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Una bestemmia

10/02/2004

Ipra ripubblica dopo 25 anni un vecchio articolo di Ed Bernays a favore dell'esame di stato. E si ci riflettessimo seriamente?

Venticinque anni fa (sembra passato un secolo!), nel 1979, il leggendario Edward Bernays scrisse per la rivista dell'IPRA (che oggi meritoriamente lo ripubblica...) un bell'articolo in cui fra l'altro sostiene:
"Ogni valutazione oggettiva ci porta alla conclusione che (come avevamo scritto nel 1923 nel libro Crystallizing Public Opinion) le relazioni pubbliche sono diventate una professione, ma con un vuoto che, se venisse riempito, rafforzerebbe enormemente la sua base.Per definizione, una professione è una vocazione in cui l'arte viene applicata ad una scienza nella quale l'interesse pubblico, piuttosto che la remunerazione economica, gioca il ruolo prevalente.Capisaldi di una professione sono: le sue associazioni volontarie di professionisti, il suo corpo consolidato di conoscenze e le sue dislocazioni educative; la sua letteratura; il suo codice di etica basato sul giuramento di Ippocrate.In più, i suoi membri sono registrati e autorizzati dallo Stato dopo un esame sulla formazione, l'educazione e l'etica, con lo Stato che si riserva il diritto di escludere l'individuo dalla pratica professionale perché ha trasgredito al codice di condotta professionale.Le relazioni pubbliche hanno tutti questi attributi, salvo uno: l'ultimo......Le rp produrranno il massimo beneficio sociale quando i suoi operatori saranno formati ed esperti. Questo si potrò fare quando la professione prenderà il suo posto al fianco delle professioni più antiche a si batterà per la registrazione e gli esami di Stato, come protezione per il pubblico e la stessa professione... Soltanto in questo modo la professione potrà proteggere la società dagli eccessi di coloro che oggi si chiamano relatori pubblici e realmente non lo sono...
E fin qui Bernays. Aggiungiamo anche che le maggiori ostilità a questo obiettivo, che Bernays aveva perseguito tenacemente fin dal secondo dopoguerra, provenivano (e provengono) dalla stessa comunità professionale. Anche al recente World Public Relations Festival di Roma, se da un lato si è socchiuso uno spiraglio affinché le associazioni professionali sviluppino azioni di lobby, concordate e condivise, per ottenere regolamentazioni più stringenti sulle pratiche oggettivamente più influenti sull'interesse pubblico (lobby, consulenza politica, comunicazione finanziaria, delle salute, dei consumi...) e le ipotesi che concludono il recentissimo saggio comparato sulla legislazione in Italia, Uk e Sud Africa hanno suscitato enorme interesse nella comunità internazionale, dall'altro lato tutti hanno ben precisato che la professione in sé non va regolata dagli Stati e che l'esame di Stato è una contraddizione con le libertà garantite dalle democrazie che ciascuno possa liberamente esercitare le proprie relazioni pubbliche.
Lo stesso ho sempre tenacemente sostenuto questa posizione.
Mi chiedo però - dopo tutto ciò cui abbiamo assistito nel mondo (Irak...), in Europa (Campbell...) e in Italia (Tanzi e co...) in questi ultimi mesi, e il ruolo rilevantissimo che le relazioni pubbliche hanno avuto nell'opera di formazione delle opinioni pubbliche - non sia venuto il momento di riflettere sulla questione posta da Bernays e se non vi siano modalità regolatorie in grado di 'salvare il bambino senza l'acqua sporca'.Qualcuno ha delle idee in proposito?Toni Muzi FalconiIn pdf, l'articolo originale di Bernays

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