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Il nostro discorso pubblico è barbaro. Tangentopoli non ha insegnato. Il nostro ruolo di relatori pu

10/01/2006

Di Toni Muzi Falconi

Se soltanto un anno fa avessi chiesto a un analista sociale quali fossero gli ambienti  sociali ed economici tradizionalmente contigui alla sinistra politica italiana, la risposta più ovvia sarebbe stata il sindacato, la cooperazione, il terzo settore e la cultura.Se analoga domanda avesse invece avuto per oggetto gli ambienti tradizionalmente contigui alla destra politica italiana, la risposta sarebbe stata il commercio, l'industria, l'immobiliare, la finanza, le libere professioni e il pubblico impiego.Sia pure con molti distinguo e un po' tagliate con l'accetta, sarebbero state risposte che nessuno avrebbe seriamente contestato.E oggi? Molte cose sembrerebbero cambiate. Oppure no?
Per provare a capire come mai, nel giro di poche settimane, siamo passati da una tempesta che aveva messo in difficoltà ambienti prevalentemente contigui alla destra (Fazio, le banche, gli immobiliaristi, i commercianti) - tutti pescati con le mutande in mano all'assalto improprio di fortilizi, anch'essi contigui alla destra (Antonveneta) o comunque non ascrivibili alla sinistra tradizionale (Corriere della sera) - a quel travolgente e impetuoso tsunami il cui epicentro pare invece essersi oggi radicato nel per nulla nuovo e neppure sconvolgente collateralismo della sinistra con il movimento cooperativo, ritengo utile chiedersi quanto di tutto ciò sia frutto di casualità e di tatticismo pre elettorale... magari un po' cinico... per capirci, una parte della campagna in atto di "avvelenamento dei pozzi" - oppure quanto, al contrario, sia il frutto di una consapevole campagna di comunicazione volta allo screditamento generale della sinistra destinato a produrre i suoi effetti anche nel medio termine, indipendentemente da chi vincerà le elezioni.
Capisco che la distinzione possa sembrare, in queste ore convulse, quasi una sfumatura, ma mettendomi nei panni dei tantissimi colleghi che da una parte o dall'altra, per questo o quel gruppo di interesse, stanno febbrilmente "operando sul campo", penso sia importante capire hic et nunc se ci troviamo in una scenario a o b, per intuire e prevedere quali potrebbero essere le diverse conseguenze.Diciamo subito che se anche fossimo nello scenario a, massimo dell'ottimismo oggi consentito, e quindi attribuiamo lo tsunami al manager-finanziere fellone che (ben consapevole di essere intercettato) interloquiva abitualmente (fra i tanti) anche con rilevanti esponenti della sinistra... a loro volta neofiti del nuovo credo come vedete non è vero che siamo diversi: siamo tutti egualmente cretini; e vista l'esperienza di Tangentopoli di quindici, dodici anni or sono, sarebbe comunque utile simulare lo scenario b, poiché sappiamo bene che ciliegia tira ciliegia, anche indipendentemente dalle intenzioni di partenza (l'appetito viene mangiando, direbbero i tanti consulenti amici che lavorano o hanno lavorato in questi mesi per Consorte, Fiorani, Gnutti o Ricucci, Coppola, Fazio...).
Ed è per questo che sono davvero preoccupato per la stabilità economica a medio termine del Paese, indipendentemente da chi vincerà le elezioni, e ritengo che una parte non minore delle responsabilità nel determinare questa situazione sia da attribuire anche a noi relatori pubblici.Qualcuno forse ricorderà un mio saggio sulla rivista Economia & Management della Bocconi, diretta dal compianto Claudio De Matté, uscito nel gennaio del 1994 ma ampiamente anticipato dal Corriere della Sera nel mese di agosto 1993 e che suscitò qualche scalpore - in cui analizzavo l'impatto di Tangentopoli sulla professione e al quale avevano liberamente contribuito i pareri preventivi di diversi colleghi, alcuni dei quali anche oggi attivamente impegnati in questa nuova bufera (lo potete leggere e scaricare QUI).
Per quanto siano cambiati i tempi, la sua rilettura oggi e alla luce degli avvenimenti di questi mesi, potrebbe aiutare a capire meglio. Faccio grazia al lettore di tante ingenuità interpretative e soprattutto (ahimè!) delle tante speranze mal riposte che emergono dal testo.
