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Contare le relazioni non basta a farle contare

24/07/2026

Santina Giannone, Segretaria Generale

Il rapporto Coesione è Competizione della Fondazione Symbola “dà i numeri” dell'intelligenza relazionale delle imprese italiane. Per chi fa Relazioni Pubbliche è uno spunto interessante da osservare sotto la nostra lente, per capire cosa sta iniziando a funzionare e cosa, invece, sta rallentando. 

 

Nella fabbrica di Charlot le relazioni erano un intralcio. L'immagine è di Leonardo Becchetti, che l'ha usata commentando sul Corriere della Sera qualche giorno fa l'ultima edizione di Coesione è Competizione, il rapporto promosso da Fondazione Symbola, Intesa Sanpaolo, Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne. La catena di montaggio fordista, ricorda l'economista, funzionava benissimo con compiti semplici, controllo gerarchico e sanzioni: bastava che l'operaio avvitasse il bullone nei tempi stabiliti. Il resto ovvero parlarsi, capirsi, fidarsi, era un attrito da minimizzare.

 

Oggi il lavoro ripetitivo lo fanno le macchine. E il valore, scrive Becchetti, nasce dalla capacità di comunità umane di progettare, apprendere, risolvere problemi, integrare competenze diverse. Becchetti dice una frase che vale la pena rileggere due volte: il genio individuale à la Schumpeter non basta più, l'intrapresa economica è un'opera collettiva. Fin qui, per chi si occupa di Relazioni Pubbliche, è un ottimo riassunto di cose che diciamo da sempre. La novità è che stavolta ci sono i numeri.


Il rapporto costruisce una definizione operativa di "impresa coesiva": un'organizzazione che intrattiene collaborazioni strutturate con almeno tre stakeholder su otto tra cui ci sono lavoratori, clienti, altre imprese, banche, scuole e università, associazioni di categoria, istituzioni, terzo settore. Su questa base è avviato il processo di misurazione. Le imprese coesive sono passate dal 37,4% del 2020 al 43,5% del 2025, un bel salto in avanti, con il numero medio di relazioni strutturate per impresa che è quasi raddoppiato, da 1,7 a 2,9, con una densità che prima non c’era.


Dai dati emerge che le imprese che hanno costruito quella densità vanno meglio. Nel 2026 il 33% delle coesive prevede un aumento di fatturato contro il 20% delle altre; nella previsione del 2027 il divario si allarga, 38% contro 21%. Il 59% esporta, contro il 39%. Il 68% ha investito in sostenibilità ambientale nell'ultimo triennio, contro il 41%. Il 31% usa stabilmente strumenti di intelligenza artificiale, contro il 16%. Il 56% ha investito in ricerca e sviluppo, contro il 32%. Tra le imprese che collaborano, il 63,6% dichiara di misurare i risultati delle proprie collaborazioni; le tre metriche indicate sono innovazione, mercati e reputazione come indicatore di riuscita. Becchetti la chiama "una risorsa economica, un capitale invisibile ma misurabile". 


Tutte belle notizie, quindi. Ma se scendiamo un po’ più a fondo e varchiamo la superficie, l’analisi si sfaccetta.
Nell'analisi c’è un grafico che misura come sono cambiate le relazioni delle imprese tra il 2020 e il 2025, con base 100 al 2020. Il non profit arriva a 318. Le banche a 308. I clienti a 299, le associazioni di categoria a 257, le imprese a 180, le istituzioni a 162, le scuole e le università a 139. I lavoratori a 73.
Un tonfo, sonoro.

L'unica relazione che arretra è proprio quella interna, che tecnicamente dovrebbe essere la più naturale. Il rapporto la legge come un ritorno alla normalità: nel 2020 la pandemia aveva concentrato tutto sulla tenuta dell'organizzazione, poi l'orizzonte si è allargato. È una lettura ragionevole, e il legame con i lavoratori resta comunque il più diffuso in assoluto, presente nel 70% delle imprese.


