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Formazione professionale: stiamo percorrendo la giusta via?

27/09/2005

I Master proliferano ma si differenziano in due modelli. Una interessante ricerca tedesca di Holger Sievert e altri. Di Toni Muzi Falconi

L'incremento esponenziale, in questi ultimi tempi, di studi e ricerche sulla "metrica" delle relazioni pubbliche (per un confronto basta osservare la dinamica dei contenuti di questo sito negli ultimi 5 anni, oppure i seminari sul tema che Ferpi ha promosso), da un lato indica una crescente consapevolezza dei relatori pubblici di quanto sia importante nelle organizzazioni adottare oggi comportamenti affinché la comunicazione venga considerata attività manageriale come tutte le altre; dall'altro segnala una carenza formativa dei comunicatori (fra le tante!) dal punto di vista delle loro competenze e abilità gestionali.In questa prospettiva è interessante osservare l'impostazione didattica del nuovo Master in Comunicazione e Relazioni Pubbliche promosso da Communicate!, progetto avviato dalla Fondazione Bertelsmann in collaborazione con l'Università di Monaco e metterla a confronto con le materie insegnate negli altri due importanti Master segnalati nelle ultime settimane da questo sito (ovvero il Master della NYU e il progetto di Syracuse).Si osserverà una forte tendenza dei tedeschi, rispetto agli americani, verso le attività classicamente manageriali.Giusto? Sbagliato?Sarebbe interessante sentire l'opinione dei colleghi.Personalmente considero la strada tedesca - pur se forse a un primo sguardo eccessiva - utile e importante, poiché non v'è dubbio che la legittimazione piena della nostra funzione nelle organizzazioni passa sicuramente anche per le nostre competenze manageriali.Ora, chi è già in posizione di direttore della comunicazione e che sicuramente non ha studiato relazioni pubbliche all'Università ma, verosimilmente, non viene neppure da un MBA (master in business administration), dovrà industriarsi in entrambi i settori (e quindi è giusto un equilibrio nei programmi di master).Chi invece - e mi riferisco ai più giovani, quelli che hanno una laurea specifica - le relazioni pubbliche le ha studiate, ha scarsissima consapevolezza delle problematiche manageriali per la semplice ragione che i piani di studio delle Università, come anche dimostra la recente ricerca condotta dalla Consulta Education di Ferpi, non contemplano questa importante problematica e quindi, a maggiore ragione, va inserita nei corsi di master (un memento anche per il Master IULM Assorel Ferpi?).L'argomento viene sviscerato bene da un paper, ancora inedito, redatto da Holger Sievert, Michael Thomann e Arne Westermann, i protagonisti del progetto Comunicate! prima citato, basato su una ricerca condotta recentemente dalla società di consulenza komm.passion di Dusseldorf. Il titolo della ricerca è "Formazione professionale per le professioni della comunicazione" e gli intervistati sono 500, di cui 265 soggetti attivi nelle direzioni relazioni pubbliche e comunicazione di organizzazioni private, pubbliche e sociali. I dati qui sotto riportati si riferiscono a quest'ultimo campione.Eccovi i risultati più interessanti:1) Alla domanda "quali fra le seguenti qualità e tecniche di lavoro sono per lei più importanti?" le risposte sono:°sviluppare concetti, presentare questi concetti e integrarli in un progetto manageriale (69)°pianificare progetti e gestirli (67)°tecniche di presentazione e di riunione (45)°sviluppo di testi (43)°relazioni con i media (40)°pubblicazioni (20)°eventi (9)2) Alla domanda "quali competenze sono per lei più importanti?" le risposte sono:°marketing (71)°leadership (52)°controllo (41)°management (38)°informatica (36)°ricerche di mercato (33)°amministrazione (17)°legale (10) 
Gli estensori del paper hanno poi clusterizzato, con successive domande e i necessari incroci, una maggioranza del campione e delineando così un modello con tre tipologie di manager della comunicazione:° il pr manager classico° il pr manager moderno° il comunicatore orientato al managementPer il primo (22 casi) le conoscenze manageriali di base sono meno importanti di quelle tecniche. Sono maschi tra i 40 e 49 anni; lavorano prevalentemente per aziende di media dimensione non quotate o istituzioni e associazioni; hanno scarsa attenzione alla formazione professionale e frequentano poco i corsi di aggiornamento.Sono prevalentemente orientati, in termine di esigenze formative percepite, verso l'informatica e le ricerche di mercato, mentre le competenze tipicamente manageriali come il controllo e l'amministrazione raggiungono livelli di preferenza assai più bassi della media.Per il secondo (94 casi) le conoscenze manageriali sono importanti quanto quelle tecniche; non c'è differenza di genere significativa; hanno una età fra i 30 e i 39 anni; si trovano prevalentemente nella società grandi, nelle società di consulenza e tendono a partecipare più frequentemente ai corsi di aggiornamento.Per il terzo (25 casi) le conoscenze manageriali prevalgono su quelle tecniche; sono anche loro più giovani e lavorano prevalentemente nelle agenzie.Si può ipotizzare, dicono gli autori, che questo derivi dal fatto che i giovani nelle agenzie capiscono, più dei loro colleghi anziani, che le organizzazioni continueranno ad utilizzarli soprattutto per cose tecniche operative fino a quando le agenzie, e con modalità convincenti, non saranno in grado di offrire servizi di consulenza managerialmente più elevati.Infatti in questo cluster risultano significativamente più elevate della media le preferenze espresse, come esigenze formative, per le competenze di controllo, finanza, amministrazione e legale, tipiche del bagaglio del manager.Sono soltanto alcune brevi annotazioni che servono a capire le conclusioni del paper in cui gli autori sostengono le qualificazioni ritenute necessarie dipendono in larga parte da come ciascuno percepisce la sua professione.La ricerca fa capire che stanno emergendo almeno due tipologie di professionisti (il pr manager moderno e quello orientato al management) che affidano una valutazione importante alle competenze manageriali almeno allo stesso livello di quelle tecniche e questo dovrebbe indurre le associazioni professionali, ma anche le organizzazioni tutte a riflettere sui rispettivi programmi di formazione.(tmf)

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