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Corporate Social (ir)Responsibility - Banche: un articolo di Paolo D'Anselmi

22/03/2005
C'è qualcosa di strano in quest'area d'attesa. C'è qualcosa di diverso in questo negozio: spazio, eleganza, dovizia di materiali. Mi colpisce perché in questo settore di commercio sono tutti così i negozi. Negli altri business c'è l'alto e il basso di gamma, in questo sono tutti uguali: altissimi. Vuol dire che qualcosa non funziona. La spiegazione arriva presto: il mio consulente finanziario Xelion  Banca Unicredit mi racconta un accadimento illuminante. Ing il gruppo olandese della zucca non cresceva in Italia. Unicredit aveva una posizione in Polonia. Profumo si è quindi accordato con Ing cedendo loro la Polonia (questa l'ho già sentita) ed acquisendone la rete in Italia. Questo signore mi sta educendo come i suoi padroni, col suo plauso arrogante, hanno tramato a danno del principio di concorrenza che vige nella Unione. Di ciò non trovo traccia negli ampi scritti di Profumo e Celli sulla responsabilità sociale, entrambi da Baldini e Castoldi. Tanta specificità sarà pure post-qualunquista, ma è in linea col mainstream dell'opinione pubblica (Giavazzi, Corsera, 4 marzo).Lasciata ogni speranza di concorrenza sui costi, il settore si riabilita con due botte di trasparenza. Primo: disclosure sui dati di propensione al rischio dei risparmiatori. Dopo il default Cirio, s'è pensato di pubblicare delle statistiche del livello di rischio che ciascun risparmiatore firma quando compra titoli in banca. Sono quindi in corso di stampa da Capitalia e Patti Chiari di Abi, tabelline orizzontali sul profilo di rischio registrato presso le basi dati delle banche (sicuro che ne viene fatto il data entry). Poi ci sono tabelline con il profilo di rischio dei titoli posseduti da detti risparmiatori per fascia di rischio accettato. E c'è infine una terza tabellina sul profilo di rischio che tali risparmiatori dichiarano in interviste fuori banca. C'est qua sa, madame? Questo serve a capire con l'aiuto di un bravo relatore pubblico se c'è un delta tra intenzioni del risparmiatore e realtà. Serve a capire quanto sei incosciente, quanto t'hanno venduto roba che non volevi e quanto firmi roba che non leggi. La predilezione nazionale per il mattone ha pure una causa di push fuori dal parco buoi.La tesi è che non sono stati venduti titoli rischiosi a vecchine inconsapevoli. Le tabelline riparano al gap informativo su cosa è stato venduto a chi. Sono stati restituiti i denari, ma non è questo il compito della Csr. Non dispiace la perdita, ma quel troncare, sopire alla Conte Zio. Noi del Csr Report siamo in cerca di costi sociali impliciti e nascosti, solo in seconda battuta interessa il loro autore. Il danno grande della vicenda lo subiamo se non stiamo imparando nulla, se non facciamo nulla di concreto per attuare il non lo faccio più.La seconda faccenda riguarda un aspetto il reporting corrente sui titoli che è un po' truffaldino: il benchmark. Quando compri un titolo, la banca ti fa vedere che esso ottiene risultati sempre migliori del benchmark. Questo è in genere costituito da un paniere di indici. Ma un fondo reale ha un gestore che dalla mattina alla sera lavora per ottimizzarne le prestazioni rispetto alla realtà. Un indice no. È come dare pugni a uno con le mani legate. Che fare? Prendere a benchmark oggetti reali: il fondo della banca accanto, cose fisiche che io posso comprare in alternativa. Non si fa benchmark del cappuccino con il latte della centrale e il moka brasiliano, si fa benchmark tra bar e bar. "Ma questo lo fanno le riviste, compri il Mondo o Milano Finanza." No, io pago te per dirmelo.Paolo D'Anselmi

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