Però, se proviamo a mettere questo dato accanto ad altre evidenze, emerge che il 68,3% degli occupati italiani dichiara di provare forme di fatigue, stanchezza psicofisica ed emotiva al lavoro (9° Rapporto Censis-Eudaimon). E Becchetti, in chiusura del suo intervento, nomina il rovescio esatto della coesione: quando le persone non si sentono valorizzate né parte di un progetto, subentrano disimpegno, minimo sforzo, quiet quitting, perdita di senso.


Ne esce un'ipotesi meno rassicurante di quella del rapporto: che le imprese italiane, in cinque anni, abbiano imparato a costruire alleanze fuori mentre allentavano la presa dentro. Se è così, la comunicazione interna non è la Cenerentola dei budget che continuiamo a raccontarci, è proprio il fronte scoperto.

Ovviamente il rapporto misura quante relazioni ha un'impresa, non come sono fatte.
Un'impresa che dialoga con otto stakeholder in modo puramente estrattivo, spremendo i fornitori, usando il territorio come giacimento, trattando i dipendenti come costo variabile, risulterebbe classificata "altamente coesiva". Sono il 2,4% del campione, quel vertice della piramide relazionale che nessuno sta guardando da vicino.
Il rapporto prova a fare delle distinzioni. La prima è tra relazioni autentiche e relazioni strumentali. Nelle prime i soggetti si riconoscono reciprocamente nella loro dignità; nelle seconde l'altro, che sia il lavoratore, il fornitore, la comunità, è mezzo e non fine. 

 

La distinzione non è solo etica, ma ha conseguenze economiche misurabili, perché le relazioni autentiche producono fiducia duratura e investimenti di lungo periodo, mentre quelle strumentali erodono il capitale sociale su cui pure si reggono. La seconda distinzione è un neologismo che dovremmo far circolare: social value drain e descrive il drenaggio silenzioso di fiducia, appartenenza e responsabilità condivisa che si produce quando un sistema ottimizza il rendimento di breve periodo estraendo valore dalle relazioni senza rigenerarle. Il brain drain, avverte il rapporto, ne è solo la manifestazione più visibile. È la definizione economica della comunicazione estrattiva, quella che tratta la reputazione come una miniera invece che come un ecosistema.
Solo che questi due concetti, nel rapporto, restano descrittivi. Non entrano nell'indicatore. Il che significa che la parte più difficile da misurare rimane la qualità del legame, la sua reciprocità, la sua capacità di rigenerarsi; ed è esattamente la parte che i professionisti delle Relazioni Pubbliche esistono per presidiare. 


Infine: tra gli ambiti in cui le imprese italiane collaborano tra loro, la co-progettazione di prodotti, servizi e processi sta al 49,7%. Gli accordi di filiera al 33,8%. La ricerca condivisa al 17,5%, il coordinamento nella comunicazione sta al 7%. Penultimo posto, incredibile?

Il 71,9% di tutte le collaborazioni tra imprese avviene per accordo informale: nessun contratto di rete, nessun consorzio, nessuna struttura. Una stretta di mano, che è, al tempo stesso, la cosa più italiana e più fragile che ci sia.
Le imprese di questo Paese hanno imparato a progettare insieme ma non hanno ancora imparato a raccontarsi insieme, né a dare forma stabile a ciò che condividono.

Il rapporto dimostra che le relazioni producono valore economico. È una vittoria sostanziale che ci mette in mano il linguaggio giusto per entrare in sala consiglio: non "reputazione", ma tredici punti percentuali di aspettativa di fatturato. Sarebbe però un errore fermarci a citarlo con soddisfazione perché il lavoro che manca è precisamente il nostro: distinguere una relazione autentica da una strumentale, riconoscere il drenaggio prima che diventi voragine, dare struttura a ciò che oggi regge solo su una stretta di mano. 

 


Contare le relazioni, come fa il rapporto, era il passo necessario. Farle contare è un altro mestiere. Ed è il nostro.

 


Foto di Igor Omilaev su Unsplash

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