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Il Valore del dono... e delle reti di relazioni

18/12/2008

L’innovazione tecnologica è anche innovazione sociale. E solo così genera modelli di business che funzionano. Bisogna offrire un valore d’uso in cui poi cercare il valore monetario. E il valore d’uso deriva dal servizio al bisogno delle persone di esprimersi e connettersi, donando tempo e idee per ricevere attenzione e reputazione.

di Luca De Biase


Si parlava una volta di ‘nuova economia”. Non se ne parla più, fortunatamente. Ma i fatti che si susseguono nel mondo della finanza indicano la necessità ineludibile di pensare un’ “economia nuova”. O, meglio, diversa”.
Ma dove cercarla? Chi la sta costruendo? Quali ne sono le caratteristiche? È stato uno dei fili conduttori della discussione a Le Web, la manifestazione parigina dedicata al business di Internet.
La dinamica della rete, che una decina d’anni fa aveva ispirato i visionari à la Kevin KeIly (New rules for the new economy) e gli analisti filo-bolla, à la Henry Blodget (ora pentito autore di The Wall Street Self-Defense Manual) liberata dalle incrostazioni speculative, sembra indicare che alcune risposte si trovano al confini tra territori dell’economia un tempo separati e oggi sempre più connessi se non confusi: lo scambio monetario e lo scambio gratuito, il valore finanziario e il valore d’uso, l’innovazione tecnologica e l’innovazione sociale.


Si tratta di territori che si immaginavano separati da altissime muraglie intellettuali. Ma le muraglia, prima o poi, crollano. O vengono aggirate. Comprese quelle che difendono vecchi confini concettuali, quando questi perdono di senso. E quando un nuovo racconto della realtà trova i suoi narratori. Come, appunto, il racconto dell’economia che si fa strada nella cultura del web.


Non è certo un caso se i più grandi successi di questi giorni, da Facebook a Twitter, non sono partiti da un modello di business, ma da un modello di relazioni sociali che i blog avevano esplorato a fondo. E sono stati così per servire quelle relazioni – con più semplicità dei blog – rimandando a data da destinarsi la valorizzazione monetaria: Facebook guadagna un po’ con la pubblicità, Twitter per ora neppure con quella.


Quei successi sono basati sull’ipotesi secondo la quale bisogna offrire un valore d’uso in cui poi cercare il valore monetario. E quel valore d’uso deriva dal servizio al bisogno fondamentale che la rete soddisfa meglio di ogni altro strumento di comunicazione: il bisogno delle persone di esprimersi e connettersi, donando tempo e idee per ricevere attenzione e reputazione. Uno scambio egoisticamente altruista, come insegnava l’antropologo Marcel Mauss, che dà ai partecipanti la possibilità di essere riconosciuti per quello che vogliono condividere di se pubblicamente, coltivando beni relazionali di nessun prezzo ma di grande valore per le persone.


Tutto questo pone problemi significativi agli interpreti dell’economia e ai gestori delle imprese. Problemi che non si risolvono in modo tradizionale. Non si risolvono, per esempio, pensando la gratuità in opposizione al pagamento, o il valore d’uso come alternativo al valore finanziario, o ancora l’innovazione tecnologica come possibile senza tener conto dell’innovazione sociale. L’avventò dell’epoca della conoscenza rigenera le ragioni di scambio, concentra il valore sull’immatériale e attribuisce qualità a ciò che ha senso.


In questo contesto, le relazioni tra le persone sono appunto generatrici di senso, dunque di valore, ma sono gratuite per definizione, anche se per svilupparsi hanno bisogno di piattaforme che costano. E chiaro che i gestori di queste piattaforme devono riuscire a farle fruttare anche monetariamente: ma non riusciranno a trovare un profitto se lo cercheranno in modo tale da mettere a repentaglio il valore d’uso, la qualità relazionale, l’innovazione sociale, che le loro piattaforme offrono, servono e abilitano.


Per questo, è fallito il tentativo, operato qualche tempo fa da Facebook, di monetizzare le relazioni personali trasformandole in troppo invadenti strumenti di marketing. L’innovazione nei- modelli di business, dunque, non può che essere radicale, profondamente rispettosa delle qualità di questi strumenti e consapevole che il valore è nelle persone molto più che nelle tecnologie.


Ebbene. Le novità si susseguono in rete al ritmo della creatività abilitata dalla tecnologia e trasformata in realtà dagli utenti. Qualunque strategia di chiusura, qualunque mossa aggressiva, qualunque tradimento dei principi della civiltà della convivenza che la rete ha favorito, per le piattaforme in questione si tradurrebbe in un boomerang. Che Cosa può invece avere un prezzo in questo contesto? I problemi di sicurezza, identità, privacy, la connessione con servizi a qualità necessariamente garantita come quelli delle banche online, lo sviluppo della reputazione delle persone che propongono servizi di e-commerce, sono tutti terreni di azione per servizi che possono essere pagati.
Se i social network dovessero davvero diventare la base operativa per i progetti da realizzare in crowdsourcing, la domanda di identità garantite e affidabilità riconosciuta può effettivamente trasformarsi in una disponibilità a pagare chi offra servizi tali da soddisfarla.


Se la formazione online, i servizi di traduzione, i consigli professionali e altre attività dovessero effettivamente trovare una nuova forma di sviluppo attraverso la rete, i social network ne sarebbero una base operativa importante. In generale, la fiducia, risorsa scarsissima e difficilmente rinnovabile, il cui valore cresce con l’approfondirsi della crisi congiunturale, si ricostruisce spesso proprio a partire dalle consolidate relazioni personali che molti riescono a sviluppare anche nei network sociali.


Ma tutto questo non è che l’inizio: la storia ricomincerà quando si ritroverà un equilibrio tra questi network sociali online e le reti di relazioni che si sviluppano nel territorio, la vera piattaforma che conta per la vita delle persone.


tratto da nòva 24 ora! del 18 dicembre 2008

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