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E se le relazioni con i media calano del 25%?

09/12/2008

Trasformiamo il rischio in una opportunità!... Senza panico, consapevolmente attenti alle dinamiche della situazione: ecco alcune cose che potrebbero fare per noi le associazioni professionali.

di Toni Muzi Falconi


Non c’è nessuno che non preveda che nel 2009 le pagine pubblicitarie sui media tradizionali diminuiranno sensibilmente, e ha quindi senso immaginare che per ogni pagina in meno, gli editori ridurranno di altrettanto gli spazi editoriali.


Gli ottimisti parlano di una riduzione del 50% e di una ripresa nell’inverno 2009, i pessimisti parlano invece di una ripresa solo nel 2012.
Se ci collochiamo prudentemente nel mezzo parliamo di fine 2010.


Se questa è la situazione, gli editori che potranno reggere a 24 mesi di caduta del 50% di pubblicità sono pochi, e dobbiamo predisporci ad una sistema dei media sostanzialmente diverso da quello di oggi.


Se poi è vero che il 50% almeno del lavoro dei relatori pubblici ha a che fare con il sistema dei media, dobbiamo dedurne che la riduzione del 50% degli spazi editoriali ridurrà di altrettanto il tempo che noi dedichiamo alle relazioni con i media.
Quindi un buon 25% in meno rispetto ad oggi.


Se sono 100 mila i relatori pubblici in Italia, e – a grandi spanne – 50 mila quelli che si occupano di relazioni con i media, parliamo di 25 mila operatori che non avranno più molto a che fare con i media.


Rispetto all’impatto economico complessivo di questa situazione dipende da quale approccio adottiamo:


° se prendiamo quello classico (ma fuorviante…) che considera le relazioni pubbliche alla stregua della pubblicità, possiamo immaginare una riduzione secca di investimenti pari a quasi 1 miliardo di euro;


° se invece assumiamo che le relazioni pubbliche sono labor intensive e quindi il loro impatto economico va misurato censendo il numero degli addetti, definendo un loro costo medio annuo e moltiplicandolo per 3; l’impatto economico sulle relazioni pubbliche della crisi della pubblicità diviene assai più rilevante: 25 mila addetti a un costo lordo annuo medio di 50 mila euro moltiplicato per 3 fa 3.75 miliardi di euro.


Mi chiedo se queste considerazioni siano all’attenzione dei vertici delle nostre associazioni professionali e se qualcuno sta pensando seriamente a come affrontare il tema per assicurare ai rispettivi soci un qualche valore specifico a fronte della loro quota associativa.


Attenzione, non vorrei si pensasse che questa sia una domanda demagogica. Nessuna intenzione del genere.
Vorrei però capire se e cosa si sta preparando per mettere i nostri colleghi in condizioni di reagire meglio.


Enumero alcune possibili strade da intraprendere (sempre tenendo presente dell’inarrestabile crescita di Internet come nuovo ambiente di relazioni):



rendere gli associati maggiormente consapevoli non tanto della situazione (immagino se ne siano già accorti…) ma delle ragioni profonde che connotano questa crisi rispetto alle precedenti e quanto queste ragioni profonde siano propedeutiche all’inevitabilità di una crescita sostanziale delle relazioni pubbliche nel breve, medio e lungo termine;




aiutare i soci a cogliere l’opportunità di un forzata riduzione delle relazioni con i media per transitare più rapidamente ad una visione più ampia della professione delle relazioni pubbliche intese come relazioni con i pubblici influenti delle organizzazioni, ad esempio assumendo l’impegno ogni settimana di raccontare sul sito associativo un caso specifico in cui le relazioni con altri stakeholder hanno prodotto un rilevante valore aggiunto per le organizzazioni;




fornire supporti operativi ai soci in chiave di migliore comprensione e approcci rispetto alle relazioni con i dipendenti, i fornitori, le istituzioni, la comunità finanziaria, le comunità locali, i soggetti della trasformazione del territorio;




……




A fronte delle riflessioni di Toni Muzi Falconi leggi l’articolo S’ammalano i giganti di carta di oggi, 9 dicembre 2008, tratto da La Stampa.

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