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Ancora su Associazioni e Ordini Professionali, il dibattito è aperto

13/12/2005

Gli interventi dei soci Italo Vignoli e Carlo De Sio e la replica di Toni Muzi Falconi

"Associazioni e Ordini Professionali: facciamo il punto" è il titolo del corsivo di Toni Muzi Falconi della scorsa settimana, a cui hanno replicato alcuni soci, allargando il panorama del dibattito e ponendo nuove e interessanti chiavi di lettura. Ecco i loro interventi.Scrive Italo Vignoli:Una volta chiarite e condivise le ragioni della scelta a favore dell'associazione delle relazioni pubbliche rispetto all'ordine dei relatori pubblici, io credo che il dibattito si dovrebbe spostare sul processo di accreditamento dell'associazione stessa presso i propri stakeholder, in attesa di un riconoscimento giuridico che equipari la situazione dell'Italia a quella della Svizzera e del Regno Unito. In Italia, come ricorda TMF, chiunque può esercitare la professione del relatore pubblico e l'appartenenza all'associazione professionale non comporta alcun vantaggio formale ed erga omnes. Una situazione che, alla lunga, si è tradotta in uno svantaggio per tutti, e in particolar modo per i committenti, o meglio per quella fascia di committenti - la maggioranza - che non hanno le competenze e gli strumenti per gestire, misurare e valutare l'operato di un relatore pubblico (sia esso un dipendente dell'azienda oppure un consulente o un'agenzia di relazioni pubbliche) e quindi sono in balìa dell'offerta di mercato, che è fortemente disomogenea sotto il profilo della professionalità e purtroppo anche dell'etica. Continuo a essere convinto del fatto che la Ferpi - una volta compiuta la scelta a favore dell'associazione - aveva il dovere di accreditarsi presso i propri stakeholder, non certo per creare in altro modo una barriera all'accesso (cosa che avrebbe riprodotto la situazione tipica degli ordini). L'obiettivo doveva essere quello di stimolare la richiesta di competenze professionali, un fattore che non viene mai preso in considerazione rispetto ad altri - come la simpatia o la qualità dei contatti con i giornalisti - che nella realtà sono meno importanti (un comunicato stampa scritto male e con la notizia nel terzo paragrafo non viene pubblicato, indipendentemente dalla mailing list). Purtroppo, le piccole e medie aziende italiane - che spesso sono anche filiali di grazie aziende multinazionali, e sono sicuramente la maggioranza delle aziende che utilizzano i servizi di un consulente o di un'agenzia di relazioni pubbliche - non hanno strumenti per difendersi da tutti coloro che hanno intrapreso la professione di relatore pubblico senza conoscere i fondamenti della professione stessa, senza saper scrivere in italiano, senza aver mai visto (e figuriamoci se fatto) un media training, senza saper distinguere una notizia da un'informazione, e potrei continuare all'infinito. E senza sapere, ovviamente, che esisteva la Ferpi.La situazione che si è venuta a creare dopo anni di relazioni eccellenti e delusioni cocenti è quella che abbiamo sotto i nostri occhi: le grandi aziende che vivono in un modo tutto loro in cui c'è una maggioranza di professionisti competenti sia da un lato che dall'altro, e le medie e piccole aziende dove c'è una minoranza di professionisti competenti e una maggioranza di aziende deluse che subiscono le relazioni pubbliche come un male necessario oppure le rifiutano tout court.In questa seconda fascia di mercato si ignora quasi completamente l'esistenza della Ferpi e il suo impegno nell'area della formazione e del dibattito culturale sulla professione. Solo pochi curiosi, all'interno delle aziende, si prendono la briga di studiare il problema da autodidatti e di inserire le relazioni pubbliche all'interno di una strategia. Tutti gli altri, un tanto al chilo, perché questo offre il mercato. Poi, il caso gli fa incontrare un professionista serio, e le prospettive cambiano: la rassegna stampa cresce del 500% il primo anno e del 150% il secondo anno, e solo allora si incomincia a capire che dietro tutto questo ci sono studio, conoscenza del mercato, capacità di scrittura, ricerca della notizia, gestione dei tempi, eccetera... Di fronte a tutto questo, qualcuno si chiederà sicuramente - io stesso l'ho fatto più volte - se la libertà di accesso alla professione del relatore pubblico sia stata veramente un vantaggio. Per i professionisti probabilmente si, per i committenti sicuramente no. Io credo che il compito della Ferpi, di quella Ferpi a cui io stesso mi sono iscritto solamente nel 2003 (e non credo sia difficile capire il perché), sia anche quello di contribuire a rovesciare questa situazione, a vantaggio prima di tutto dei clienti e poi anche nostro.
Replica Toni Muzi Falconi a Vignoli: Condivido in toto quello che scrive l'amico e collega Vignoli, sempre puntuale. Il focus sull'impresa minore dovrebbe essere fra le priorità della Ferpi (e francamente fino ad oggi non lo è stata), anche se occorre non dimenticare mai che non sono soltanto i committenti e i datori di lavoro i nostri stakeholder esclusivi... (tmf)

