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Bistoncini: vent'anni da sporco lobbista

27/09/2011

Nel nostro paese il termine lobby è utilizzato per lo più nell'accezione negativa delle azioni di corruttela portate avanti da gruppi di interesse che perseguono il loro scopo. _Fabio Bistoncini,_ uno dei più autorevoli professionisti italiani, ci ha scritto su un libro _Vent’anni da sporco lobbista_ che nasce dalla sua esperienza ventennale. _Fabio Ventoruzzo_ l'ha intervistato conversando su alcuni temi trattati nel testo.

di Fabio Ventoruzzo
Il libro ha dei tratti da manuale, da diario di viaggio e da saggio. In realtà, è un libro pensato e scritto per cosa?
Mi verrebbe da dire per me stesso, nel senso che, più o meno da quando ho iniziato a fare questo lavoro, pensavo di scrivere e di raccontare la mia professione. Poi, come spesso accade, anche la grande passione per questa professione, ti porta più a farla e meno a raccontarla. Fino a quando, circa un anno e mezzo fa, ho cominciato a mettere da parte tutto quello che avevo raccolto in questi anni: articoli, file, un po’ di materiale, letture per scrivere e raccontare quella che è la mia attività. Quindi è scritto sicuramente per me, è scritto ovviamente non tanto per i colleghi che già conoscono l’attività ma a cui penso di poter offrire un contributo con mia visione. È scritto infine per coloro che sono appassionati alla politica che vogliono approfondire un tema che è connesso alla decisione pubblica ma che in questo paese non è raccontato in maniera corretta.
Qualcuno ha detto che “un lobbista si veste in modo formale e parla in modo brillante”. Se dovessi caratterizzare il lavoro del lobbista, qual è l’apporto che può dare al processo decisionale e all’organizzazione per cui lavora?
Secondo me la prima cosa è studiare, essere preparato. Quindi il contributo che può dare un lobbista all’interno del processo decisionale e all’interno dell’organizzazione in cui opera o per i clienti è proprio questo: un contributo di studio, di approfondimento e poi soprattutto la capacità di avere una visione diversa rispetto agli interessi che rappresenta. Faccio un esempio: spesso gli ingegneri, non me ne vogliano, arrivano con un problema e anche con la sua soluzione. Non sempre la soluzione proposta è però quella praticabile dal punto di vista politico. Ecco, il lobbista è quello che dovrebbe fornire all’organizzazione la visione politica, la contestualizzazione dell’interesse che rappresenta all’interno di un’arena decisionale molto più ampia. Il rischio, anche per l’interesse più valido, è che si arrivi in tempi e modi sbagliati e soprattutto non comunicati efficacemente e quindi finisca per non trovare accoglienza all’interno del processo decisionale. Il lobbista serve proprio a questo.
Il tuo libro descrive vent’anni di professione. Qual è l’aspetto professionale, la competenza, la caratteristica che vent’anni fa non avresti mai pensato di dover inserire in questo libro e invece quale aspetto di oggi voluto portare a vent’anni fa?
Comincio dall’ultima. Sicuramente la competenza che c’era vent’anni fa all’interno del contesto decisionale. La rimpiango. Non sono un nostalgico del passato ma devo dire che, non per merito loro ma per merito del sistema politico di allora, i decisori pubblici erano mediamente più preparati, più competenti perché c’era una selezione della classe dirigente che durava molto più a lungo e quindi, tendenzialmente, quando si arrivava alle posizioni apicali, decisionali, si aveva un background politico ed anche formativo rilevante. Adesso non è più così: il crollo dei partiti, l’indebolimento della modalità con cui viene selezionata la classe dirigente fa sì che, mediamente, la classe politica sia meno preparata e meno competente. Il secondo aspetto rilevante invece, la seconda parte della domanda su cosa non mi aspettavo di trovare dopo vent’anni. Non mi aspettavo la maggiore trasparenza del processo decisionale. Non mi aspettavo una rivoluzione tecnologica che ormai fa sì che una decisione presa in Consiglio dei Ministri o in Parlamento sia immediatamente conosciuta nel giro di pochissimi minuti, addirittura quasi in tempo reale. Ecco questa è la grande sfida per il nostro lavoro: quando ho iniziato a lavorare vent’anni fa e fare monitoraggio legislativo, facevo le fotocopie e i fax di quello che accadeva in commissione il giorno prima. Adesso non è più così: non solo il monitoraggi deve essere in tempo reale ma soprattutto al lobbista viene richiesta una capacità di analisi e di interpretazione della decisione che in passato non era richiesta.
Consigli ai giovani che vogliono avvicinarsi a questa professione?
Non c’è una scuola in particolare. Ci sono tanti master. Non entro nel merito di quale sia il migliore. Comunque dopo il master o anche durante il master sicuramente fare un periodo di stage o di formazione all’interno di una struttura, in un’azienda o una ONG che penso possa essere un’ottima palestra formativa.
Il mestiere tu dici che si impara sostanzialmente facendolo, tant’è vero che nel tuo libro dedichi una buona parte raccontando anche dei tuoi “capi bottega”. Se dovessi riassumere il contributo più importante che hanno avuto queste persone per la tua crescita?
Purtroppo per esigenze di spazio ne posso citare soltanto tre: Mario Rodriguez, Ketty Tabakov e Toni Muzi Falconi. In realtà poi i bottegai sono stati anche altri. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa poi con alcuni il rapporto è continuato ed è diventato personale non soltanto professionale. Però in quel periodo che io ritengo fondamentale per la mia crescita e poi consolidamento professionale, diciamo dal ’91 al ‘94/’95, quegli anni che io ritengo formativi per me, ognuno di loro mi ha dato un pezzo diverso, spunti diversi di riflessione attraverso cui sono diventato uno sporco lobbista.
Ferpi è impegnata da qualche mese nell’attuazione ed implementazione degli Accordi di Stoccolma, un programma di relazioni pubbliche per le relazioni pubbliche. Pensi che questo percorso possa favorire l’istituzionalizzazione della professione del lobbista?
Io seguo abbastanza da lontano il dibattito sugli Accordi di Stoccolma ma penso che una riflessione più generale sulla professione del relatore pubblico e quindi sulla sua istituzionalizzazione possa derivare un vantaggio per chi non fa solo e soltanto il lobbista. Quindi, da questo punto di vista, tutto quello che si muove intorno alle rp, che permette anche una condivisione tra l’Italia e il resto del mondo, possa poi essere un beneficio per il riconoscimento professionale della nostra attività.
Guardiamo spesso all’esperienza anglosassone come punto di eccellenza non tanto nelle pratiche quanto nella legittimazione delle persone che fanno questo lavoro. Sarà mai così anche in Italia?
Penso di sì. Penso che l’Italia stia attraversando grandi cambiamenti, alcuni indotti, altri probabilmente li vorremmo noi stessi. Da questo punto di vista voglio essere ottimista e voglio pensare che le persone che lavorano con me, che iniziano ad avere 16/17 anni meno di me, quando un domani avranno la mia età potranno muoversi in un contesto in cui l’attività di lobbying sia riconosciuta esplicitamente, perché lo è già di fatto se vogliamo ma esplicitamente come un attore del processo democratico.

Intervista – parte I

Intervista – parte II

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