Arianna Di Cori
Quando l’informazione rincorre il sensazionalismo, giornalisti e comunicatori condividono una responsabilità: difendere la qualità dello spazio pubblico, soprattutto quando si raccontano fragilità, salute e sofferenza.
Roma, 30 settembre - Ore 9:00, squilla il telefono.
Dall’altra parte c’è un inviato della televisione. Mi chiede, con tono tra il concitato e il disperato, se posso aiutarlo a rintracciare la figlia di un’anziana donna aggredita da un cane tempo prima e poi deceduta in ospedale. Mentre parliamo, apro la rassegna stampa e verifico le carte: la signora era stata trasferita in un’altra struttura prima del decesso. L’intervista alla figlia non aggiunge un solo fatto alla cronaca: serve solo a strappare una reazione a caldo, un frammento di dolore da mandare in onda.
Quando gli faccio presente che se questa donna non si è mai fatta trovare dai cronisti avrà le sue buone ragioni; e che la famiglia ha diritto al proprio riserbo; e che al netto di queste riflessioni non solo non posso, ma non voglio fornirgli un contatto del genere, il collega si lascia andare a una battuta: “Lo sai com’è: ogni giorno ci chiedono la Luna, almeno un satellite glielo dobbiamo portare”.
Ecco. Almeno un satellite.
Per anni ci siamo raccontati che la “Luna” rappresentasse l’approfondimento, l'inchiesta, il grande giornalismo tradito dalle esigenze di bilancio. Ma è un'illusione rassicurante. In redazione, la “Luna” è più spesso l’esatto contrario: è la pretesa assurda e giornalisticamente nulla calata dall’alto. E’ la morbosità spacciata per interesse pubblico, la “grande idea” di un caporedattore che si è dimenticato come si vive nel mondo reale.
Consapevoli che quella Luna è irraggiungibile e spesso eticamente indifendibile, si ripiega così una notizia riempitiva, un frammento emotivo, una pezza d’appoggio acchiappaclic da portare a casa a fine giornata: il satellite, appunto. Non piace a nessuno, ma tant’è.
Questo non è certo un processo sull’esercito dei cronisti, che di questo sistema sono più spesso “vittime” che “carnefici” – d’altronde una buona parte della categoria è composta da trenta quarantenni a partita Iva, le cui reali condizioni lavorative e contrattuali sono molto meno eccitanti dello status sociale che fare il giornalista ancora regala. La precarietà strutturale, la contrazione dei tempi e la richiesta costante di contenuti immediati costringono chi fa informazione a muoversi in un perimetro d’azione sempre più stretto, dove il margine di approfondimento si assottiglia giorno dopo giorno. Resta agli atti, però, che a furia di inquinare tutto di fuffa e sensazionalismo si finisce per far perdere credibilità all’intera categoria.
Da ex cronista locale, oggi impegnata nella comunicazione istituzionale e socia professionista FERPI, guardo queste dinamiche con una certa amara consapevolezza, sperando sempre di avere una visione troppo pessimistica e di essere contraddetta da un’altra realtà.
La scorsa settimana, durante un panel al Premio Alessandra Bisceglia, una delle firme più autorevoli e storiche del nostro giornalismo ha pronunciato una frase con disarmante naturalezza: “D’altronde noi, i giornalisti, siamo intrattenitori”. Pur non essendo d’accordo con l’affermazione, non posso non riconoscere l’indubbia capacità di sintesi al collega: se l’informazione non serve più a spiegare la realtà, ma a metterla in scena, il giornalista diventa, da mediatore, un intrattenitore, un “infoencer” di fatti calati nello sfondo di un racconto in prima persona singolare.
Quando questa dinamica investe la sanità, la disabilità o le fragilità sociali, l'impatto è devastante. Le storie di fragilità, le malattie, la sofferenza non sono “contenuti” da spendere per catturare un’attenzione volatile, per poi andare a caccia del prossimo satellite non appena la fiammata della cronaca nera si affievolisce. Un presunto caso di “malasanità” non può diventare un processo a un intero ospedale e al sistema sanitario italiano tutto prima ancora che inizi l’iter giuridico. Una comunicazione troppo celebrativa, magari rafforzata da un titolo sensazionalistico, non può trasformare la ricerca scientifica in una dolorosa illusione.
La giustificazione che spesso si adduce è che “questo vogliono le persone", ma è un alibi comodo, che scambia la banalizzazione per accessibilità, confonde il parlare alla pancia con la capacità di spiegare la complessità in modo “semplice” e contribuisce a impoverire lo spazio pubblico e ad affievolire il senso critico dei cittadini.
Forse, noi che siamo “dall’altra parte della barricata”, possiamo con più facilità, e più umiltà, riconoscere queste tendenze e farcene in un certo modo argini. Non cadendo nella facile contrapposizione tra giornalisti “amici”, meritevoli di essere aiutati, e giornalisti “nemici” - una logica divisiva che appartiene alla propaganda e non alla cultura dei media: giornalisti e comunicatori operano e alimentano lo stesso ecosistema e condividono una responsabilità collettiva verso la qualità della sfera pubblica.
Chi lavora nelle relazioni pubbliche e nella comunicazione per enti, aziende e istituzioni ha oggi il dovere professionale di non alimentare la fabbrica dei satelliti. Per farlo l’unico modo è comunicando bene, impegnarsi a fornire contesto, dati verificati, replicando laddove è necessario; evitando la retorica e l’autocelebrazione; smentendo fatti non verificati anche duramente, aprendo spazi di confronto, ma anche perdendo quel poco tempo in più per fare cultura della buona informazione con i propri colleghi. Farsi portavoce non solo della propria istituzione, ma anche di idee. Un po’ per sano idealismo. Un po’ per evitare, a furia di cercare satelliti, di perdersi nel vuoto siderale.