Scrive Carlo De Sio:Carissimo Toni, la mia cultura libertaria mi fa dire che tutti possono fare l'attività di R.P.Poi però mi scontro con la realtà di tutti i giorni e mi rendo conto che le aziende, in particolare le PMI, fanno grande difficoltà a capire perché io dovrei valere tanto di più di quella bella signora con la chiacchiera facile, che millanta conoscenze di qui o di lì e che -soprattutto- ha il grande merito di chiedere un quarto di quanto pretendo io.Parlo delle PMI per tanti motivi: 1) perché costituiscono il 97% delle aziende italiane, 2) perché sono le meno informate, 3) perché sono le meno acculturate, 4) perché al massimo della loro organizzazione pensano solo a produrre e vendere 5) perché sono quelle che solo le consulenze esterne riescono a far crescere.Allora la soluzione -se voglio continuare a lavorare qui al sud- è che io abbassi i miei listini, rendendomi poco distinguibile dalla suddetta signora che comunque resta nel cuore del mio cliente oltre che per le sue rotondità anche per quel prezzaccio che di tanto in tanto mi viene ricordato senza ritegno a supporto del fatto che io costo sempre troppo.Poi ancora mi capita di organizzare per Ferpi un Master in R.P. con la mia Università: orgogliosamente il primo Master di secondo livello bla, bla, bla.Quando poi mi trovo a fare ricerca e benchmarch per lo stesso, sbatto contro una miriade di corsi e Master in Relazioni Pubbliche Europee, R.P. delle P.A., R.P. delle ONLUS, R.P. dei miracoli ... e non vi dico i docenti e le testimonianze, sant'iddio! Roba di 20 anni fa, e buona parte raccontata da gente ai margini della professione.Ma chi c..acchio sono questi per indire un qualsiasi Master in R.P.?L'Università ha regole feree per poter definire un corso Master!, come fanno questi a fare un Master di tre mesi ?Eppure una volta "Masterizzati", a questi ragazzi come impedirai di vendersi come esperti di R.P.?Io so solo che alle mie due figlie - che sgobbano con me da qualche anno- non ho ancora consentito di fare domanda di iscrizione come associati alla FERPI!!! Devono ancora far gavetta!Non so se ci vuole un albo; so solo che occorre introdurre il principio di esercizio abusivo di professione, forse sfruttando la nostra cuginanza ai giornalisti (moltissimi ferpini lo sono): probabilmente potrebbe essere un buon inizio quello di un riconoscimento giuridico.E come chi non è iscritto all'Ordine non può fare uffici stampa, così chi non è iscritto alla Ferpi non potrà fare attività di relazioni. Almeno questo! Anche perché se mi metto a fare salsiccie e me le metto a vendere in pubblico arrivano i NAS e mi fanno un cuore così perché non ho le autorizzazioni per farlo e vengo querelato -vieppiù- per esercizio abusivo.... Se invece mi metto a fare R.P.,  mi vendo per esperto in R.P. ... a nessuno frega niente.Credo che la FERPI debba porre il problema per tutelare la base che opera nelle provincie... perché dall'esperienza che sto facendo, girando il sud per la nostra associazione, viene fuori una sola voce: tutela della professione.E ciò perché se uno lavora in un contesto competitivo e professionale, vale la regola del più bravo; in un ambiente imprenditoriale asfittico ed incolto va avanti chi racconta le palle più grandi, fa il prezzo più basso e non ha nessun dipendente da mantenere!Associazione od ordine non è questo il problema: se non viene tutelata la professione, qual'è il valore aggiunto della FERPI del 2000?

