionare un attimo su dove stiamo andando.


Ci ho pensato parecchio, in queste ultime settimane, mentre Twitter raggiungeva il suo picco di popolarità ed altri, altrettanto utili strumenti di microcondivisione (TV che si guardano per 12 secondi), si rendevano disponibili. Spesso si tratta di voci insignificanti, qualche volta sembra un campo giochi di una scuola con studenti maleducati e, in mezzo a tutto questo, molti professionisti continuano a starnazzare come oche impazzite che questi strumenti consentono ‘Nuove RP’.


Qualche tempo fa, ho azzardato l’opinione che i nuovi strumenti non consentono nuove relazioni pubbliche e anche se Twitter dà modo alla gente di farsi sentire, il loro vantaggio principale sta nel fornire ai professionisti uno strumento per ascoltare e monitorare, piuttosto che dare semplicemente una opportunità di cominciare a parlare ‘con’ la gente.


Come previsto, il microblogging è diventato ‘di rigore’, ma mi domando se non abbia anche inaugurato un tendenza al micropensiero. Sono colpevole tanto quanto qualsiasi fanatico quando si tratta di un improvvisato commento di 20 parole o di una troppo rapida reazione a un brusio di fondo, ma il coinvolgimento nelle conversazioni su microblog (al di là del giro dei social media che si auto alimentano) rivela – almeno per quanto mi riguarda – un allarmante degrado nei livelli dei linguaggi, delle espressioni e del pensiero al punto che il riciclo delle opinioni, infondate o meno, mi crea una incontenibile ansia sul futuro del pianeta.


Si dice che in vista del summit dei G20 a Londra siano stati usati alla grande i canali on line. Gli attivisti se ne sono appropriati per rappresentare, quantomeno, una minaccia o, anche peggio, per promettere future ‘azioni’ ancora peggiori. Sembrerebbe che ‘bruciare un banchiere’ sia stato individuato come il titolo più adatto alla giornata, con la tutt’altro che velata ipotesi che i prestatori di denaro possano essere legati al Tempio di Londra (sede di una associazione di avvocati, ndt) – al punto che al personale è stato suggerito di ‘vestire in modo sobrio’ ed evitare riunioni.


D’altra parte, sono molti coloro che usano questi strumenti con obiettivi positivi quale la costruzione di relazioni fruttuose e a lungo termine con le loro comunità. Ci sono ovviamente numerosi esempi di persone che li usano nel modo sbagliato – ma se si tratta di un errore commesso in buona fede dovuto ad una interazione troppo recente, con chi prendersela? Credo sia stato Samuel Beckett che ha detto qualcosa del tipo ‘sbaglia, ma la prossima volta cerca di sbagliare meglio’.


E così mentre rimuginavo tra me e me su questa miriade di opinioni, fatti e falsità che ronzavano nella mia mente confusa, ho cominciato a pensare che forse tutte queste voci disorientanti mi avrebbero più facilmente portato ad un produttività fortunosa piuttosto che ad un faticoso lavoro critico. Se anche voi, come me, monitorate molte informazioni provenienti da molteplici fonti, credo che potrete capirmi quando vi confesso che sono arrivata ad un punto in cui c’erano così tante voci su tante piattaforme con tanti pareri su tutto che mi sono sentita avvilita – quasi che non fosse rimasto più niente da dire o da scoprire.


Dopo una bella tazza di tè e un momento di relax, mi sono ricordata delle origini della serendipità, termine coniato da Horace Walpole nel lontano 1754 e originato dalla vecchia storia (pubblicata per la prima volta a Venezia nel 1557) che narra dei Tre Principi di Serendip: facevano sempre scoperte del tutto casuali o grazie all’arguzia del loro pensiero.


In tempi più recenti, altre discipline e industrie hanno tratto grandi benefici dalla serendipità – e spesso dopo la prima ‘scoperta’ pensavano di avere sbagliato tutto. Come esempio mi viene in mente la medicina: si racconta che Alexander Fleming (questi sono ricordi scolastici) dopo aver starnutito sul piatto, invece di lavarlo subito, ha lasciato che i microbi vi prosperassero e così ha scoperto la penicillina. Si dice abbia esclamato “La natura produce la penicillina, l’ho appena scoperto. Qualche volta capita di trovare qualcosa che non si sta cercando”.


Un tempo, i medici del medioevo incoraggiavano il libero uso delle sanguisughe per ogni tipo di malanno – così anche oggi, in questi anni formativi per la connettività digitale, i social media vengono prescritti, in molti casi, solo perché ci sono, non perché siano realmente efficaci. E questo va a detrimento della relazione che è, in ultima analisi, il nostro obiettivo principale.


E questo mi porta alla domanda che vi ho posto mentre riflettevamo sotto il nostro albero virtuale (e prima che il caos delle relazioni disintegrate e disintermediate comincino sul serio a Londra o altrove). Anche voi, come me, pensate che gli strumenti siano mezzi addizionali che possiamo usare nel nostro fortunoso e evolutivo viaggio verso pratiche di relazioni pubbliche più professionali e etiche che contribuiscano al bene pubblico, o vi ponete beatamente tra quelli che dichiarano che la Babele cacofonica dei social media è, in quanto tale, la ‘nuova terra promessa’?


F.C.



tratto da PR Conversations

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