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Il crisis management vaticano

06/04/2010

La crisi reputazionale del Vaticano da diverse settimane tiene banco sui media di mezzo mondo. Una riflessione di Toni Muzi Falconi sulle possibili ragioni e sul delicato ruolo della comunicazione del Papa. Non è istituzionalizzata abbastanza? Il Vaticano non ha un sistema condiviso di governance delle relazioni?

di Toni Muzi Falconi
Speravo che qualcuno dei miei colleghi fosse stimolato ad esprimersi qui, in questo sito, su quella che è probabilmente la più grave crisi reputazionale della storia della Chiesa Cattolica e che lascia anche prevedere una sua debacle finanziaria (inseguita da numerose richieste di risarcimento e cause di class action in giro per il mondo. Solo la chiesa americana ha già rimborsato oltre 2 miliardi di dollari di danni, ma è appena gli inizi..), ma anche una forte caduta di vocazioni e di adesioni a livello globale. Una vera crisi, si potrebbe dire, di sostenibilità, quando non addirittura di sopravvivenza.
Speravo che qualcuno dei nostri colleghi volesse commentare come verosimilmente la vicenda sarebbe stata diversa qualora la coppia Wojtyla/Navarro fosse ancora in campo, anziché quella Ratzinger/Lombardi.
La Repubblica di qualche giorno fa ha pubblicato un lungo articolo di Navarro sul tema e sono corso a leggerlo. Ma la delusione è stata profonda. Navarro ha scritto di tutto, ma non ha neppure sfiorato l’analisi di quello che invece il New York Times aveva spiegato molto bene in uno dei suoi tanti articoli e commenti sulla vicenda: Lombardi non parla direttamente con Ratzinger e, per comunicare con lui, passa attraverso almeno tre filtri gerarchici. E’ noto invece che Navarro aveva una linea diretta con Wojtyla.
Speravo che, reso noto e senza smentita questo non piccolo problema, qualcuno dei miei colleghi intervenisse per affermare l’importanza che il responsabile delle relazioni pubbliche di una qualsiasi organizzazione riporti direttamente al vertice secondo il processo di istituzionalizzazione della funzione e in linea con i dettami del nuovo paradigma globale delle relazioni pubbliche, quello imperniato sui principi generici e le applicazioni specifiche.
Ma anche qui silenzio.
Eppure anche durante il congresso Euprera di Milano dell’anno scorso dedicato a questo tema, era stato sollevato il seguente dilemma: ma se è vero che è il più importante comunicatore di una organizzazione è il suo capo e di conseguenza l’efficacia del suo direttore della comunicazione dipende in larga parte dalla sensibilità del capo azienda, dove vanno a finire le strutture, i processi, le buone pratiche e la cultura comunicativa dell’organizzazione?
Il caso eclatante del Vaticano sembrerebbe offrire la più ovvia delle risposte: alle ortiche.
Ma non sono per nulla d’accordo, perché ho visto molte organizzazioni (dalla IBM al Comune di Stoccolma, dall’American Express alla Banca Mondiale al WWF) passare attraverso capi dalla sensibilità comunicativa assai diversa i cui dipartimenti comunicazione riescono a funzionare sempre (con alti e bassi, d’accordo) abbastanza bene.
E questo legittimerebbe e giustificherebbe tutto il lavoro che stiamo facendo (anche con gli Stockholm Accords) per dare sostanza e valore alla nostra funzione. Forse davvero è una questione che va oltre e al di là del capo dell’organizzazione, e investe la questione più ampia della governance.
Ho pensato di provare comunque a interpretare questa disattenzione dei nostri colleghi…
Non credo tutti siano al corrente che la chiesa cattolica, fin dall’inizio del XVII secolo con la creazione di Propaganda Fide, sia l’organizzazione che più di ogni altra al mondo abbia studiato e razionalizzato il ruolo sociale delle relazioni fra soggetti diversi e applicato, con un successo sostenibile almeno fino ad oggi, approcci e tecniche di relazioni pubbliche.
Così come non credo tutti siano al corrente del ruolo fondamentale che Padre Felix Morlion ha svolto nel dopoguerra per modernizzare e aggiornare le molte migliaia di comunicatori del Vaticano sparsi per il mondo, anche attraverso la sua Università Pro Deo poi diventata Luiss.
Il primo master post universitario mai fatto in Italia sulle relazioni pubbliche risale al 1960 promosso proprio da Morlion e, fra i suoi docenti erano, fra gli altri, soci Ferpi quali Carlo Maiello, Piero Arnaldi e Vitaliano Rovigatti (fra i loro studenti, nel 61/62, anche chi scrive).
Non si contano a Roma e nel resto del pianeta i corsi di formazione, normalmente i migliori sul mercato, di relazioni pubbliche e comunicazione promossi e distribuiti dal Vaticano.
Sorprende quindi parecchio questa sciagurata caduta professionale dei nostri colleghi che operano nelle stanze centrali e decentrate del Vaticano.
Come è possibile che in un contesto così strutturalmente e culturalmente favorevole (basti ricordare che il Vaticano di Wojtyla fu la prima grande organizzazione del mondo ad adottare Internet e i social media con modalità consapevoli e mirate) una crisi così grave possa scoppiare senza un piano di prevenzione e di reazione?
Molti sostengono che una organizzazione diviene realmente comunicativa dopo avere attraversato una crisi seria.
Al punto che alcuni osservatori cinici affermano che alcune società di consulenza provochino crisi ai loro clienti proprio per questa ragione…. salvo poi dover ammettere che in tali circostanze le organizzazioni sono solite cambiare le proprie società di consulenza… (a che pro dunque?).
Sta di fatto che quella che è forse la più grave crisi reputazionale di questi ultimi tempi sia passata finora inosservata (o per lo meno non commentata) dalla nostra comunità professionale.
La ragione forse più probabile è dovuta al timore di scrivere su un argomento, su una organizzazione, su un caso di cui sappiamo ben poco. E questo sarebbe comprensibile. Ma conosco diversi colleghi che conoscono bene l’argomento, l’organizzazione e il caso specifico. E allora?
Timore di esporsi?
Questa potrebbe essere una seconda ragione. Ma, anche qui penso che alcuni potrebbero se non altro provare a spiegarci perché secondo loro la concatenazione di eventi ha indotto il Vaticano ad esprimersi in modo così vecchio, così goffo, così improbabile (e così inefficace, compresa l’ultima, pasquale, pochadesca espressione di inautentica solidarietà al Papa quando è evidente, e fin dal caso Boffo, la guerra per bande…).
Forse davvero la causa principale sta nella non comunicazione fluida fra comunicatori e vertice della Chiesa. Mi sono letto molti testi di Lombardi e mi hanno dato la sensazione di essere scritti da uno che se ne intende e che sa quel che dice.
Qualche lume in più per favore?

A proposito del dibattito sulla comunicazione del Vaticano interessante la lettura dell’articolo a firma di Vittorio Messori pubblicato sul Corriere della Sera di domenica 4 aprile 2010 Ora il Vaticano ammetta gli errori nella comunicazione.

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