Replica Toni Muzi Falconi:Carlo,molto interessante e assi utile questa tua opinione per vari motivi e ti ringrazio. Dico subito che concordo con gran parte delle cose che scrivi, ma non tutte, e credo importante che i colleghi ne prendano nota, ci riflettano e si esprimano. Alcune brevi annotazioni:°ammettiamo pure che nel 1970 la nascente Ferpi avesse optato per l'ordine professionale. Se l'esperienza ha un valore, andiamo a vedere cosa è successo in quei Paesi ove un siffatto organismo esiste, fidandoci del rapporto scritto recentemente da Juan Carlos Molleda, studioso della Università della Florida e, a suo tempo, pubblicato anche dal nostro sito. In pratica, in Brasile (il Paese che ha la più lunga esperienza) è successo che all'ordine delle relazioni pubbliche abbiano aderito soltanto i comunicatori del settore pubblico, mentre quelli del settore privato hanno eluso la norma chiamandosi con altro nome (comunicatori, esperti di marketing, affari pubblici...). Non solo, ma l'ordine come peraltro è avvenuto anche in Italia con l'ordine dei giornalisti (che come sai esiste soltanto da noi e negli stessi paesi in cui esiste l'ordine dei relatori pubblici) si è limitato a svolgere una funzione di protezione dei privilegi dei suoi iscritti senza in alcun modo assicurare che le attività dei suoi iscritti fossero dedicate alla tutela dell'interesse pubblico;°la strada del riconoscimento giuridico, quella intrapresa dalla Ferpi fin dalla sua nascita, è stata percorsa con successo, che io sappia, soltanto in due Paesi, la Svizzera e, ora, il Regno Unito (nel febbraio scorso).Impossibile valutare quest'ultimo impatto, si può invece dire che la via Svizzera abbia abbastanza funzionato: chiunque può svolgere attività di relazioni pubbliche, ma chi desideri ottenere un riconoscimento particolare da far valere come qualificazione sul mercato del lavoro dipendente o della consulenza, si sottopone ad un esame pubblico la cui gestione il governo federale ha affidato alla Ferpi di quel Paese, e spetta proprio a quest'ultima il compito di promuovere il titolo di esperto' presso le organizzazioni economiche, amministrative e sociale del Paese per valorizzare coloro che se ne fregiano.
La differenza fra questa soluzione e quella che abbiamo oggi in Italia sta solo nel fatto che, da noi, l'essere iscritto alla Ferpi ha un valore che dipende unicamente dalla capacità con cui la Ferpi (che è soltanto la somma dei suoi iscritti e non una fantomatica agenzia di relazioni pubbliche...) riesce a valorizzare tale iscrizione, mentre in Svizzera a questo si aggiunge il riconoscimento del Governo federale.Francamente mi chiedo quanto davvero cambierebbe per noi, ma di certo condivido che il riconoscimento giuridico sarebbe un passo avanti, anche se tutt'altro che decisivo per avviare a soluzione positiva le problematiche sacrosante che esponi nella tua nota.
E allora?Ricordo un importante consiglio nazionale a Firenze, nel corso della mia Presidenza Ferpi, in cui, dopo ampia discussione, riuscimmo ad approvare un principio importante: la Ferpi tutela gli interlocutori dei suoi iscritti e non i suoi iscritti, perché così facendo tutela la professione.Forse abbiamo fatto troppo poco per spiegare ai nostri soci il ragionamento che sta dietro questo principio, anche se credo si possa affermare che la grandissima parte delle attività che l'associazione ha svolto in questi anni sia stata coerente.In sostanza, se è vero che il nostro lavoro impatta significativamente sull'interesse pubblico (e se non fosse così non si capisce per quale ragione uno Stato dovrebbe darci il suo riconoscimento giuridico), compito della associazione non è tutelare l'interesse del suo iscritto... a scapito di quello pubblico, ma di tutelare l'interesse di tutti gli interlocutori dei suoi iscritti (clienti, datori di lavoro, giornalisti, politici, amministratori&insomma tutti i nostri stakeholder) incentivando fra i soci comportamenti professionali adeguati e promuovendo fra questi stessi stakeholder consapevolezza della differenza fra comportamenti professionali adeguati e non.
E' certo verosimile che fra i nostri soci vi sia la percezione che quest'ultima parte sia stata insufficiente.Del resto, l'attuale gruppo dirigente (vedi il documento programmatico sul quale è stato eletto) ha più volte insistito sulla necessità di una discontinuità che mi è parso di capire fosse rivolta soprattutto verso una maggiore visibilità associativa. Personalmente, non sono contrario ma richiamo il principio sacrosanto che la comunicazione efficace è quella dei comportamenti e non quella delle intenzioni. Per cui, caro Carlo, tutto torna ai comportamenti, alla Ferpi e a ciascuno di noi.Chiedere alla Ferpi di tutelare la professionalità del socio Ferpi verso i datori di lavoro o clienti potenziali rispetto a quella della  improvvisata di turno' mi parrebbe un compito, anche se comprensibile, improprio.Meglio sarebbe che la Ferpi assicurasse comportamenti adeguati dei suoi iscritti ( e di lavoro, come sai, ce n'è parecchio da fare...) e li comunicasse per esempio anche ai piccoli e medi imprenditori facendo così  crescere la loro cultura della comunicazione offrendo criteri e parametri condivisi di selezione di una assistenza efficace.Ma nessun ordine come nessun riconoscimento giuridico potrà mai impedire al piccolo imprenditore di dare un incarico a chi desidera. E ci mancherebbe pure che non fosse così...
So che il ragionamento non è popolare e per questo ti rinnovo la mia gratitudine per avermi offerto l'opportunità di ribadirlo. Moltissimi soci la pensano esattamente come te, ma per qualche ragione che mi sfugge, non lo dicono. (tmf)

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