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Giornalisti e PR, tra odio e amore

09/01/2015

Toni Muzi Falconi

Il rapporto fra operatori dell’informazione e comunicatori e le implicazioni che questa dinamica induce sulla qualità dell’informazione offerta al pubblico è un tema sempre più attuale. Toni Muzi Falconi offre alcuni spunti di riflessione attraverso parte della bibliografia degli ultimi anni.

Intorno alla dinamica delle relazioni fra operatori dell’informazione (giornalisti, blogger, freelance) e comunicatori che tutelano interessi (forti e deboli, privati, sociali e pubblici) e le implicazioni che questa dinamica induce sulla qualità dell’informazione offerta al pubblico si e andata ad accumulare in questi ultimi 10-15 anni e in tanti Paesi una ragguardevole mole di ricerche, saggi, libelli, libri, conferenze, seminari, congressi e convegni.

Che il giornalismo mainstream pianga il suo declino, mentre i rappresentanti degli interessi di terzi crescono di numero e di peso nella formazione del discorso pubblico, è un dato di fatto. Più problematiche sono invece le continue intromissioni di campo e una chiara visione delle dinamiche relazionali.

Le molte ricerche internazionali, soprattutto quelle condotte nei Paesi dell’Est Europa, hanno palesato una costante tensione competitiva fra le due figure. Ma non ovunque. II volume Lo specchio infranto (Luca Sossella Editore 2008, a cura di Chiara Valentini e di questo autore) denotava già nel 2007 una insolita armonia per l’Italia. Un’anomalia perché il sistema dei media, e i suoi operatori, si erano bene allineati alle richieste dei rappresentanti degli interessi, cioè al mondo dei comunicatori. Oggi, con l’invasione globale degli sponsored content, del native advertising e di tutti i giri di parole con cui i politically correct spiegano la realtà del nuovo giornalismo occidentale, evitando di usare il termine “redazionale” o “venduto” perché non politicamente corretto, la situazione rilevata per l’Italia si è ormai ampiamente diffusa.

Ecco ora due recenti e rilevanti analisi della questione che aiutano a capire meglio queste dinamiche. La prima è la pubblicazione su Nieman Lab di uno studio del Reuters Institute for the Study of Journalism, curato da John Lloyd e Laura Toogood.

La sintesi del lavoro, dal titolo Journalism and pr: news, media and public relations in the digital age dice che il giornalismo, non molto più antica, come professione, delle relazioni pubbliche, dipende sempre di più dalla seconda. Ma non è più vero il contrario: le relazioni pubbliche dipendono sempre meno dal giornalismo. Infatti ogni organizzazione è oggi una media company (vedi intervista a Toni Muzi Falconi, È vero, l’azienda è un medium su Prima n. 412, dicembre 2010 e Pnmaonline.it).

Mai come oggi è divenuta fragile la reputazione di imprese, istituzioni, singoli individui e questo è tutto terreno di intervento dei pr – più o meno competenti – ed è questo il problema maggiore.

II secondo contributo, assai più completo e culturalmente rilevante, è il recente libro del reputato professore australiano Jim Macnamara, dal titoloJournalism and pr unpacking spin, stereotypes, and media myths. Un libro godibile che riassume cento anni di ricerca nel mondo sulla relazione fra le due professioni con interviste a giornalisti editori, relatori pubblici in vari Paesi e rivela metodi ed estensioni della influenza delle pr, le sue conseguenze e l’esigenza di cambiamento e maggiore trasparenza. Una lettura indispensabile per chiunque sia interessato a un argomento che non soltanto investe direttamente oltre 5 milioni di professionisti dei due campi nel mondo, ma soprattutto le cui interrelazioni impattano sulle dinamiche globali del discorso pubblico (e quindi della decisione pubblica, privata, sociale e personale di tutti noi).

Macnamara argomenta con passione che la preconcetta ostilità ideologica dei giornalisti, insieme agli stereotipi che oggi alimentano il ruolo sociale dei relatori pubblici, in realtà mascherano una complicità relazionale (io parlo male di voi, ma voi continuate pure a passarmi le informazioni che ci penso io) che va resa trasparente e governata per proteggere l’interesse pubblico in un panorama mediatico in continuo cambiamento dove il relatore pubblico, disintermediato anche lui nel suo ruolo di guardiano del cancello aziendale sviluppa direttamente il suo dialogo con i pubblici senza avere necessariamente bisogno come prima, del giornalista. Una disintermediazione reciproca.

Fonte: Prima Comunicazione

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