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Cara Ferpi...un articolo-lettera di Paolo D'Anselmi

19/04/2005
Cara Ferpi,questo è il pezzo numero trenta. A questo punto abbiamo una relazione. Io ti scrivo, tu non rispondi molto, ma non dici di non scriverti. Grazie. Facciamo un momento di consapevolezza. Ci illuminerà sul futuro, ci darà piacere della strada. Mi pare utile esaminare come stiamo procedendo senza lanciarci in grandi considerazioni su cosa stiamo facendo. In futuro ci chiederemo se c'è una sagoma nascosta nella decorazione del tappeto.Per chi si mette ora in ascolto, riepiloghiamo che il filo conduttore delle nostre conversazioni è il bilancio sociale. (Per favore non lo chiamare fil rouge.) È una relazione partita sullo spunto dei manifesti di Berlusconi alle europee del 2004 (quelli con i numerosi, che presto torneranno). Li abbiamo interpretati col metodo del triple bottom line report e con lo stratagemma finto asettico del bilancio sociale abbiamo avviato una analisi sul comportamento delle istituzioni pubbliche e private.Stiamo tenendo un passo da maratona: non corriamo veloci, non reagiamo sulle notizie del giorno. Non abbiamo neanche la pretesa di fare del lavoro accademico. Andiamo a vedere la letteratura grigia, i report, le circolari. Diamo anche dignità al panorama urbano: un cartello autostradale, un manifesto elettorale, un estratto conto di banca. Anche i punti di riferimento non sono proprio nuovi, più che Rifkin e Klein risentiamo di Rossi (Ernesto) ed Einaudi (Luigi).Cerchiamo responsabili per costi sociali privi d'autore; abbiamo la fissa dei numeri, delle procedure. Ci piacciono più i consuntivi dei piani, i dati storici più degli annunci. L'atteggiamento è di costruzione: accettiamo la sfida del "dì tu cosa faresti al posto mio" e svolgiamo dei progetti di bilancio sociale. Agratis componiamo un Linux del bilancio sociale, pezzi di un software sociale cui tutti possono contribuire. Tra vedo e non vedo, fantasia e realtà, facciamo il tifo per quelli che critichiamo e ci dispiace non essere con loro a far di meglio.A comporre il diario dal fronte del giorno contribuisce la memoria individuale, coi suoi buchi e la sua età poiché è essa che ci guida nelle scelte politiche e personali, tra Marquez (la vita è quella che si racconta) e Celentano (diritto dell'ignorante a dire la sua). Ci sembra infatti che ci siano molti fili appesi: il mondo non è stato fondato nel 1945, nel '68, nel '92 o peggio, nel 2001. È la memoria con le sue emozioni che ritorna nella gabina elettorale e nella percezione della propria qualità di vita.C'è in questo il travaglio dell'individuo nel suo tempo, la frustrazione di fronte al problema che è sempre un altro, che è sempre politico, col sottotesto che tu non ha capito un cavolo. Tempo tuttavia non difforme da quello passato per cui l'unica strada è la riconciliazione col presente e con noi stessi attraverso la responsabilità sociale personale: dopo tutte le strutture che mancano, dopo gli altri che hanno spesso la colpa, ciascuno in ultima analisi costruisce la propria infelicità col presente.Da questo approccio emerge il punto di vista della attuazione, del dettaglio, nel quale s'annida il demonio. Il punto di vista dello stakeholder cittadino e contribuente. Non era l'unico possibile. Poteva essere l'ambientalista, poteva essere il proletario. La lezione è che anche l'attuazione conta e conta l'approfondimento. Vale la pena portare alla luce valori e scelte che sono implicite nel comportamento di istituzioni e individui. Per lasciarci sapendo dove riprendere il nostro discorso tentiamo un titolo: Corporate Social irResponsibility e cultura della attuazione.Paolo D'Anselmi

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