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La crisi di identità del Nordest

04/04/2012

Non solo l’economia ma la stessa identità del Nordest stanno attraversando un momento di stallo, un tempo in cui il “motore” d’Italia non sembra più in grado di raccontare se stesso. E’ quanto è emerso dalle parole di _Daniele Marini,_ direttore scientifico della Fondazione Nordest, a margine dell’incontro organizzato in collaborazione con Ferpi Triveneto.

di Andrea Ferrazzi
Oltre a quella economica, c’è un’altra crisi che affligge il Nordest. Da più tempo e in modo più profondo. E’ la crisi d’identità. Di un territorio che non sa e non riesce a raccontare se stesso, che nonostante i tanti sforzi resta vittima di pregiudizi e luoghi comuni, che comunica poco e male con il resto del paese e pure con chi qui vive e lavora. Il Nordest questo sconosciuto, verrebbe da dire. Nonostante le tonnellate di studi, analisi e ricerche. Nonostante i molti tentativi di costruire un’immagine più realistica di questo angolo d’Italia, troppe volte vittima di opinioni approssimative. Lo diceva, ancora nel gennaio del 2004, il compianto Giorgio Lago: “Non se ne può più di certe caricature, un giorno il Nordest con i schèi anche nell’aorta e un giorno povero in canna. Fino all’altro ieri «locomotiva» proiettata su almeno vent’anni di sviluppo e di benessere; all’improvviso «modello» da buttare tra i rifiuti solidi del territorio”. Da allora poco o nulla è cambiato.
Due esempi sono emblematici della difficoltà del Nordest a raccontare se stesso, e non solo agli altri. Il primo lo racconta Daniele Marini, docente all’Università di Padova e direttore scientifico della Fondazione Nordest e autore di un agile e importante volume su questo tema, (Innovatori di Confine, i percorsi del nuovo Nordest. Intervistato sui numerosi casi di imprenditori morti suicidi, il professore spiega al giornalista come questo sia un territorio “laburista”, nel senso che la società “ha nel suo dna costitutivo il lavoro come fattore identitario”. Ricorda che qui gli imprenditori sono spesso ex operai che si sono messi in proprio, assumendo parenti, amici ed ex colleghi: in queste condizioni il fallimento travalica la sfera economica ed investe in pieno quella privata, perché vita e lavoro si intrecciano in modo indissolubile. A quel punto, il giornalista domanda: ma allora esistono padroni buoni? L’intervistato capisce così che le spiegazioni non sono sufficienti ad abbattere certi pregiudizi culturali, soprattutto se poggiano su radicati schemi novecenteschi. Il secondo episodio l’ho vissuto sulla mia pelle e conferma che le caratteristiche messe in risalto da Daniele Marini nella citata intervista sfuggono anche a chi opera nel Nordest. Discutendo di un’azienda in crisi con un dirigente di un’importante istituto di credito, mi sono sentito dire, con disarmante leggerezza: in queste condizioni il fallimento è la soluzione migliore, si traccia una linea netta con il passato e si guarda avanti. Possibile, mi sono chiesto, che nemmeno chi è quotidianamente a contatto con gli imprenditori nordestini si rende conto che il fallimento, prima ancora che economico, è personale e sociale? Per dirla ancora con le parole di Giorgio Lago, “se qui diventa utile ricordare le cose più banali e ovvie, vuol dire che qualche dato di fatto viene a turno sottovalutato o, peggio, dimenticato nell’orgia dei luoghi comuni”.
Il punto è che, in questo momento, per il Nordest raccontarsi è ancora più difficile. Perché sta cambiando pelle. La vecchia si sta staccando, essiccata dal sole della globalizzazione e del vento della crisi economica. Sotto sta spuntando quella nuova.
Diversa, ma non ancora pienamente visibile. Eppure qualche aspetto di novità si può cogliere, come giustamente spiega Daniele Marini nel suo libro. Ne cito uno: la nuova reciprocità tra imprese e sviluppo, con il passaggio da una responsabilità sociale d’impresa implicita ad una esplicita, attraverso “iniziative volte a consolidare un rapporto con il territorio e la società in cui sono inserite”. Sino a qualche anno fa, “alla presenza di un’industria era immediatamente associata l’idea di benessere di cui essa era portatrice”. Da qualche tempo questo assioma è messo in discussione, “perché si guarda con maggiore attenzione all’aspetto ambientale, all’inquinamento, all’intasamento del territorio, al traffico”. “Di qui – scrive Daniele Marini – la necessità di porre al centro della riflessione le condizioni per ripristinare una relazione positiva fra industria e sviluppo: rendendo esplicita la responsabilità e il valore sociale dell’impresa”. Una sfida fondamentale, questa, perché è (anche) qui che si gioca il futuro del Nordest: nella definizione di un nuovo rapporto tra imprese e territorio, tra società ed economia.
Per iniziare a capire le metamorfosi di quest’angolo del paese, la lettura del libro del direttore scientifico della Fondazione Nordest è dunque importante. E lo è ancora di più per chi è chiamato, in qualche modo, a scrivere un nuovo capitolo della storia del Nordest. O, più semplicemente, a raccontarlo, evitando di inciampare nei vecchi (e nuovi) luoghi comuni. A tal fine, potrebbe anche essere utile istituire una Giornata bianca del Nordest. Magari il primo settembre, data di nascita di Giorgio Lago, vale a dire di colui che il Nordest lo ha in un certo senso inventato.

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