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La comunicazione crea valore?

15/05/2012

Negli ultimi decenni, chiunque abbia lavorato nel mondo della comunicazione ha partecipato alla costruzione di un modello economico e sociale il cui obiettivo era “colonizzare” i tempi di vita e i parametri di giudizio delle persone. Ma quale è stato il risultato? Un generale impoverimento relazionale. I comunicatori sapranno affrontare questo declino? Continua l’analisi di _Biagio Carrano_ sul tema.

di Biagio Carrano
Comunicazione e biocapitalismo sono strettamente interrelati poiché non sarebbe stato possibile mettere in pratica le tecniche di sfruttamento biocapitalistico senza la promozione e la diffusione di un sistema di persuasione capace di spingere i soggetti a mettere a valore i loro interessi privati, le loro relazioni sociali, il loro vissuto psichico, in una parola: le loro identità.
Il bios e psiche sono state le ultime frontiere da conquistare di un capitalismo alla ricerca costante di una redditività del capitale sempre maggiore, raggiungibile o attraverso la matematica dei derivati o attraverso un induzione di senso su oggetti e pratiche capace di sganciare definitivamente gli stessi da ogni parametro oggettivo di valore.
Negli ultimi decenni, in maniera consapevole o meno, quasi chiunque abbia lavorato nel mondo della comunicazione ha partecipato alla costruzione di un modello economico e sociale il cui obiettivo è stato e resta quello di sfruttare in contemporanea la digitalizzazione dei beni, la pervasività delle tecnologie della comunicazione, l’incremento del livello di conoscenza dei soggetti e il loro istinto per la socialità per colonizzare i tempi di vita e i parametri di giudizio (diciamo pure i valori) di centinaia di migliaia di persone nelle nazioni più evolute della terra. E quale è stato il risultato? Gran parte delle vite coinvolte in questa fabbrica transnazionale di conoscenza e relazioni hanno subito un impoverimento relazionale, culturale ed economico di cui spesso hanno preso contezza solo grazie alla crisi attuale.
Allora ci si accorge che vi è un continuum di tecniche e strumenti che vanno dalla reperibilità totale offerta dal cellulare all’utilizzo del proprio privato pur essere visibili su Facebook: tutte queste sono al contempo forme di comando biocapitalistico sulle identità degli individui, i quali “esistono” solo in quanto e fin quando inseriti in una rete di legami capaci di valorizzare il loro vissuto e le loro competenze. Il valore nasce dai tempi di vita, dall’esperienze di vita, dal proprio vissuto psichico messo a disposizione di un’impresa, sia essa datrice di lavoro o azienda creatrice di un media socializzante.
Al centro di tutto vi è la necessità di massimizzare il valore per gli azionisti. E l’imminente quotazione di Facebook per 100 miliardi di dollari non rappresenta in maniera palmare questa nuova fase in cui la massimizzazione del profitto per gli azionisti diventa intimamente legata alla messa a valore del vissuto delle persone?
Di fronte alla crisi tutti coloro che fanno comunicazione dovrebbero chiedersi: per chi ha creato valore la comunicazione in questi anni? Per i committenti, certo, qualche volta anche per i comunicatori stessi, meno spesso per i fruitori della medesima ma tutto è confluito nell’esaltazione di un assetto sociale ed economico la cui crisi corrode gradualmente, dal basso verso l’alto, le certezze di strati sociali che mai si sarebbero immaginati a rischio.
Allora mi chiedo se i comunicatori non debbano lasciarsi alle spalle i dibattiti triti tra advocacy e trasparency e avere il coraggio di immaginare nuovi parametri e nuovi valori necessari per affrontare declino, decrescita e impoverimento generalizzato come anche la costruzione di nuovi percorsi di vita scevri o almeno parzialmente protetti dallo sfruttamento biocapitalistico.
In Italia mi sovviene solo il nome di Simone Perotti se penso a qualcuno capace di riguadagnare se stesso rinunciando alla carriera e alla fascinazione della manipolazione da cui tanti comunicatori sono attratti. Vi è una modernità che sa usare i media sociali senza farsene vampirizzare. E vi sono delle vie di fuga, quali la cultura slow e i modelli di downshifting diffusi proprio da Perotti. Ma ce ne sono altri che devono essere ancora sviluppati, argomentati, fatti conoscere. I limiti del pensiero pensabile, come dice Chomsky, devono essere oggi più che mai oltrepassati.
La comunicazione sarà capace di farlo? Saprà diffondere questi nuovi valori, alternativi oggi ma forse essenziali per sopravvivere al futuro?

Tratto da L’Immateriale

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