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Il prezzo delle relazioni sociali (in ufficio)

22/04/2009

Non chiamateli lacché: chi comunica molto via e-mail e social network, fa guadagnare di più la sua azienda. Soprattutto se parla coi suoi capi. A meno che i galli nel pollaio non siano troppi... Pubblicati i risultati di una ricerca condotta su 2.600 dipendenti di Big Blue in quasi quaranta Paesi, seguiti nelle loro relazioni informali e non per un anno.

di Eva Perasso


Quanto vale un contatto su LinkedIn, l’iscrizione a un gruppo su Facebook, essere un follower di qualcuno su Twitter, in termini di produttività aziendale e di ricavi? Una domanda cui qualsiasi grande azienda, dell’hi-tech e oltre, vorrebbe saper rispondere. Ibm e il Mit (Massachusetts Institute of Technology) la settimana scorsa ci hanno provato e hanno pubblicato i risultati di una ricerca condotta su 2.600 dipendenti di Big Blue in 39 Paesi, seguiti nelle loro relazioni informali e non per un anno, da giugno 2007 a luglio 2008.


Risultato: ogni rapporto stretto e consolidato attraverso una comunicazione virtuale intensa vale più del non comunicare. E fin qui, tutti d’accordo, perché demonizzare le relazioni sociali intessute in rete non paga. Ma c’è di più, ed è la traduzione in denaro di questi comportamenti: quei dipendenti che scrivono spesso e volentieri e-mail ai propri capi genererebbero in media, a fine mese, un fatturato superiore di 588 dollari. Mentre quegli impiegati con relazioni elettroniche più deboli con la dirigenza farebbero guadagnare all’azienda quasi 100 dollari in meno al mese.


Secondo l’esperienza dei ricercatori, ciò avviene perché le reti sociali rafforzano la trasmissione della conoscenza e il libero scambio delle idee tra dipendenti, consulenti e manager. All’interno del social network aziendale di Ibm (Beehive) racconta Stephen Baker del Business Week (lo stesso Baker che al potere e controllo dei numeri ha dedicato il suo libro The Numerati) che sono in 55 mila a scambiarsi di tutto: dalle foto della gita di Pasquetta alle righe di codice, arrivando così a risolvere con più leggerezza, e comunità di intenti, passaggi anche problematici.


La ricerca e i suoi risultati portano almeno a tre riflessioni. La prima, più pop e legata ai comportamenti, ricorda un vecchio consiglio della nonna al primo giorno di lavoro: parla con il direttore, raccontagli quel che fai, sii accondiscendente, chiedi dei suoi cari e mostrati interessato… Ecco, per chi ha sempre pensato che comunicare insistentemente significasse diventare un lacché, arriva una smentita di tutto rispetto.


La seconda riguarda il bisogno smodato da parte delle aziende di tradurre in numeri la produttività individuale e le relazioni, che oggi i social network e la tracciabilità dei nostri comportamenti online rendono possibili. Non sempre un male, come sostiene Baker in The numerati, ma di certo talvolta esagerato: arriveremo a monetizzare anche un’amicizia su Facebook?


E la terza e ultima riflessione. La ricerca mette in luce anche quanto l’organizzazione aziendale – più che il livello di comunicazione virtuale – sia fondamentale per i bilanci. Perché mentre racconta che scrivere tante e-mail fa bene al fatturato, dice anche che in un gruppo di lavoro la presenza di troppi manager che frastagliano la leadership fa male al progetto stesso. In questo caso, le molte e-mail mandate a persone diverse diventano un danno. Come a dire, meglio un gallo solo per pollaio.


tratto da VisionPost

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