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Ci vuole un reporter in laboratorio

25/11/2010

Il giornalismo scientifico è in crisi. I tagli ai posti di lavoro sono particolarmente evidenti in questo settore ed il dato è allarmante. A Trieste workshop sul futuro del giornalismo scientifico analizza la situazione e solleva un quesito: è possibile avere un società della conoscenza rinunciando a persone che abbiano la capacità di trasformare competenze in informazione?

di Nico Pitrelli
Tra gli addetti ai lavori, soprattutto nel mondo anglosassone, si parla di crisi del giornalismo scientifico. Quello dell’ informazione sul mondo della ricerca sembra uno dei settori maggiormente colpiti dallo tsunami che sta investendo il sistema di comunicazione e dell’editoria. I tagli di posti di lavoro full time per i giornalisti scientifici in importanti testate americane vengono presentati come uno dei segni più eloquenti di un imminente canto del cigno per la professione. Altri, a dire il vero, leggono questo momento come un’opportunità per ripensare modi e forme perché, sostengono, c’è forse una crisi di alcune figure redazionali, ma non certo della comunicazione della scienza. Lo dimostrano le discussioni attorno al cambiamento climatico, agli organismi geneticamente modificati, all’energia nucleare, alle cellule staminali.
Ci si può chiedere se vale la pena preoccuparsi del problema al di là della cerchia dei diretti interessati. Se la crisi del giornalismo scientifico, in altre parole, non esprima in fondo le legittime preoccupazioni di una categoria professionale. In un workshop dedicato al tema che si svolge in questi giorni alla Sissa di Trieste siamo convinti che la questione sia d’interesse generale. Siamo convinti che preoccuparsi del destino del giornalismo scientifico ha a che vedere con l’idea di società e di futuro che vogliamo costruire.
La questione principale non è la difesa di un settore dell’informazione che non accetta o si trova a disagio di fronte ai cambiamenti epocali che stanno attraversano il mondo della comunicazione. Bisogna cambiare il punto di vista, partendo da quella che ci sembra una contraddizione: come è possibile che nella società e nell’economia della conoscenza si possa fare a meno di figure professionali in grado di valorizzare socialmente il «capitale intellettuale» costituito dal sapere scientifico e tecnologico? In altre parole, è davvero possibile rinunciare a persone che abbiamo le competenze per rendere manifesta e trasformare la conoscenza in informazione, proprio nell’epoca storica in cui le idee, il talento, la creatività dovrebbero contare maggiormente per il benessere economico?
La risposta deve essere no perché la network society e l’economia della conoscenza, in altre parole i cambiamenti dell’epoca contemporanea, non si possono semplicemente raccontare, se non si fa riferimento alla scienza. Perché tutto ciò che riguarda la possibile trasformazione sociale, culturale, economica, etica e politica, che piaccia o no, avrà sempre di più, nei prossimi anni, la scienza come principale forza propulsiva. Se rinunciamo alle competenze professionali per scrivere, parlare e comunicare di scienza, corriamo il rischio di non riuscire più a raccontare il mondo, di non essere in grado, come cittadini, consumatori, imprenditori, di scegliere tra diversi percorsi possibili per il nostro futuro individuale e per quello delle comunità che abitiamo.
È anche vero che non si è investito molto nel comprendere come dovessero cambiare la pratiche e i concetti di cui si deve armare il giornalista scientifico di fronte alle trasformazioni dei rapporti tra scienza, società e comunicazione. Di certo non è più sufficiente essere a proprio agio con neuroni, funzioni d’onda è proteine e saper produrre dei bei resoconti. Al giornalista sarà sempre più necessario saper fare qualcosa di più per costruirsi una credibilità professionale riconosciuta.
Il problema decisivo è quindi chiedersi quale nuova funzione sociale dovrà avere negli scenari che si vanno profilando. E uno sforzo di analisi e riflessione che va fatto non tanto e non solo per salvare posti di lavoro, ma perché, se non si inventano, ad esempio, nuove maniere per diffondere il sapere che tenga conto non solo delle conoscenze esplicite, ma anche di quelle tacite, se non ci si chiede come innovare il giornalismo perché giochi un ruolo da protagonista nel conciliare la relazione sempre più conflittuale tra democrazia ed expertise scientifica, difficilmente si potrà attuare quella transizione verso una società della conoscenza che sia anche una società degli uomini e dei loro valori più autentici.
Tratto da Tutto Scienze, supplemento de La Stampa

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