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Democrazia diretta: perché i cittadini non partecipano?

24/07/2013

Il tema della democrazia diretta e della sua variante digitale è di estrema attualità e riguarda chi si occupa di politica ma anche, e soprattutto, di comunicazione politica. Ma davvero la partecipazione diretta dei cittadini è la soluzione a tutti i mali? E se lo è perché sembra non funzionare poi così bene? La riflessione di _Matteo Colle._

di Matteo Colle
In questi mesi, complice l’exploit del Movimento 5 Stelle, ma anche la sempre maggiore presa di consapevolezza di un sistema di rappresentanza politica chiaramente inefficiente, si fa un gran parlare di democrazia diretta e di democrazia digitale che, della prima, è una variante supportata dai social network. Mi pare un tema che interroga non solo la politica, ma anche, e soprattutto, chi fa comunicazione politica. E, giustamente ci si interroga, di fronte a un mutamento profondo della società, in cui i cittadini chiedono di essere più informati, e soprattutto di partecipare alla decisione pubblica, ci si interroga, dicevo, su come garantire questo allargamento della partecipazione, se sia possibile e – perché no – se sia sempre utile.
Il dibattito teorico tra i sostenitori della democrazia rappresentativa e quella diretta non è, a dire il vero, né nuovo, né recente. Gli stessi nostri padri costituenti – va detto in un contesto sociale molto diverso – avevano chiaro il tema; e l’istituto referendario nasce proprio dalla consapevolezza di contemperare il sistema della rappresentanza, l’unico che pareva efficiente alla prova della storia, con strumenti di democrazia diretta che lascia in capo in modo immediato il potere legislativo al singolo cittadino.
Anche il dibattito filosofico e politologico non ha mai trascurato la questione, consapevole tuttavia che per le dimensioni e la complessità della società contemporanea, è inevitabile la sua evoluzione in sistemi e sottosistemi specializzati, tra cui quello politico in cui la legittimazione discende non dall’esterno ma dal suo meccanismo di autoregolazione. Una democrazia procedurale, insomma, in cui la legittimità delle decisioni assunte e del ruolo dei decisore dipende dalle regole seguite e non da investiture esterne.
Oggi il moltiplicarsi di strumenti di comunicazione sempre più efficaci, in particolare quelli offerti dalla rete, che consentono la costruzioni di dibattiti aperti, pubblici e allargati, insieme a un profondo mutamento della società, in cui si sono ristrutturati i bisogni e i diritti di cittadinanza, hanno riportato in auge la riflessione sulla partecipazione diretta dei cittadini alla decisione pubblica, fino a parlare di democrazia digitale diretta. Di là dalle considerazioni che vertono sulla famiglia politica di appartenenza delle teorie che tendono a svalutare la rappresentanza a discapito della partecipazione diretta dei cittadini (si tratta dei diversi populismi, e sia detto senza polemica), ciò che si può dire è che, ad ogginon c’è traccia di una prova che tali meccanismi di democrazia diretta: a)abbiano mai avuto una reale applicazione nell’ambito di una sistema politico evoluto b) funzionino meglio della democrazia deliberativa procedurale c) possano traguardare in una forma di neo-democrazia digitale.
In effetti al netto degli annunci, dei desiderata e dei manifesti, le forme di democrazia diretta, di partecipazione dei cittadini senza mediazioni, si è realizzata solo in alcuni ristretti gruppi sociali (si direbbe sottosistemi specializzati) in cui lo strumento di e-democracy diviene il fondamento procedurale della legittimazione delle decisioni. Sull’efficacia e la durata di tali sottosistemi sorvoliamo, la sorte di OWS è nota. Così come è nota la “durata politica” di movimenti che hanno approfittato della capacità di mobilitazione offerta dalla rete anteponendola alla costruzione di una piattaforma politica.
Lo stesso accade per le forme civiche di partecipazione alla decisione amministrativa. Tentativi ce ne sono stati anche fuori dalla sfera digitale, da Agenda 21 in qua e in là, fino all’annunciata rivoluzione arancio milanese. E sempre si sono scontrati con il meccanismo ineluttabile della specializzazione dei sistemi politici, in cui la delega ai rappresentanti nasce proprio dalla necessità del sistema di attribuire ai suoi membri funzioni diverse e complementari. In buona sostanza se eleggo un Sindaco è perché lo ritengo legittimato ad assumere decisioni in mio nome. Sostenere che il sistema per legittimarsi avrebbe bisogno di meccanismi di intervento diretto dei cittadini nella decisione delegata è in sé un controsenso e per di più ha sempre mostrato la corda. Tanto che da più parti ci si interroga sul perché i meccanismi di partecipazione diretta non funzionano poi così tanto e così tanto bene.
Ciò detto, non credo che l’ampliamento della partecipazione; la costruzione del consenso e della condivisione delle decisioni amministrative non sia un obiettivo da perseguire. Se la cosiddetta democrazia digitale diretta che si propone di sostituire o stampellare il meccanismo della rappresentanza (che va detto si è in Italia dimostrata particolarmente inefficiente), è una risorsa, lo è proprio nella direzione del richiamo alla necessità di mutare definitivamente la concezione della comunicazione pubblica e politica. Da comunicazione come orpello, alla comunicazione come parte della decisione amministrativa. Se invece si auspica che i social network possano ragionevolmente rappresentare un sostituto o un’integrazione del sistema procedurale della democrazia rappresentativa, temo che ci si troverà a ripetersi sempre lo stesso interrogativo: perché i cittadini non partecipano?

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