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Professionisti senza identità

16/12/2009

Dalle pagine del suo blog, Biagio Carrano invita a riflettere sulle professioni della conoscenza. I lavoratori dell’immateriale sono alla ricerca di un’identità e di una legittimazione che, prima ancora di provenire dalla politica – grande assente nella vita professionale della maggior parte di essi – dovrebbe provenire dei lavoratori stessi.

di Biagio Carrano


Due domeniche fa sul Sole 24 Ore Aldo Bonomi rifletteva sulle contraddizioni in cui si ritrovano i professionisti della conoscenza.


Al di là dei risultati di un’indagine sociale presentati, il passaggio più significativo era il seguente: “Emerge una coscienza triste del proprio individualismo. Dell’essere stretti in un limbo in cui non si riesce a fare il salto verso la condizione di capitalisti personali e si teme di rimanere intrappolati nella condizione di cognitari più precari che professionisti”.


Bonomi si augura che possa emergere la figura che, orrendamente, chiama del “Commartigiano”, ovvero un professionista capace di vendere quanto produce. Chiusura forzata e riduttiva di un tema e di un articolo che meritava altro epilogo.


In realtà questo arcipelago di professionalità cerca innanzitutto una sua identità sociale. Le parole e la società sono in enorme ritardo. Se parliamo di operai abbiamo ben chiaro il concetto generale e solo in un secondo momento pensiamo alla distinzione tra generici e specializzati e poi a operai tessili, metallurgici, chimici, minerari, e così via.


In questi anni invece abbiamo avuto un rincorrersi evanescente di definizioni quali terziario avanzato, professionisti della conoscenza o dell’immateriale, lavoratori autonomi di seconda generazione, cognitari, capitalisti personali, e nessuno di essi è riuscito ad affermarsi come capace di dar conto della variegatezza cangiante degli ambiti di applicazione di queste forme di conoscenza. Riuscire finalmente a fare marketing di se stessi o a elaborare un nuovo modello di welfare o a trovare finalmente una qualche rappresentanza sindacale sarebbero le naturali conseguenze di una identità e di una legittimità sociale cui oggi si aspira senza cercarle.


Ma chi dovrebbe elaborare l’identità? Gli studiosi accademici hanno spesso fatto un lavoro importante di individuazione e valorizzazione di queste soggettività, ma spesso non vanno oltre il momento della ricerca, distanti per mentalità, luoghi e condizione di lavoro da questi professionisti. Il sindacato si ritrova a gestire questa complessità incasellando nello storico sindacato dei postali, l’SNC (Sindacato Lavoratori Comunicazione), tanto i dipendenti e i collaboratori dei teatri lirici e di prosa quanto i dipendenti delle televisioni, i webmaster e gli sviluppatori informatici. In più inserisce altre categorie nel NIDIL (Nuove Identità del Lavoro), dove la responsabile ufficio stampa licenziata dovrebbe trovare ascolto assieme al personale di un’impresa di pulizie messo in mobilità.


I lavoratori stessi provano a costruire zattere e ponti tra i vari arcipelaghi, affidati alla buona volontà e alla passione di singoli che creano blog, gruppi di discussione, network informali di lavoratori con le stesse qualificazioni. Tutto questo non può bastare per costruire una coscienza diffusa in tutta la società del ruolo e delle competenze di decine di migliaia di professionisti. Vi è però un grande assente, la politica.


Senza una tematizzazione politica dell’importanza dei lavoratori della conoscenza non vi potrà essere né identità condivisa né legittimazione diffusa.


Se ne dovrebbero accorgere i politici, ma prima di tutto i lavoratori stessi, i quali, vittime di una smania individualistica, dimenticano di chiedersi chi sono, come sono visti dal resto della società, e come dovrebbero essere rappresentanti.


Tratto da L’Immateriale

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