Ma, se la campagna di questi giorni contro la cooperazione fosse soltanto il segnale precoce di analoghe campagne che verranno anche contro il sindacato e contro il terzo settore - e tutti sappiamo (se non altro perché lo abbiamo potuto verificare in questi giorni...) quanto sia facile per colleghi senza scrupoli screditare gli avversari, soprattutto quando questi ultimi ci tengono a mostrare la loro non diversità soltanto perché così è politically correct - mi azzardo ad anticipare, chiedendo suggerimenti, aggiunte e critiche ai più sensibili, alcuni "indicatori oggettivi" di comunicazione socialmente responsabile (key performance indicators, direbbero i sofisticati) che possano facilitare una migliore comprensione di quel che sta avvenendo.Intendiamoci bene, non sono affatto fautore della tesi della perversità strutturale delle relazioni pubbliche e neppure di quella individuale dei nostri colleghi.Penso invece che molti frutti perversi del nostro lavoro siano, al contrario, il prodotto di una scarsa riflessione, di una insufficiente professionalità e, soprattutto, della sottovalutazione sistematica del ruolo che svolgiamo e dell'impatto che produciamo.Chissà che l'applicazione di questi indicatori, anche se solo in qualche caso e sporadico, prima di agire non possa aiutare la nostra professione a superare, come poi avvenne alla metà degli anni novanta, anche questa crisi.
Dunque ho provato ad identificare sette KPI's che potrebbero consentire a qualunque di noi di valutare, prima di farlo, se quel che sta facendo sia "socialmente responsabile".Gli stessi indicatori potranno poi anche servire all'osservatore esterno per valutare, dopo che avremo operato, se si sia trattato, o meno, di comunicazione socialmente responsabile.Per l'applicazione sarà sufficiente che l'operatore si auto attribuisca un voto da 1 a 10 per ciascuno dei sette indicatori riferendosi, ad esempio, alle sue attività dell'ultima settimana.
1. Partiamo con il mantra, così abusato da tutti, che va sotto il nome di trasparenza. In comunicazione trasparenza vuol dire semplicemente presentarsi all'interlocutore, dichiarare l'obiettivo perseguito e le modalità che si intendono perseguire per raggiungerlo. Il resto è fuffa.Che voto ci diamo? 
2. Arriva poi la questione della veridicità della nostra comunicazione. Quanto dei contenuti che abbiamo trasferito in questi ultimi giorni è vero e, soprattutto, sostenibile con documenti, fatti e comportamenti?3. Poi c'è la chiarezza. I contenuti che comunichiamo sono ben comprensibili ai pubblici cui ci rivolgiamo?
4. La completezza. Le nostre affermazioni sono complete? O lascio comunque in ombra criticità che conosco e che preferisco non rivelare?5. Anche la tempestività è importante: le informazioni sono giunte tempestivamente agli interessati, senza privilegiare alcuni interlocutori rispetto ad altri?6. Un ulteriore indicatore importante è la correttezza: a chi faccio del danno diffondendo questa informazione? Attenzione: la questione non è di non fare danni. Le conseguenze, positiva o negative, ci saranno sempre. Ma ne siamo consapevoli? Ci abbiamo pensato?7. Un altro ancora, importantissimo per la riduzione dell'inquinamento comunicativo, è la rilevanza: questa informazione è rilevante per coloro cui è diretta, o è del tutto inutile o superflua? Lavorandoci un po' questo elenco di indicatori potrebbe sicuramente ampliarsi e migliorare.Sono cose troppo semplici? Troppo ingenue?Ma che male faccio se mi chiedo e chiedo ai miei colleghi di farsi anche loro questo autoesamino?Per chiarezza, dico subito che il voto totale che mi sono auto attribuito rispetto alla settimana scorsa non supera 40 (rispetto ad un totale possibile di 70).Provate anche, se vi diverte, ad applicarlo all'etichetta del prodotto che avete in frigorifero, oppure al comunicato stampa di quell'associazione non profit che avete sul tavolo&o infine alla home page del sito del vostro Comune.
E fatemi sapere che ne pensate. Grazie.
Toni Muzi Falconi 

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