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Il lobbying europeo

22/01/2009

Codici di condotta, registri e trasparenza…ma cosa potrebbe davvero giovare alla professione? Un’interessante riflessione di Stefano Velani che fa il punto sulla situazione in Europa.

Uno degli effetti della recente crisi economica e finanziaria internazionale è stato anche quello di aver enfatizzato il ruolo di valori morali, etica e trasparenza, con tutto ciò che ne consegue in termini di relative richieste della Società civile ai livelli sia nazionali che sovranazionali.


In realtà si discute sempre molto di lobbying americana, per la sua onnipresenza, molto poco di lobbying italiana, per la sua sostanziale assenza, quantomeno in termini di istituzionalizzazione e visibilità, e non abbastanza di lobbying europea, pur con tutte le sue prossime inevitabili ricadute sui livelli nazionali.


Il dibattito su un registro delle lobby tuttavia, volontario od obbligatorio che fosse, è lontano dall’esser recente, iniziato addirittura nel 1991 con una relazione dell’Europarlamentare socialista olandese Alman Metten sulle c.d “Shadows of Brussels”, poi seguita dalle prime audizioni parlamentari in materia nel 1992.


Del maggio dell’anno scorso inoltre è la richiesta del Parlamento europeo di creare un registro pubblico ed obbligatorio per tutti i “lobbisti”, comune alle tre principali Istituzioni comunitarie, che provvedesse ad una “piena rivelazione finanziaria” degli interessi in gioco e accompagnata da un codice di condotta.
A seguire l’anelito alla trasparenza è quindi intervenuta la Commissione europea che, su iniziativa del suo stesso Vicepresidente e Commissario per gli affari amministrativi e lotta antifrode Siim Kallas, ha prima (28 maggio 2008) adottato un codice di condotta sui comportamenti dei “lobbisti” e poi (23 giugno scorso) lanciato un registro volontario per tutti quei “lobbisti” che cerchino di influenzare il policymaking comunitario.


Il registro fra l’altro, se da una parte si riferisce a tre principali categorie, quali Consultancies professionali e studi legali, “Corporate in-house lobbyists” ed associazioni di commercio, nonché organizzazioni non governative e think-tanks, dall’altra lascia ancora aperte la questione relativa a quali categorie debbano essere concretamente incluse in lista e quella relativa ad vera definizione di “lobbista”.


Il lobbying infatti riveste svariate forme e persino gli stessi gruppi anti-lobby oggi potrebbero diventare più moderati visto che, per le campagne condotte negli anni scorsi, hanno appena ricevuto un boomerang dal Parlamento che ha fatto rientrare anche loro nella definizione di “lobbisti”!
Inoltre, visto che le tre Istituzioni comunitarie hanno al momento diverse regole che governano i comportamenti dei lobbisti, il “soft approach” proposto, caratterizzato dalla volontarietà iniziale della registrazione, potrebbe effettivamente rivelarsi una strategia premiante, anche se un registro finale non obbligatorio rischierebbe di non potersi giovare in futuro di sanzioni concretamente efficaci.


Codici di condotta e registri tuttavia non si caratterizzano certo come azioni isolate o sporadiche ma s’inseriscono appieno nella più ampia iniziativa di trasparenza europea lanciata dall’”Amministrazione” Kallas nel lontano 2005, su esplicita richiesta della “Società civile” europea.
Non c’è infatti dubbio che anche in un periodo di inflazione normativa, si dovrebbe fare di più se si volesse davvero che il pubblico capisse da chi e come il processo legislativo europeo sia influenzato nella “EU jungle”.


In un momento infatti in cui l’Europa soffre ancora di relativo deficit democratico, di “distrazione” ed insufficienza di capacità operativa, simili iniziative possono quantomeno contribuire, nell’immagine e nel merito, ad una maggiore trasparenza delle istituzioni europee e dei relativi processi decisionali, nonché ad un ripristino della fiducia dei cittadini nei confronti della loro Europa.


Certo, anche se compromessi su conflitti “altamente sensibili” difficilmente potrebbero avvenire “alla luce del sole”, ciò non esclude che non si possa quantomeno rimetter mano ad un’ottimizzazione della trasparenza europea nell’obiettivo del contemperamento di due intessi e diritti entrambi fondamentali: quello degli operatori del settore, a partecipare al processo legislativo e decisionale europeo, e quello dei cittadini alla trasparenza ed al corretto funzionamento del sistema nel suo complesso.
“Decision makers” e “Decision shapers” tuttavia si completano a vicenda, dove infatti così come il sistema europeo non potrebbe efficientemente raggiungere l’obiettivo delle “buone leggi” senza l’expertise delle imprese al processo decisionale, allo stesso modo la trasparenza non può che rappresentare la vera condizione per un’effettiva e profonda democraticità del sistema ed in ultima analisi della sua stessa credibilità.


Se inoltre il registro volontario finora istituito dovrebbe servire come “testing ground” per la relativa futura normativa, quel che resta per il momento è un “timetable” senza dubbio ambizioso: entro la fine del 2008 infatti, un “working group interistituzionale” avrebbe dovuto presentare una proposta per un registro comune alle tre Istituzioni, pubblico ed obbligatorio, per tutti gli esercenti attività di lobbying a livello comunitario. Dal giugno dell’anno scorso inoltre, decorrerebbe quell’anno di “fase sperimentale” alla fine del quale la Commissione stessa dovrebbe valutare se vi siano stati effettivi incrementi di trasparenza dell’attività di lobbying.
Tuttavia, la fine del 2008 è passata senza working group all’orizzonte così come quella “deadline” del giugno 2009 viene “sfortunatamente” a coincidere proprio con le elezioni d’un nuovo Parlamento europeo…


Creare una nuova cultura della trasparenza a livello comunitario insomma, può esser sì un esempio da seguire anche per molti Paesi, ma da una parte la trasparenza non dovrebbe essere “a senso unico”... e dall’altra aspettative troppo elevate o troppo ravvicinate nel tempo più facilmente rischiano d’esser disattese.
Sembrerebbe dunque a questo punto più ragionevole aspettare le elezioni “estive” del Parlamento europeo e la nomina della nuova Commissione nell’autunno del 2009 prima di prendere decisioni più marcate sul dossier, anche perché né la Francia né la Repubblica Ceca hanno fatto del lobbying una top priority del loro semestre di Presidenza europea.


Una prossima regolamentazione del settore a livello europeo infine, avrebbe ricadute anche su quei Paesi come l’Italia in cui i tempi non sembrano ancora maturi per una discussione seria, approfondita ed aperta.
Dove infatti “controlli” e “sanzioni” sociali sul settore, da parte di giornalisti ed opinione pubblica, potrebbero essere efficaci almeno quanto un’iniziativa di trasparenza “dall’alto”, una regolamentazione più efficiente del settore in ultima analisi potrebbe giovare alla professione stessa, rendendola più visibile, più conosciuta, più capita, più legittimata ed apprezzata.


Stefano Velani



tratto da FB Comunicazione

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