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Il bail-in tra comunicazione ed educazione finanziaria

21/01/2016

Gianfrancesco Rizzuti

Come si può fare una comunicazione efficace se ci sono troppe asimmetrie informative tra quelli che un tempo venivano definiti fonte e ricevente? E come fare educazione senza una comunicazione efficace? Abi, FeBAF, Feduf e dodici associazioni di consumatori hanno realizzato un opuscolo sul tema del bail-in, il salvataggio di una banca dall’interno, appena entrato in vigore nell’Unione Europea, con lo scopo di ridurre il gap di conoscenze su un tema delicato, che riguarda una platea eterogenea di interlocutori.

 

Non è la marca di una crema di whisky irlandese, o il nome di un giocatore gallese del Real Madrid. E neppure un filosofo razionalista francese della fine del XVII secolo. Men che meno, il titolo di una canzone spagnola. Ma è qualcosa di molto serio. È il bail-in,  il meccanismo di “salvataggio di una banca dall’interno” (“in”, appunto) appena entrato in vigore nell’Unione Europea. E si contrappone al bail-out, il “salvataggio dall’esterno”.

Nella crisi che ha scosso l'Europa, i primi interventi sono stati all'insegna del bail-out, come avvenuto con il coinvolgimento dei singoli Stati o di fondi europei nel salvataggio di banche inglesi, irlandesi, spagnole e tedesche. Il mutamento di prospettiva che Bruxelles ha introdotto è figlio dell’aggravarsi della crisi, e dell’intenzione di non appesantire i contribuenti con gli interventi di salvataggio, lasciando che le ricadute di eventuali default si esauriscano tra i più diretti interlocutori finanziari della banca. Nuove regole europee – insomma - mirano a limitare il costo di una crisi bancaria e, nel caso essa si manifesti, a risolverla con rapidità ed efficienza.

Tra gli strumenti di risoluzione, vi è appunto il bail-in. Principio base, è che chi detiene strumenti finanziari più rischiosi contribuisca in misura maggiore all’azione di risanamento.  Gli azionisti, dunque, sarebbero i primi chiamati ad intervenire. Se il loro contributo non si rivelasse sufficiente, interverrebbero, in ordine: i possessori di titoli senza garanzia,  i creditori senza garanzia (come i possessori di obbligazioni senza garanzia),  i depositanti per l’eventuale parte eccedente i 100 mila euro.

Di bail-in si parla tanto, insomma, ma siamo sicuri che si capisca fino in fondo cosa sia? La questione ha molti risvolti ma limitiamoci – come Ferpi – alle intersezioni tra comunicazione ed educazione finanziaria. Due facce, in fondo, della stessa medaglia. Come si può fare una comunicazione efficace se ci sono troppe asimmetrie informative tra quelli che un tempo venivano definiti fonte e ricevente? E come fare educazione senza una comunicazione efficace? Proprio con la finalità di accrescere l’alfabetizzazione finanziaria – che nel nostro Paese è molto bassa – Abi, FeBAF (N.B. la Federazione Banche Assicurazioni e Finanza per cui lavoro), Feduf (la Fondazione per l’Educazione Finanziaria) e 12 associazioni di consumatori riconosciute a livello nazionale hanno realizzato un opuscolo, dal titolo: “In altre parole...tu e il bail-in, le principali informazioni in 10 domande e 10 risposte”.  Il vademecum non ha la velleità di spiegare dalla A alla Z cosa succede in caso di dissesto di una banca, ma l’ambizione di ridurre il gap di conoscenze su un tema delicato, che riguarda una platea di interlocutori diretti di quella banca. È parte di un impegno che il settore finanziario promuove, diretto ad aumentare la cultura finanziaria di una vasta parte di popolazione che ha un conto corrente, investe i propri denari, magari ha una polizza assicurativa.

In Italia vi è bisogno di una strategia coordinata ed unitaria sull’educazione finanziaria e sbaglierebbe chi credesse che è interesse dell’industria finanziaria non accrescere la preparazione dei suoi stakeholder, in primis risparmiatori e investitori (che sono due categorie ben diverse). Competitività, innovazione e capacità di attrarre e gestire clienti sono anche funzione del modo di relazionarsi allo sportello e di parlare “da pari a pari”, in una relazione che – per essere davvero trasparente – deve essere  consapevole, simmetrica, informata.

Insomma, il bail-in e le iniziative che si sono avviate per promuoverne la conoscenza – molte altre andranno promosse, anche a parte del settore pubblico - sono un banco di prova non solo per gestire le conseguenze di eventuali dissesti, ma anche per la capacità di capire e farsi capire. Da una migliore diffusione di conoscenza della realtà economica e degli strumenti finanziari che vi operano, si attenuano le conseguenze negative degli shock e si costruiscono ponti più duraturi tra offerta e domanda di servizi, anche finanziari. E non si rischia più di confondere il nome di una crema di whisky irlandese con un meccanismo di salvataggio bancario. L’opuscolo sul bail-in può essere consultato anche sul sito Febaf.

 

 

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