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Elezioni 2013, ultima chiamata per i comunicatori politici?

16/07/2012

“Le prossime elezioni metteranno alla prova anche i professionisti della comunicazione politica, ai quali si chiede un salto di qualità nella definizione delle strategie. Dalla riconquista della credibilità da parte dei partiti passa non solo il successo o l’insuccesso della campagna elettorale, ma anche la sopravvivenza stessa della nostra democrazia”. La riflessione di _Andrea Ferrazzi._

di Andrea Ferrazzi
Sostiene Angelo Panebianco che “cambiare radicalmente stile comunicativo potrebbe essere l’unica via d’uscita” alla crisi di legittimità di cui soffrono tutti i maggiori partiti politici italiani, con le inevitabili conseguenze negative sulle stesse istituzioni democratiche. Nel suo editoriale, pubblicato sul Corriere della Sera di domenica 15 luglio, il politologo evidenzia come vi sia una paradossale paura della democrazia: più si avvicina la fine dell’attuale legislatura e, quindi, dell’esperienza del governo tecnico più cresce un senso di ansia e frustrazione per l’attuale vuoto nell’offerta politica.
Spiega Panebianco: “E’ diffusa la convinzione che le forze politiche fra le quali si distribuiranno i voti degli italiani siano tutte inadeguate, costitutivamente incapaci di perseverare nelle politiche di risanamento che la crisi ha reso necessarie”. La soluzione indicata è “estranea alle nostre tradizioni”, ma è anche l’unica possibile: evitare di condurre la solita campagna elettorale a suon di slogan, di promesse generiche e di prese di posizione ideologiche contro il nemico per puntare invece su progetti specifici.
Non posso che essere d’accordo con queste considerazioni. Già in un mio precedente articolo sulle sfide della comunicazione che si sono aperte con il vuoto colmato temporaneamente dal governo tecnico, osservavo che ad essere mancato negli ultimi vent’anni, anche sotto il profilo della comunicazione politica, è l’orientamento alle policies più che alla politics, all’efficacia dell’azione governativa più che allo scontro ideologico tra schieramenti diversi. E aggiungevo: “La sfida che si apre per i politici e anche per i consulenti di comunicazione è cruciale: ricostruire la credibilità dei partiti agli occhi dell’opinione pubblica. Per vincerla sarebbe opportuno iniziare a costruire una vera democrazia dell’output, con gli schieramenti che si confrontano, e a volte magari si scontrano, sulle scelte di policies, misurandosi così soprattutto sull’efficacia (o la non efficacia) dell’azione governativa. Ciò contribuirebbe a produrre una classe dirigente preparata e, di conseguenza, a ridare dignità ai partiti, elemento cardine della rappresentanza democratica”.
Panebianco sostiene grossomodo la stessa tesi: passare dal metodo “ideologia + promesse generiche” al metodo “progetti specifici” per attuare radicali cambiamenti di stile politico e comunicativo. Una scelta quasi obbligata, perché – si legge ancora nell’editoriale – condurre la solita campagna elettorale all’italiana sarebbe un errore fatale, visto che il discredito della politica, documentato dai sondaggi, ha superato il livello di guardia. Forse, dunque, non è azzardato affermare che la campagna per le prossime elezioni politiche metterà alla prova, come mai prima d’ora, anche i professionisti della comunicazione politica, ai quali si chiede un salto di qualità nella definizione delle strategie. Sbaglia chi pensa di utilizzare la solita cifra comunicativa, magari nell’illusione di combattere i “grillismi” sul terreno scivoloso dell’antipolitica.
E’ necessario rendersi conto che dalla riconquista della credibilità da parte dei partiti passa non solo il successo o l’insuccesso della campagna elettorale, ma anche la sopravvivenza stessa della nostra democrazia. A questo proposito, valgano, per tutti, le parole del filosofo, Eric Weil: “La democrazia non resiste, per una sorta di grazia di stato, a ogni prova, a ogni tensione, a ogni ingiustizia. Essa è dappertutto una marcia verso la ragione, un’educazione perpetua dell’uomo dall’uomo stesso, affinché quest’uomo sia veramente e pienamente tale (…) la democrazia non è mai: è sempre da realizzare”.

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