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Il web del 2013

11/01/2013

Ha ancora senso parlare di “Internet”? Uno sguardo ad ampio raggio sui cambiamenti che la Rete apporterà all’industria culturale nell’anno appena iniziato.

di Giuseppe Granieri
Nel 2012, scriveva qualche giorno fa Bruce Sterling nella sua conversazione annuale con Jon Lebkowsky sullo Stato del Mondo, ha cominciato ad avere sempre meno senso parlare di “internet”. Mentre ha sempre più senso studiare Google, Apple, Facebook, Amazon and Microsoft. Questi cinque giganti americani stanno ridisegnando il mondo a propria immagine e somiglianza.
Da un altro punto di vista è un aspetto che abbiamo già toccato nei precedenti articoli di questa serie di inizio anno. Internet – o in generale le tecnologie digitali – stanno diventando sempre più trasparenti, sempre più incorporate nella nostra vita quotidiana. La diffusione degli smartphone ha dato un’ulteriore accelerazione a questo processo, spostando piano piano nella logica always on molte persone che potenzialmente non avevano dimestichezza con la tecnologia (e l’interfaccia) del computer. Né con le logiche del digitale, dai social network all’accesso alle informazioni.
In questo 2013, leggendo quanto si scrive negli USA, potremo osservare moltissime tendenze. Alcune sono meramente tecnologiche, di sviluppo e di rinnovamento. Altre, invece, sono tendenze di innovazione: tecnologie che potrebbero portare degli effetti dirompenti sul nostro modo di pensare e di accedere alla conoscenza. Tra queste, forse, una soprattutto. I famosi occhiali di Google (e tutta la linea dei cosiddetti wearable computer) potrebbero segnare un passo avanti importante nell’evoluzione del nostro rapporto con la tecnologia. La «realtà aumentata», l’aggiunta di un layer di informazioni al mondo reale, l’accesso «differente» alla capacità di calcolo, la disponibilità di connessione ubiqua: sono tutti fattori che possono portare a impatti sociali e culturali ancora difficili da immaginare.
Ma, al di là delle tendenze meramente tecnologiche, è forse più interessante guardare agli effetti che queste continue innovazioni portano sul modo in cui funziona la nostra cultura. E su come l’industria culturale dovrà inseguire il mondo che cambia.
Proviamo a vedere nel dettaglio i cambiamenti principali.
Giornalismo
Il modo in cui i media ci raccontano il mondo è una delle questioni più delicate per la nostra vita quotidiana. Il 90% delle informazioni che utilizziamo per prendere le nostre decisioni è di seconda mano: ci viene da quello che riusciamo a capire della complessità intorno a noi.
Negli ultimi anni è cambiato tantissimo l’approccio. Prima guardavamo uno o due telegiornali, o compravamo un quotidiano. Oggi siamo immersi in un flusso continuo di informazioni e già molti di noi non selezionano più «quello che è importante sapere» sulla base della gerarchia delle notizie che ci danno le grandi testate. Piuttosto lo decidiamo in base a quanto emerge dallo «sguardo» delle persone che decidiamo di seguire. In un contesto simile il giornalista, in quanto voce, è spesso più importante della testata. Decidiamo se fidarci di lui, se considerarlo una voce che non condividiamo ma che ci apre la mente, eccetera. È uno dei cardini su cui sta cambiando il mestiere. Ma c’è dietro, e se ne parla da anni, anche un problema industriale. Con il digitale va ripensato il prodotto giornalistico e va costruito un modello di business che sia coerente con la grammatica di un mondo connesso.
Nel 2013 sarà interessante osservare quali equilibri si creeranno e quali sperimentazioni porteranno risultati interessanti.
Libri
Qualche tempo fa – e lo cito spesso – Richard Nash, uno dei maggiori visionari dell’editoria, mi raccontò la situazione con molta efficacia:
In futuro difficilmente si faranno soldi vendendo contenuti.
Negli USA la diffusione del libro digitale è qualche passo avanti rispetto all’Europa. Ma facilmente vedremo quest’anno – anche in Italia – svilupparsi le tendenze note. Ci saranno sempre più libri pubblicati (grazie al self publishing digitale), aumenterà la concorrenza, la pressione verso il basso sui prezzi degli ebook sarà sempre più forte e i margini per gli editori (e per gli autori) caleranno.
L’adozione del libro digitale è una tendenza che non si invertirà. Potrà essere più o meno veloce – e questo dipende da molti fattori abilitanti, non ultimo quelli culturali – ma va osservata con attenzione.
Fotografia
Scriveva Robert Niles tempo fa: Ovunque ci siano alte barriere di accesso, ovvero costi, attrezzature e qualsiasi altra cosa che impedisce alla gente di produrre e distribuire contenuti, c’è un’industria pronta per la disruption. Ovunque qualcuno sta facendo denaro controllando l’accesso all’informazione e provando a venderla, c’è un luogo in cui la gente perderà posti di lavoro nel prossimo futuro.
Vale per il giornalismo, vale per l’editoria libraria. La fotografia non farà eccezione.
La diffusione degli smartphone (ancora) con fotocamere sempre disponibili e la capacità di produrre immagini di qualità sempre migliore è un fattore dirompente. Ma con la facilità di condividere le foto in tempo reale, con gli amici o su applicazioni di grande successo (da Instagram a Pinterest) ridisegna la nostra idea di fotografia, rendendola un’esperienza e non più la documentazione di un ricordo.
Anche su questo fronte vedremo cose interessanti.
Educazione
Qui in Italia potrebbe sembrare persino eccessivo collegare l’idea di innovazione al mondo dell’istruzione, penalizzato da troppi anni di trascuratezza negli investimenti e nell’attenzione politica. Ma negli Stati Uniti l’educazione online, con i MOOC& e piattaforme molto evolute, sta segnando il passo. Questa è una tendenza da osservare e da studiare, per aprirci la mente a nuove possibilità.
Politica
Twitter sta diventando onnipresente. È un backchannel nelle trasmissioni televisive, è spesso citato sui giornali e nei TG, è diventato il luogo in cui passa buona parte della conversazione politica. La frase che ascoltiamo sempre più spesso (Tizio ha dichiarato su Twitter) è uno dei segnali della profonda disintermediazione che sta vivendo la politica. Non passa più solo dai giornalisti che ce la raccontano, è entrata in una nuova dimensione pubblica gestita in autonomia.
Nei giorni scorsi ha fatto notizia il real time di Monti. Ma in questa campagna elettorale sarà interessantissimo seguire – con i pro e i contro – i nuovi canoni del dibattito politico. Come stimolo, dato che oltreoceano sono sempre un po’ in anticipo, puoi leggere questo articolo di Joshua Pringle che racconta come il giornalismo politico stia venendo disassemblato. Il titolo è Political Journalism in the Electronic Age.
Sicuramente non si può riassumere la complessità di quello che sta accadendo in un solo articolo. Questi sono solo degli spunti di riflessione, che gravitano intorno al vero punto. Oggi, se vuoi capire il mondo contemporaneo, non puoi mai smetterlo di studiarlo. E non puoi abdicare alla tua responsabilità di farlo.
Così per chiudere, facciamo nostro il consiglio di Jay Kinghorn: Dobbiamo imparare a non pretendere di avere tutte le risposte (cosa impossibile), ma piuttosto a costruirci un metodo utile a trovare le risposte che ci servono (cosa possibile).
Fonte: Apogeo on line

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