Federica Zar, Consigliera Nazionale
Cortocircuito comunicativo globale al Biennale d’Arte 2026
A pochi giorni dall’apertura a Venezia del Festival delle Relazioni Pubbliche di FERPI (sabato 16 maggio alla Scuola Grande San Giovanni Evangelista), alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale, uno degli eventi culturali più rilevanti al mondo, il sistema decisionale della manifestazione è entrato in una crisi senza precedenti: la giuria internazionale si è dimessa in blocco, innescando un effetto domino che ha coinvolto istituzioni, governi e opinione pubblica.
La vicenda nasce da una tensione crescente tra autonomia curatoriale e pressioni di vario genere. La giuria – composta da cinque figure di primo piano del sistema dell’arte globale – aveva dichiarato l’intenzione di escludere dai premi artisti provenienti da Russia e Israele, motivando la scelta con questioni legate ai diritti umani. Questa posizione ha generato un conflitto diretto con la governance della Fondazione e con il contesto istituzionale: da un lato, il principio di libertà artistica e inclusione, rivendicato dalla Biennale; dall’altro, pressioni politiche nazionali ed europee, fino a minacce di taglio dei finanziamenti. Il risultato è stato un caso emblematico di disallineamento tra stakeholder: curatori, istituzioni, governi e comunità artistica hanno espresso visioni divergenti, senza una regia comunicativa capace di gestire il conflitto.
Le dimissioni della giuria hanno prodotto conseguenze immediate come la cancellazione della cerimonia inaugurale prevista per il 9 maggio; il rinvio dei premi al 22 novembre e l’introduzione di un sistema di votazione affidato direttamente al pubblico. Questa scelta segna un passaggio interessante per chi si occupa di comunicazione: la trasformazione di una crisi in un’operazione di engagement partecipativo. Tuttavia, più che una strategia pianificata, appare come una soluzione emergenziale che rischia di ridefinire in modo ambiguo il posizionamento dell’istituzione.
Dal punto di vista FERPI, la vicenda offre almeno tre chiavi di lettura. Governance e comunicazione non allineate: La crisi evidenzia come la mancanza di coordinamento tra decisioni strategiche e narrazione pubblica possa amplificare i conflitti. La Biennale, storicamente percepita come spazio di dialogo internazionale, si è trovata improvvisamente al centro di una polarizzazione politica. Gestione degli stakeholder complessi: Il caso dimostra quanto sia critico mappare e coinvolgere attori eterogenei (istituzioni, artisti, pubblico, media, UE) con messaggi coerenti. La rottura con la giuria indica un fallimento nel processo di negoziazione preventiva. Reputazione e crisi in tempo reale: In un ecosistema mediatico iperconnesso, la crisi si è trasformata rapidamente in una narrazione globale: dimissioni, polemiche geopolitiche e decisioni straordinarie hanno ridefinito il framing dell’evento ancora prima della sua apertura.
La Biennale di Veneziasi trova così a dover ridefinire il proprio ruolo in un contesto in cui arte, politica e comunicazione sono sempre più interconnesse. La scelta di affidare i premi al pubblico può essere letta come un gesto di democratizzazione, ma anche come un segnale di difficoltà nel mantenere una governance autorevole e indipendente. Più che una semplice crisi organizzativa, quella della Biennale Arte 2026 rappresenta un caso paradigmatico di crisi comunicativa sistemica. Il messaggio che ne deriva è abbastanza chiaro: nei contesti ad alta esposizione mediatica, la gestione delle controversie non può essere reattiva, ma deve essere parte integrante della strategia. La Biennale, da sempre laboratorio delle arti contemporanee, diventa così – suo malgrado – anche un laboratorio per la comunicazione contemporanea.