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Il potere di calcolo è il nuovo Cesare Augusto

30/09/2020

Redazione

Senza i dati si muore. Un’affermazione decisa ma non ha dubbi Michele Mezza, autore de “Il contagio dell’algoritmo”. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista in cui approfondisce i temi i temi del libro e invita a fare attenzione a come la pandemia sta cambiando la storia sotto i nostri occhi, così come era avvenuto durante le idi di marzo del 44 a.C.

Nel tuo libro illustri un parallelismo, quello tra le idi di marzo e la pandemia da Covid-19. Ce la spieghi?

Innanzitutto era inevitabile notare la coincidenza di marzo, mese che ha cambiato la storia allora, come la sta cambiando adesso. E poi c’è la questione del potere. Il contagio dell’algoritmo è un libro sul potere, qual è il potere che esce dal dualismo tra pandemia e tecnologia. Le idi sono uno straordinario manuale di come si conquista il potere. Il tema che io pongo è chi è adesso Augusto? Chi è che eredita l’impero oggi?

E chi è?

Il potere di calcolo. Sono i sistemi che stanno già da tempo pianificando e preordinando i nostri comportamenti mediante una logica automatica. È l’automatizzazione il nuovo potere. Come dice Nicholas Carr ne “La società automatica” chi controlla gli automatismi controlla tutto. Il tema vero è chi sta controllando questi automatismi.

La pandemia, come ha scritto Paolo Giordano, si è trasformata da emergenza sanitaria in emergenza matematica. In che modo i dati hanno a che fare con il virus?

La pandemia è sempre stato un fenomeno matematico. Se non si capiscono i meccanismi matematici non si capisce il modello della pandemia perché il virus è un sistema che coincide con la dinamica delle particelle nella fisica: non a caso la pandemia non ce l’hanno raccontata i sanitari, gli epidemiologi o microbiologi ma ce l’hanno raccontata i matematici e i fisici che elaborano dati che rimangono però inspiegati. Nel saggio di Andrea Crisanti presente nel mio libro è ben spiegata la relativizzazione di questi dati: se Rt non viene contestualizzato in scenari in cui si considera la suscettibilità sociale, la durata del virus, la sua dinamica, i dati ci dicono poco. In base a quali numeri abbiamo preso decisioni in questi mesi? Chi ha deciso questi numeri e dove ci stanno portando?

La filosofa Donatella Di Cesare ha coniato la definizione di democrazia immunitaria, una forma di convivenza in cui le libertà sociali si stemperano nelle garanzie individuali. Questo concetto può spiegare la ritrosia degli italiani a scaricare Immuni?

Quella ritrosia è legata alla storica diffidenza, se non ostilità, degli italiani per tutto ciò che è pubblico ossia per tutto ciò che può limitare il proprio arbitrio. Diventiamo gelosissimi della nostra privacy nei confronti dello Stato e poi regaliamo a mani basse ogni nostro respiro a Google, a Facebook, ad Amazon che scannerizzano tutte le nostre emozioni. In questa forbice si sta perdendo la democrazia che sta diventando una funzione automatica, come diceva Paul Virilio già negli anni ’90, in cui il consenso viene sostituito dall’audience, in cui l’adesione diventa un sondaggio automatico da calcolare non più da guadagnarsi.

A tuo giudizio quali sono state le scelte corrette e gli errori in tema di comunicazione?

Siamo solo all’inizio di una fase che durerà ancora molti anni, siamo ai primi minuti di lunga storia. Per la novità e la sorprendente imprevedibilità della situazione sono stati fatti errori inevitabili. Quello che però non si può e non si deve continuare a fare è il gioco al rimpiattino con gli esperti, un gioco che scimmiotta la vecchia dinamica politica. La sanità non è l’economia, la salute non sono le pensioni: è necessario fissare valori e obiettivi. È un tema comune su cui si fonda uno Stato. La Costituzione assegna allo Stato una responsabilità primaria ed esclusiva nel tutelare la salute ai cittadini. Per quanto riguarda i miei colleghi giornalisti c’è un grande limite che è l’uso dei saperi. Le redazioni devono essere titolari di saperi, devono essere in grado di discernere e produrre opinioni. Poi c’è il tema più generale della comunicazione pubblica che è stata un disastro perché lo Stato non aveva una sua linea. Se lo Stato non produce senso come si fa ad avere senso dello Stato, si chiede Mariana Mazzuccato. È vero se lo Stato non crea valori allora chiunque sia investito di un potere si gestisce il suo orticello. Infine la questione drammatica della comunicazione pubblicitaria. È stata una figura miserabile in cui si è cercato di l’abbrivio e speculare sul dramma che si sta consumando. Il momento però è molto tragico e merita un linguaggio diverso.

A proposito di linguaggio: nel libro confronti il corpo di Cesare appena ucciso con la lugubre sfilata di camion dell’esercito che trasportavano le bare dei morti di Bergamo. Il corpo, la morte del corpo come linguaggio. In che modo questo linguaggio iconografico così forte è stato usato nei giorni più duri del lockdown?

Nelle "idi di marzo" il linguaggio è stato forte e persuasivo: gli ospedali pieni, l’esposizione delle bare, gli infermieri che crollavano sfiniti, i reparti pieni hanno spiegato al mondo che non ci si trovava difronte a una banale influenza. Oggi il linguaggio è cambiato, il virus si vede meno e la gente fa più fatica a crederci. Evidentemente non abbiamo ancora trovato un linguaggio sostitutivo però la responsabilità non si racconta bene, la cautela non si riesce a comunicare, basti pensare a cosa è accaduto quest’estate.

Dopo lo shock del lockdown e la discesa della curva dei contagi durante l’estate, ora ci troviamo in una fase molto delicata, in cui i casi giornalieri aumentano progressivamente e dobbiamo assolutamente contenerli per evitare un nuovo collasso del sistema sanitario. In che modo i media possono contribuire a indirizzare comportamenti virtuosi, utili, responsabili?

Qui bisogna mettersi d’accordo su quale sia il pezzo che manca al mosaico. Dal mio punto di vista ciò che manca sono i dati predittivi: non dobbiamo sapere quanti siano i contagiati ma quando e dove si sta configurando potenzialmente un focolaio di incubazione del virus. Bisogna lavorare con una logica meteorologica. I dati ci sono, li hanno solo i social e bisogna farglieli sputare. Lo sostiene anche il New York Times che nei giorni scorsi ha annunciato un algoritmo che è in grado di geolocalizzare la formazione di possibili focolai di infezione con due settimane di anticipo solo sulla base di dati inconsapevoli della rete. Quanti morti ci vogliono per avere i dati? Questo è il punto. I media dovrebbero concentrarsi su questo perché senza i dati si muore.




(descrizione)Il contagio dell'algoritmo
Le Idi di marzo della pandemia
M. Mezza
Donzelli, 2020
pp. 288, € 14,00

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