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Il valore del talento nella professione

31/10/2012

Nelle Rp conta molto il valore aggiunto dato dalla motivazione delle persone. E’ importante valorizzare e formare i collaboratori per far emergere i talenti. Ne ha parlato _Daniele Salvaggio_ con _Emanuele Kettlitz_ e _Matteo Rosa_ a margine dell’incontro organizzato da Ferpi Giovani al Castello di Grumello nel luglio scorso.


Il talento è una forma di comunicazione, un algoritmo non sempre facile da identificare, cinquanta sfumature di colori nascosti che possono la fare la differenza. Negli ultimi anni si è assistito ad un lento e progressivo indebolimento del talento a scapito di una professionalità più usa e getta, meno legata a valori quali il merito, l’etica, la passione, la motivazione, la creatività. Il talento riesce ad esprimersi all’interno di un ecosistema dove organizzazione, lavoro di squadra, pianificazione e vision sono parte di un unico meccanismo.

In ogni professione, compresa quella del relatore pubblico, il valore aggiunto è dato dalla motivazione, dalla capacità di crescere innovando, dalla riscoperta di una cultura aziendale, basata sul senso di appartenenza, sulla vivacità creativa, sulla capacità di sapersi distinguere.
Tutto questo oggi è utopia anacronistica o possibilità da rilanciare?
Lo abbiamo chiesto ad Emanuele Kettlitz, consulente e formatore di comportamento organizzativo, e Matteo Rosa, Training Games Designer, che hanno progettato e condotto per Ferpi giovani, un fine settimana di training esperienziale presso il Castello di Grumello (Bg).

Oggi, quanto le imprese credono in progetti di valorizzazione e formazione per i giovani?
Poco, in molte; molto, in poche! Buona parte delle rimanenti la fanno per inerzia, perché “non si può non fare…” perché se no si perde il finanziamento…” In una fase di crisi come quella attuale, tutto è molto imprevedibile e senza più precise logiche. Purtroppo i giovani, soprattutto quelli più esposti alla precarietà, sono anche i meno coinvolti in progetti di formazione e valorizzazione interna.

Cosa significa a parer vostro avere talento? Come si scopre un talento e come lo si fa crescere?
Il talento è un dono – più frequente di quanto si possa credere – che però richiede un’intelligenza che permetta di farlo fruttare, che attivi al meglio le proprie potenzialità donate. Se il talento non viene soffocato, luccica! Il vero problema – oggi più che mai – è che il sistema sociale (scuola, famiglia, impresa, modello socioeconomico, etc.) tende a soffocare il talento e a farlo andare perso.

Secondo voi, il mondo del lavoro oggi a parità di scelta, preferisce optare per una risorsa esperta o un giovane talento?

A nostro avviso nel mondo del lavoro oggi, ha più mercato il cosiddetto “espertino”, una risorsa che ha già fatto qualche esperienza dando buone dimostrazioni di sé e delle sue competenze, ma non ha ancora raggiunto un livello alto di retribuzione, seniority ed aspettative.

La professione del comunicatore è cambiata rispetto al passato: il web ha disintermediato molto le fonti e ridotte le funzioni e le attività, la crisi ha stretto i budget, l’esternalizzazione dei servizi è stata una scelta spesso obbligata. In questa situazione, quante possibilità ci sono per un giovane di emergere e continuare a formarsi per crescere?
Non vi è dubbio che la situazione congiunturale di questi ultimi anni ha favorito l’esternalizzazione dei servizi, sia nella vecchia logica della make or buy sia nella nuova via dell’outsourcing (che comporta maggiore partnership con i fornitori). A nostro avviso, adesso più che mai, occorre puntare sulla “massa critica” interna che è in grado di incidere sul strategie e sul fatturato. Il fattore chiave del successo in qualche business – specie nei servizi – è ancora la valorizzazione delle risorse umane.

Ci spiegate l’attività da voi svolta e le migliori esperienze sino ad oggi riscontrate?

