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La svolta di Sun Tsu: una parola più del bot

27/03/2017

Rita_Palumbo

Viviamo nell’era del data. Da almeno 30 anni, siamo in grado di accedere, catalogare, ed elaborare masse di dati che fino a qualche lustro prima erano inimmaginabili. La miniaturizzazione del calcolo sta oggi disintermediando il mondo. I comunicatori non possono non constatare come i mondi elitari stiano vivendo una eclisse di reputation e di funzionalità. Ma crisi significa anche opportunità. La riflessione di Michele Mezza, ospite di questa settimana della rubrica di Rita Palumbo.

di Michele Mezza, Direttore di PollicinAcademy, Centro ricerca degli alfabeti del mobile



Ogni giorno nel mondo si producono, almeno fino alla prima settimana di marzo 2017, 2,5 milioni di terabyte, equivalenti a 400 miliardi di copie di Guerra e Pace, oppure a 10 volte quanto è stato stampato nel mondo fino al 2007. Il dato ci viene dalla Fondazione ISI (Istituto di Interscambio Scientifico di Torino).

È una delle tante conferme che viviamo ormai nell’era del data. Un’ era iniziata almeno da un secolo, con le forme di trattamento di grandi masse di dati che  hanno permesso  la calcolabilità di fenomeni e circostanze fino ad allora inimmaginabili, dalla teoria della relatività alla fisica dei quanti. Ma la svolta che ha dato una nuova qualità al fenomeno riguarda il decentramento della potenza di calcolo all’individuo.

A cambiare la nostra storia, e anche i nostri mestieri di mediatori, è proprio il fatto che da almeno 30 anni, ognuno degli abitanti del pianeta è oggi in grado di accedere, catalogare, ed elaborare masse di dati che fino a qualche lustro prima erano esclusivamente di competenza di grandi apparati statali o di giganteschi uffici aziendali.

La miniaturizzazione del calcolo, con l’accessibilità e l’usabilità di ogni forma di combinazione e proiezione sta oggi disintermediando il mondo.

Proprio chi si trova all’intersezione delle mediazioni per antonomasia, come sono i professionisti delle relazioni pubbliche, che si rivolgono a giornalisti, amministratori, imprenditori, e consulenti, non possono non constatare come questi mondi elitari oggi vivano una eclisse di reputation e di funzionalità.

Arroccarsi nella trincea della qualità e dell’affidabilità, come si è tentato nel sistema dell’informazione, non mi pare che possa assicurare nemmeno un prolungamento dell’agonia.

Il processo non è una congiuntura, è un destino. Ma come tutte le crisi, come ben sanno i linguisti cinesi, anche l’attuale mediamorfosi presenta insieme ad aspetti distruttivi opportunità e ambizioni.

Infatti il trend di trasformazione si presenta con inedite caratteristiche di instabilità. L’orologio del cambiamento ormai si è sintonizzato, anche per le più elementari circostanze e soluzioni sulla legge di Moore, che prevede ogni 18 mesi il raddoppio della capacità di calcolo con una tendenza decrescente dei costi.

Oggi stiamo scendendo sotto i 12 mesi per verificare i cambi strutturali. Per rimanere all’esempio che abbiamo citato all’inizio, la quantità e pervasività dei dati, ci basti dire che oggi siamo già nel pieno della cosiddetta Internet delle cose, che ci porterà nel prossimo anno a dialogare in rete con almeno 50 miliardi di oggetti. Ma già oggi siamo alle prese con relazioni artificiali, se pensiamo che  secondo quanto calcolato da Incapsula nel suo periodico Bot Traffic Report: ogni giorno almeno un account su 10 in Twitter è gestito da un agente intelligente e nell’intera rete ormai il 51, 8 % dello scambio dati è generato da sistemi artificiali. Proprio il sito di Incapsula è di per sé un’esperienza: provate a cliccarci e subito vi troverete  a dialogare con una ridente chatbot che vi risponde ad ogni genere di domande, ovviamente solo nel campo professionale).

Questi dati ci dicono che i nuovi consulenti saranno i bot. Infatti sempre più aziende e soggetti professionali si stanno appoggiando a chat bot per gestire e sbrigare funzioni che erano precedentemente affidate a competenze esterne (marketing, relazioni con la clientela, promozioni virali).

Così come oggi i nuovi giornalisti sono boat dell’Associated Press che da un anno curano tutti i report di economia, o i nuovi medici di base sono Bot come già si stanno sperimentando al S. Raffaele di Milano, e i nuovi avvocati bot già operano a S. Francisco e Los Angeles).Tutto questo  in una concezione nuova dove, come direbbe il filosofo francese Michel Serres, il pollice vince sull’indice. Cioè l’interattività dello smartphone sostituisce ed estende l’interattività del computer. Parlare a chi è in mobilità significa contendere attenzione ma anche influenzare meglio decisioni. In tutti questi casi non significa certo che le categorie investite dai processi di digitalizzazione spariscono, ma mutano , a volta radicalmente, profili, organizzazione, culture e modalità professionali.

Il combinato disposto fra il decentramento dei saperi e l’accessibilità a competenze specialistiche spinge i profili dell’erogazione di saperi in ambiti più complessi e strategici. La più grande dimostrazione la possiamo osservare nell’attività più estrema e discrezionale: la guerra. Oggi i combattimenti e le operazioni militari sono, nella gamma delle esperienze degli ultimi conflitti, per il 65% automatizzate. L’ingaggio, l’individuazione del nemico, l’esplorazione del terreno conteso, l’intercettamento e perfino ora l’occupazione del territorio è ormai affare di robot, sotto varie forme, mentre  gli umani sono dedicati alla strategia, coordinamento, orchestrazione e logistica.

Solo una funzione rimane esclusivamente umana al momento: il contrasto primario. Quello che John Arguilla, già consulente strategico del Presidente Obama definiva:” la scelta di Sun Tsu digitale, per cui per battere un network ci vuole un altro network, eguale ma contrario in senso e intelligenza”. Questa scelta di un Sun Tsu digitale è oggi la sintesi della consulenza pregiata.

Se il mio cliente si trova dinanzi un sistema linguistico e relazionale di grande efficacia, gestito da un bot, devo proporre  forme e culture  per rovesciare l’algoritmo dell’avversario o dell’interlocutore. Devo disporre di un data set più ampio e variegato del mio concorrente. E soprattutto devo interrogarlo meglio. Un esempio che potrebbe spiegare cosa intendo per una nuova fase delle relazioni strategiche ci viene dalle elezioni americane. Donald Trump ha dimostrato, con i suoi consulenti, di aver usato i big data meglio degli stessi padroni dei big data, come Google o Facebook , che fino a due settimane dal voto erano sicuri della sua sconfitta. La differenza, lo spiegano i tecnici di Analytica, la società inglese che ha affiancato Trump, sono le domande che si fanno ai data: è quella la fase in cui si acquisisce valore.

Per concludere io penso che si debba riflettere su questo scenario: in un tempo di autorganizzazione dei saperi, vendere conoscenza significa proporre domande migliori, con algoritmi migliori, in ambienti coerenti. Operativamente: più formazione, più creatività, e anche più consulenti dei consulenti. Per sapere una parola più del bot.

 

 

 

 

 

 

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