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Il Nimby secondo Tim

27/04/2005

Un'analisi di Fabio Ventoruzzo su uno studio dell'operatore di telefonia mobile.

Una affascinante prospettiva relazionale nel governo dei processi decisionaliTim analizza il nimby e stimola la nostra professioneÈ stato presentato in questi giorni uno studio realizzato da Tim a Piacenza (qui trovate il rapporto Tim "Piacenza e l'elettromagnetismo" in  formato .doc) che introduce una nuova prospettiva nello studio dei fenomeni nimby.Nimby è l'acronimo inglese per 'not in my backyard', ('non nel mio giardino'), espressione che indica il rifiuto per qualunque fonte di possibile contaminazione (acustica, atmosferica, ambientale) nelle vicinanze della propria abitazione.La cronaca italiana è piena di esempi in questo senso: la discarica di Scandicci, il passaggio del treno con i rifiuti tossici destinati allo smaltimento, tanto per fare un paio di citazioni recenti.La questione, tuttavia, che più di tutte emerge con vischiosità crescente è quella delle antenne radio base per la telefonia cellulare. Applicando il nimby alla questione delle antenne: 'tutti usiamo il cellulare senza alcuna intenzione di rinunciarvi, ma nessuno di noi vorrebbe avere una antenna vicina che potrebbe costituire una fonte di pericolo per la nostra salute'.È una questione che i gestori della telefonia mobile da una parte e le istituzioni locali (comuni, agenzie per la protezione dell'ambiente e aziende sanitarie) -dall'altra- hanno sempre cercato di tenere sotto controllo con campagne di informazione e sensibilizzazione tese a mostrare la insufficiente fondatezza scientifica -data la mancanza di evidenze empiriche incontrovertibili- dei timori derivanti all'esposizione a campi elettromagnetici. Molto spesso questi sforzi si sono dimostrati inefficaci, essendo l'allarmismo sociale su questa tematica molto elevato e, per certi aspetti, in crescita.L'ipotesi (ancora tutta da validare, ma indubbiamente molto intrigante) allo studio di Tim è che il livello di allarme provocato dall'istallazione di antenne non dipende esclusivamente dalla quantità di comunicazione che viene fatta, ma dalle modalità di gestione del relativo processo decisionale.Il presupposto è che processi partecipati -ovviamente limitatamente a temi con un elevato grado di interesse e di consapevolezza alla partecipazione- comportano l'assunzione di decisioni efficaci per un duplice motivo:- vengono incluse le aspettative di altri soggetti (al di là dei tradizionali soggetti normalmente coinvolti -istituzioni locali e gestori-) migliorando l'attuazione delle decisioni e diminuendone conseguentemente il tempo di implementazione;- vengono ascoltate e analizzate le posizioni anche di altri soggetti (co-ompetizione) in modo da prevenire eventuali situazioni di crisi ..e quindi, anche in questo modo, migliorando l'attuazione delle decisioni.Questa è l'ipotesi con la quale Tim ha attivato un panel d'ascolto (la prima fase è appena terminata a Piacenza) in varie città per comprendere e confrontare le modalità di governo dei processi decisionali al fine di individuare delle linee guida virtuose, sia per i processi decisionali, sia per le politiche relazionali e comunicative applicate, dirette a valorizzare l'esperienza comune per una più efficace e migliore integrazione fra le organizzazioni pubbliche, private e sociali.Dando un'occhiata al rapporto (che consigliamo di leggere attentamente) preparato dopo l'ascolto della situazione del comune di Piacenza,  si possono intravedere diversi stimoli per la nostra professione, soprattutto per quanto concerne la correlazione tra processi decisionali e dinamiche relazionali: è evidente che l'efficacia di un processo decisionale ed il grado di partecipazione allo stesso dipendono dalla capacità di sviluppare sistemi relazionali tendenzialmente simmetrici con i soggetti che in qualunque modo (diretto o indiretto) hanno conseguenze sul processo.Le implicazione per la nostra professione riguardano soprattutto l'analisi e la valutazione delle dinamiche relazionali: il rapporto individua alcune dimensioni che contribuiscono a costruire una sorta di mappatura puntuale in grado di introdurre quel famoso cruscotto manageriale che ogni organizzazione -se fortemente orientata allo sviluppo di relazioni almeno tendenzialmente simmetriche con i propri segmenti di pubblici influenti- dovrebbe avere costantemente sotto controllo per governare efficacemente i rispettivi sistemi di relazione.Due le mappe presenti nel rapporto, una sincronica ed una diacronica.La prima mappa (pagina 11) - riprendendo alcuni concetti della network analysis - mostra i flussi comunicativi/relazionali che si sviluppano tra i soggetti coinvolti nel processo decisionale (e che quindi vengono inclusi nello stesso) e i soggetti che sono esclusivamente coinvolti dal medesimo processo (cioè, sui quali impattano le conseguenze del processo): vengono quindi evidenziate graficamente le dinamiche intra, inter e extra processo prendendo ad indicatori (pagina 9) elementi quali:- la frequenza delle relazioni (lo spessore delle frecce);- il grado di influenza sul processo (l'ampiezza delle sfere);- il controllo -inteso come capacità di influire- sulla relazione (il verso delle frecce);- la qualità della relazione (il colore della freccia).Per quanto riguarda quest'ultimo indicatore esso è stato identificato dall'aggregazione di alcuni parametri quali: fiducia, soddisfazione e investimento nella relazione; simmetria/a-simmetria della relazione. La qualità della relazione viene poi definita sulla base dei quattro livelli individuati dal modello di Erika: assente, informativa, interattiva e partenariale.La seconda mappa (pagina 12), invece, mostra il posizionamento dei diversi soggetti con riferimento al grado di fiducia ed alla tipologia di relazione che sviluppano con il processo decisionale. Anche qui la mappa riprende esattamente gli stessi livelli di fiducia (assente, calcolativi, esperienziale, valorale) e di relazione (assente, informativa, interattiva, partenariale) individuati dal modello di Erika. In questo modo è stato possibile costruire un cruscotto in grado di rappresentare la situazione piacentina e di offrire lo spunto per successivi interventi relazional/comunicativi.Ecco alcune riflessioni:- l'efficacia di un processo dipende dalla tendenziale simmetria che si sviluppa nei sistemi di relazione tra i soggetti che partecipano al processo decisionale (evidenza che non fa altro che confermare la teoria grunighiana) e dalla visione del processo e dei valori che condividono i soggetti partecipanti;- l'efficacia di un processo decisionale non viene sempre ed esclusivamente influenzato da una comunicazione a' che privilegia la diffusione di informazioni. L'efficacia di un processo partecipato dipende soprattutto -se non esclusivamente- dalla capacità di ascoltare ed interpretare (dando forma a quel tanto rivendicato/auspicato ruolo riflettivo del relatore pubblico)  le aspettative dei diversi soggetti, favorendo quindi una comunicazione con'.- una mappatura di questo tipo permette per ciascun processo decisionale di identificare una sorta di swot analysis che comporta, in particolare, l'isolamento di minacce e di opportunità che devono essere tenute necessariamente in considerazione nell'ipotesi di un eventuale allargamento del processo decisionale.Fabio Ventoruzzo

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