Ci occupiamo di aiutare persone e organizzazioni, a raggiungere maggiore consapevolezza delle proprie azioni e dell’effetto che esse producono, evidenziando gli opportuni accorgimenti per migliorare – dove migliorare può essere fare di più, ma anche fare diversamente, fare meno fatica.
Inevitabile quindi fare formazione – per la quale adottiamo un approccio esperienziale, differenziando modalità, ambiti e setting (gioco, teatro, cooking), in funzione del problema posto dal Cliente. Siamo in grado anche di sviluppare sistemi e processi di supporto alle HR e accompagnare i clienti in percorsi di consulenza individuale, oggi coaching, la nuova moda o tendenza emergente. Fra tante esperienze realizzate negli ultimi anni insieme, ci piace evidenziare “Arlecchino, servitore di tre padroni”, perché lo riteniamo un format molto innovativo, formativo ed efficace anche in ambiti molto diversi (dall’hotellerie di lusso agli ospedali, dai Master di Counseling e Sviluppo Organizzativo alle HR all’IT Department di una compagnia di navigazione). Si utilizza la Commedia dell’Arte sia come analogia sia come ambientazione, per lavorare sulla cura delle persone e degli obiettivi che deve raggiungere. Un altro elemento distintivo nel nostro fare formazione, è l’uso del gioco, non solo perché apprendere e far apprendere divertendosi è sicuramente più bello ed efficace, ma perché il gioco è stato in tutti noi una delle prime fonti di esperienza e questo offre delle opportunità.

Comunicare, vuol dire relazionarsi, il che presuppone che gli stakeholder di riferimento siano le Persone. In un contesto lavorativo come è cambiato, se è cambiato, il modo di relazionarsi tra le persone? I migliori successi oggi si ottengono con un team affiatato e ben coordinato oppure semplicemente attraverso strategie più legate all’intuizione e alla scaltrezza dei singoli?

Diciamo subito che l’innamoramento per il teambuilding/working degli ultimi anni oggi è un po’ passato. Ora si tende a scegliere prima, se lavorare singolarmente oppure in team. Quello che sembra contare di più adesso, è la capacità di mettere in rete le competenze ed esperienze.

Che impressione avete avuto di Ferpi?
Abbiamo notato un senso di appartenenza all’associazione più legato al valore del gruppo come persone e non, come accade in altre realtà associative, al prestigio di un titolo o di un contesto riconosciuto. Ci è sembrata una realtà vivace e molto intraprendente.

Ci raccontate alcune singolarità percepite in occasione del weekend Ferpi a Grumello?
A Grumello abbiamo percepito una sensazione non così facile da ricavare, specie quando si tratta di una prima esperienza. Abbiamo notato una grande disponibilità dei partecipanti e la loro esplicita richiesta a “fare di più” prendendosi maggiori tempo e responsabilità” rispetto alla scaletta programmata. I giovani Ferpi hanno “tenuto sveglio” lo staff ben oltre le ore/occasioni programmate ed è stata una bellissima e divertente sfida.

L’unico neo è stato il mancato debriefing tutti insieme, a caldo… Indicatore del buon lavoro svolto è stata la richiesta ed esecuzione di un debrief posticipato e via web al rientro delle vacanze. Per noi dare continuità al progetto-evento con altre modalità che accompagnino nella cambia-azione è fondamentale, anche questo è stato per molto tempo un nostro elemento distintivo che oggi è spesso messo in crisi.
A proposito del Castello di Grumello, qual è la sua storia?

Il Castello di Grumello offre delle caratteristiche vincenti legate alla sua storia, all’attività di produzione enologica, alla sua struttura della location e all’attenzione verso la propria clientela da parte di tutto lo staff, a partire dalla titolare Cristina Kettlitz, dai consulenti Emanuele Kettlitz, Matteo Rosa e tutti i loro colleghi/collaboratori.

Per chiudere, oggi per emergere ed avere l’opportunità di esprimere il proprio talento, cosa serve?

Rispetto a ciò che oggi viene proposto come variabile di successo – ci riferiamo in particolare al sistema di relazioni e alla grande esigenza di essere visibili – noi abbiamo sempre pensato, sia per vini e location di Grumello sia per l’attività di formazione e consulenza che svolgiamo, che ciò che conta è avere un’alta qualità del processo e del prodotto/servizio abbinati ad una grande capacità di ascolto del Cliente e dei suoi bisogni e – non ultimo – una certa dose di understatement, anche a rischio di essere considerati un po’ snob. Ci sembra siano stati elementi che hanno funzionato e sono piaciuti anche in Ferpi.

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