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L’ansia dei media: meta-notizie e silenzio stampa

31/12/2008

Le dinamiche che sono dietro la tematizzazione di un evento da parte dei media nell'analisi di Tonino Bettanini, Consigliere per la comunicazione del Ministro degli Esteri Franco Frattini, sviluppata alla recente Conferenza degli Ambasciatori tenutasi a Roma alla vigilia di Natale 2008.

Con l’espressione “l’ansia dei media” intendo descrivere la condizione generata dal momento improvviso in cui un evento critico viene tematizzato, diventa cioè “notiziabile”, e apre quindi la strada e la caccia alla concorrenza tra media, per individuare la migliore fonte di informazione che ci permetta di raccontarlo al meglio o nel modo più informato. Mi riferisco principalmente a eventi e situazioni di crisi dove sia in gioco la vita di nostri connazionali (rapimenti, etc.).


L’ansia dei media scatena dunque una ricerca affannosa di fonti di informazione e una caccia alle informazioni. Si tratta di una condizione comprensibile perché è appunto professionalmente determinata dal compito e dalla missione di informare l’opinione pubblica, dal timore di non raggiungere la fonte giusta o di non trovare nella fonte la giusta cooperazione (e dal tremore di non avere avuto da quella fonte, una volta trovata, tutti gli elementi rilevanti, dal tremore, anche perché qualche media concorrente avrebbe potuto avere di più) e infine dall’ambizione che ogni operatore dell’informazione deve legittimamente avere, di voler cioè essere all’altezza del proprio ruolo e dell’eccellenza soprattutto raccontando una storia densa di emozioni e di tensioni, una storia che ci porta alle radici del giornalismo, del suo fascino professionale. Tale è il mondo, purtroppo, dei rapimenti.
Questi elementi strutturali – che vanno a comporre il quadro dell’“ansia dei media” – debbono essere conosciuti, rispettati e governati da noi, da noi in quanto fonti istituzionali.


1. Un primo aspetto con cui confrontarsi quindi è quello di informare-e-formare la rete diplomatica a questa realtà-eventualità per corroborare la psicologia di chi affronti, dall’interno della rete, i media e la situazione di crisi (in parte lo facciamo: lo sta facendo il Ministro con i suoi messaggi, lo fa l’Unità di crisi facendo circolare materiali di formazione-auto-formazione. E una nuova prospettiva si apre dopo la firma del Protocollo di Intesa tra Mae e Rai, Rai Newco International soprattutto per il versante web tv capace di offrire una formazione altamente innovativa, il t-learning).


2. Un secondo aspetto (da noi già recepito, ma non esplicitato a mio parere anche nella formazione della rete diplomatica tout-court) è che la comunicazione è parte integrante e decisiva della gestione della crisi, non è una sua appendice o una sua ciliegina (più o meno dolce o avvelenata) da aggiungere ad una torta già preparata. E questo è un argomento generale: comunicazione e amministrazione/gestione sono due facce della stessa medaglia.


3. In questa logica, a mio parere, noi dobbiamo promuovere (attenti con cura a rispettare le catene di comando e comunicazione, vero e proprio baluardo appunto non solo della comunicazione di crisi ma appunto della gestione stessa della crisi) una formazione-consapevolezza che si traduca in proattività. La comunicazione insomma non è un fastidio o un rischio di incidente per la carriera.


4. Dai punti precedenti deriva quindi che l’ansia dei media (con tutti i suoi aspetti strutturali) impone alla fonte istituzionale di non negarsi. Al contrario: di assumere la responsabilità di mettersi al centro della scena e governare il flusso delle informazioni.
(Naturalmente questo vale anche in situazioni in cui comunque siano numerose le fonti – coinvolgendo diverse nazionalità ed il tempo h 24 ormai di reti e notiziari: si pensi ad esempio ad uno degli ultimi rapimenti di turisti di diverse nazionalità, tra cui italiani, in Egitto che ha poi coinvolto altri Stati limitrofi, ed alla “inutilità” di dichiarare unilateralmente un “silenzio stampa”. Ciò impone, tra l’altro, una diversa modulazione-declinazione classica di “silenzio stampa”).


5.Dobbiamo in sostanza, e per concludere, poter contemperare due esigenze contrapposte: quella delle istituzioni, ispirata ad una logica corretta, istituzionale appunto, di contenimento e quindi di filtro delle informazioni (in particolare quelle più sensibili tanto sul versante dei familiari tanto su quello dei rapitori); quella dei media, pilastro della democrazia liberale, ispirata alla logica della ricerca e della diffusione di informazioni – nel tempo definito e scandito dei notiziari etc. – unita alla costruzione di un racconto ed allo svolgersi di una storia.


6. A questo punto credo che ci si debba concentrare – anche nelle condizioni più negative e costrittive – sulla dimensione del timing della notizia, della sua comunicazione (press conference e/o altro=web ), della sua formulazione. Gestire il tempo significa dare appuntamento ai media in un orario che consenta loro di confezionare al meglio il loro prodotto. Per questo quando non possiamo parlare ci aiuta spostare il tempo dell’appuntamento (ci toglie la pressione addosso) in cambio appunto di un incontro che dovremo onorare almeno dentro il tempo della giornata.


7. Entra poi in gioco – soprattutto nei tempi “morti” dell’evento (il tempo della trattativa, ad esempio, in cui il silenzio è veramente “d’oro”) quello che io chiamo il tema della “meta-notizia”. Proverò a farvene un esempio. Anche se povero, in funzione di quella che comunque dovrà essere una forma di cooperazione tra fonte e operatori.
La meta-notizia è una dichiarazione con cui la fonte illustra la sua impossibilità a informare. O afferma la richiesta di un “silenzio stampa” che alimenta comunque, per la scelta del timing e per la platea di ascolto mediatico, l’informazione sull’evento. Possiamo ricorrere all’espressione “meta-notizia” quando cioè la fonte istituzionale sceglie di “dichiarare per non dichiarare”. E veste quindi una dichiarazione soltanto in apparenza di contenuti (ad esempio: non posso assolutamente commentare questa informazione).
Non si tratta però soltanto di una “non informazione” ma di una meta-informazione appunto, perché oltrepassa il contenuto della notizia e offre ai media la possibilità di tenere viva nel tempo la tensione e l’attenzione. Il tempo è importante se non fondamentale in queste situazioni.


Ma è chiaro che la “meta-notizia” è anche – e in qualche modo – una notizia che nasce dalla cooperazione con degli operatori dell’informazione che in qualche modo hanno essi stessi assunto la responsabilità di non danneggiare nessuno. Per questo il confine della “meta-notizia” può essere spostato.
Se fosse vero che la meta-notizia aiuta a curare l’ansia dei media potremmo dire che essa aiuta a rendere i media un poco medici di loro stessi.


Antonio Bettanini

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