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Cambiare il design per cambiare il mondo?

25/06/2012

Un gesto quotidiano quale quello di cambiare il toner della propria stampante innesca una riflessione sui limiti (e i costi in termini economici ed ecologici) di un “design chiuso”. Ma la rivoluzione del futuro sta nei sistemi aperti, come afferma _Umberto Santucci._

di Umberto Santucci
Ieri ho cambiato la cartuccia del toner della mia stampante laser a colori multifunzione. Il toner è una polverina fine, che potrebbe essere contenuta in una bustina, in una boccetta, o addirittura essere ricaricata da un distributore, come comincia ad accadere in alcuni supermercati per alcuni detersivi. Certo, sarebbe difficile farla pagare 50 euro, perché un cucchiaio di polverina sembrerebbe già caro se costasse 2 euro! E’ una cosa sensata che un mucchietto di polvere come il disegno nel cerchietto a destra produca un tale mucchio di rifiuti, come si vede nella foto?
Come funziona questo sistema? Si crea un contenitore che va ad inserirsi in uno spazio predisposto. Contenitore e alloggiamento non hanno forme standard, ma ogni tipo di apparecchio ha il suo, per cui il contenitore va sostituito con un contenitore dello stesso tipo. Nel contenitore è montato il rullo di distribuzione del toner, un congegno di precisione che ad ogni cambio di toner si butta via. Il contenitore assembla plastica e metallo, oltre alla polvere del toner, quindi è difficile smaltirlo in una raccolta differenziata, tanto che va riconsegnato al negoziante che lo fa smaltire secondo le norme sui rifiuti speciali.
Questa è una progettazione “chiusa”, “proprietaria”. La polverina del toner, che verosimilmente è pressoché uguale per tutte le marche e i tipi di apparecchio, viene “chiusa” nel contenitore, che la trasforma in un refill proprietario, l’unico che va bene per quel tipo di apparecchio. In un sistema aperto, la polverina andrebbe rimboccata nel contenitore della macchina, invece di dover usare un refill usa e getta. In un sistema chiuso invece il prodotto viene impacchettato in un refill che funziona solo su quella macchina.
Il sistema è disegnato per far lievitare il costo dei consumi, rispetto a quello dell’apparecchio. Una stampante costa poco perché i materiali di consumo costano molto, e il profitto minimo dell’acquisto una tantum diventa consistente con i materiali di consumo.
La follia del procedimento sta nel fatto che il consumo di una piccola quantità di prodotto genera una grande quantità di rifiuti. Nel caso del toner, un prodotto “stupido” come il pigmento colorato, viene confezionato con un prodotto intelligente, che quando lo stupido è esaurito va buttato via. E’ come se in una organizzazione un lavoratore intelligente fosse accoppiato con uno stupido, e quando lo stupido viene licenziato, dev’essere licenziato anche quello intelligente. Oppure è come se, quando si usava penna e inchiostro, ogni volta che finiva l’inchiostro nel calamaio si fosse buttato via tutto il servizio da scrittoio.
Mi è stato osservato che il toner è cancerogeno, quindi non può essere venduto sfuso. Ma io parlo di design, di progetto: chi ci dice che non si possa progettare un toner non cancerogeno? Anche immaginando una monodose sigillata, chi ci dice che dobbiamo buttare ogni volta tutto il meccanismo di distribuzione della polvere (rullo, pulegge, ecc.)? Il progetto si basa su specifiche e vincoli, oltre che sulla finalità. Se cambiamo finalità, specifiche e vincoli, cambia anche il progetto, e quindi il ciclo di vita del prodotto.
Quindi la rivoluzione comincia dal design, dai sistemi aperti, dalle norme che potrebbero supportarli. E lo smaltimento dei rifiuti comincia sempre a monte del processo, cercando di ridurre al minimo chiusure, blocchi, contenitori, imballi. E’ ciò che già sta succedendo con il software open di fronte a quello proprietario. Quindi se è possibile nel software, lo è anche nell’hardware.
Per capire meglio la differenza fra sistemi aperti e chiusi, osserviamo i due tipi di chiavi a confronto. La prima è una bella chiave da forziere veneziana dei primi del ‘500. La forma particolare è fatta in modo che la chiave possa entrare solo nella serratura del suo forziere, che può essere aperto solo dalla sua chiave. La seconda è una chiave USB (universal serial bus = connettore seriale universale), che collega a qualsiasi computer qualsiasi tipo di periferica. Nel primo caso abbiamo un design chiuso, unico, nel secondo un sistema aperto, universale. Se il doge veneziano si perdeva la chiave, doveva chiamare il fabbro per far cambiare la serratura (noi dobbiamo fare la stessa cosa con le nostre serrature di sicurezza). Se invece ci perdiamo un connettore usb, qualsiasi altro connettore va bene.
Questo è il design del futuro: universale, aperto, accessibile in doppio senso, intercambiabile, ricaricabile.
Fonte: Umberto Santucci

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