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La non-comunicazione fra ricerca e imprenditori

16/05/2006

La Delegata di Ferpi Toscana, Laura Calciolari, racconta la sua sconfortante avventura per denunciare il problema della (non) comunicazione dell'innovazione.

A Bologna venerdì 12 maggio 2006 ho visitato il salone "Research to business" che, nell'intento degli organizzatori, doveva promuovere l'incontro tra offerta e domanda di ricerca/innovazione.Sappiamo tutti quanto sia problematico il dialogo tra ricerca e impresa ma è stato dopo aver parlato con ricercatori, consorzi di ricerca, imprenditori che offrono prodotti a contenuto tecnologico e imprenditori che vorrebbero "innovarsi" che ho toccato con mano l'abisso che divide queste due entità.Girando tra gli stand la sensazione è stata quella di trovarsi di fronte a una serie di libri senza titolo né copertina poiché solo chiedendo espressamente "Scusi, voi cosa fate?" era possibile avere un'idea vaga del tipo di espositore. E dico idea vaga perché la risposta equivaleva all'ascolto degli ultimi 5 minuti di un comunicato stampa iniziato da almeno due ore.Lucidi esplicativi (rigorosamente in inglese) avrebbero dovuto essere di supporto per una veloce comprensione, ma la rapidità delle parole pronunciate e lo scorrimento a velocità sub-sonica delle tabelle al computer non permetteva né di ascoltare le parole né di leggere lo scritto.Nel dubbio di essere una ritardata mentale, dopo tre esperienze tutte simili, ho deciso di accodarmi a due imprenditori veneti e seguirli. Dopo il primo stand il signore di circa 55 anni dice al compagno trentenne: "Tu hai capito qualcosa?" e l'altro scuote la testa. Dopo il secondo stand quello giovane dice all'altro "Ma sta roba xe solo per universitari no la xe  per imprenditori, xe mejo andar".A questo punto mi concedo prendo una pausa caffè. Al bar faccio conoscenza con un ingegnere di Genova  che fa parte di un Consorzio che raggruppa ricercatori provenienti da 11 Università italiane e gli lancio una sfida: riuscire a capire cosa stanno presentando gli espositori.Il risultato? Identico al mio e a quello dei due imprenditori veneti.Cosa stava accadendo?Gli espositori si rivolgevano ai visitatori dando per scontate cose che non lo erano affatto:A)  Tutti conoscevano perfettamente l'inglese e in particolare quello tecnico-scientifico.     (Le statistiche rilevano che solo il 3% degli imprenditori italiani lo conosce).B)   Gli espositori omettevano di presentarsi personalmente e non chiedevano una presentazione all'interlocutore (ricercatore, imprenditore, docente, consulente e via dicendo), per trovare un piano di comunicazione valido, e, cosa ancor più escludente, iniziavano a parlare dando per scontato che l'altro sapesse quello che loro sapevano;C)   Raccontavano solo l'epilogo del loro prodotto.
Esempio: "Questo consente di testare materiali con macchinari che stanno in un laboratorio lontano dalla sua sede" facendo seguire la spiegazione dettagliata dei grafici che si vedevano muovere sullo schermo del computer,  però senza dire dove dovevano stare i materiali da testare (nella mia sede o presso il laboratorio esterno), se serviva un'interfaccia meccanica o software; di quali materiali si trattava (strutture tridimensionali variabili o fisse, fluidi, liquidi...) se i test erano strutturali, di funzionamento, di composizione secondo uno standard e così via.Gli imprenditori in visita con i quali ho parlato hanno ammesso di aver provato delusione per aver girato tra gli stand "senza capire cosa c'era", frustrazione per non conoscere l'inglese, senso di profonda inadeguatezza rispetto agli espositori, amarezza e preoccupazione per il futuro. Due imprenditori, anche se con parole diverse, hanno aggiunto "cosa vuole, anche se ho disponibilità economiche, oggi ho capito che sono troppo ignorante per pensare di fare qualcosa di diverso da quello che so fare".Non la pensa così un gruppo di ricercatori presenti a Bologna che nel 2005 ha ottenuto oltre 30 milioni di finanziamenti dalla UE e che si è dichiarato molto soddisfatto del successo ottenuto e alla mia domanda: "Successo riferito ai finanziamenti ottenuti oppure ai risultati di ricerca?" ha risposto "Per i finanziamenti ovviamente!"Dopo quanto sperimentato a Bologna mi domando se sarà mai possibile che ricerca e innovazione possano dialogare con gli imprenditori per riuscire poi a lavorare insieme. Infatti risulta palese che le attività dei ricercatori solo in teoria sono rivolte al mondo produttivo, in realtà la loro ambizione professionale è quella di misurarsi con la comunità scientifica internazionale poiché si sentono a loro agio solo tra pari ed è in quel contesto che essi cercano riconoscimenti e tributi di stima.Ma queste aspirazioni, seppur legittime, stanno trattenendo il mondo della ricerca in ambiti rarefatti e fortemente autoreferenzianti che contribuiscono allo sviluppo economico in misura troppo marginale rispetto alle necessità e alle attese degli imprenditori. E' quindi conseguenza reale che fino a quando i "cervelli" non riusciranno a comunicare in modo adeguato con le "braccia" la finanza degli imprenditori non uscirà dal caveau e continueremo ad assistere non solo ad una obsolescenza marcata di prodotti e processi,  ma anche delle idee.Così questa non-comunicazione, questa non-relazione tra i pubblico e il privato, tra il mondo della ricerca e quello dell'economia, sta generando costi elevatissimi per i quali non può esistere una fonte di ricavi ma solo una previsione di costi ancora più elevati.Allora mi viene un dubbio: sarà per tagliare questi costi che nell'ultima finanziaria sono stati tagliati anche i fondi per le relazioni pubbliche?
Laura Calciolari
 

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