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Elogio delle lobby

21/11/2011

“Il sano lobbismo è essenziale per una ragione che viene prima di un più efficiente e trasparente processo democratico. Il valore in gioco è la libertà, che viene prima e non dopo la democrazia”: lo sostiene con convinzione _Oscar Giannino_, in un pezzo apparso su _Panorama Economy_ in cui perora la causa del lobbismo e dei lobbisti, “veri difensori e moltiplicatori di libertà conculcate”.

di Oscar Giannino
Modesto consiglio. Leggete la Alta pressione di Francesco Galietti. È snello, ma fitto di richiami comparati a leggi e atti pubblici che in alcuni Paesi – pochi, quasi tutti di ordinamento anglosassone e common law – disciplinano la rappresentanza temporanea di interessi nei confronti di policymaker e amministrazioni pubbliche. Un tentativo di disciplina sussiste a livello comunitario, con il pubblico registro introdotto per le istituzioni europee. Da noi, tranne che conati in tre sole Regioni, il nulla. Tranne profluvi di chiacchiere e accuse, perché nella babele della politica ciascuno parla come se fosse a nome dell’interesse generale, mentre sono tutti gli avversari accusati di essere strumento e veicolo di lobbisti interessati. Il mio consiglio è di leggere il libro di Galietti in parallelo a quello di un altro mio stimato amico, Fabio Bistoncini, che in Vent’anni da sporco lobbista racconta la sua scelta di vita professionale proprio in questa scivolosa terra di nessuno.
Entrambi gli autori sono risolutamente a favore dell’adozione anche in Italia di norme a regolamentazione delle lobby. Galietti in realtà propone misure più dirette alla trasparenza e accountability degli atti pubblici, poiché è giustamente schifato più del caos normativo che dell’impropria influenza che vi eserciterebbero opachi interessi. Bistoncini si occupa più da vicino dei problemi della categoria, per così dire, in un mondo di decisori complessi e stratificati in cui dall’Ue fino all’ultima circolare interpretativa dell’Agenzia delle entrate o dei servizi tecnici dell’assessore del più piccolo Comune ogni aspetto della nostra vita è disciplinato da selve di norme.
Personalmente, come ho scritto nella prefazione di Bistoncini, sono ancora più risoluto di entrambi gli autori. Dipende dalla scuola in cui mi riconosco, quella che antepone l’individuo e le sue libertà naturali alle pretese dell’ordinamento positivo, e che si batte perché mercato e concorrenza non vengano strangolati e stravolti dall’invadenza onnipervasiva dello Stato. Per chi la pensa come me, il sano lobbismo – quello che nulla ha a che vedere coi Bisignani e i Milanese, i Morichini e gli Anemone, per venire ai nomi editore.118 pagine dell’Italia di oggi – è essenziale per una ragione che viene prima di un più efficiente e trasparente processo democratico.
Il valore in gioco è la libertà, che viene prima e non dopo la democrazia. E io chiedo, preferisco e voglio dieci, cento, mille lobbisti dichiarati e che agiscano pubblicamente in nome e per conto dei propri clienti e assistiti: perché oggi più che mai è la libertà a essere messa in pericolo e in scacco, a venire derisa e calpestata dall’orgia quotidiana di decisioni pubbliche stratificate alle quali dobbiamo tutti sottometterci. Il dramma della modernità è che non ce ne rendiamo più neanche conto. L’eredità dei tragici conflitti tra ideologie totalitarie del Novecento ci fa ritenere un Eden l’usurpazione di ciò che venne inventato nell’Atene del V secolo avanti Cristo, la democrazia, applicata invece a un sempre più esteso, penetrante e asfissiante regime di comando burocratico e amministrativo, un regime nel quale il principio di rappresentanza elettorale è sempre più ipocrita sudario del quale s’incarta l’onniprescrittivo Moloch normativo-regolamentare.
Consideriamo una questione divenuta essenziale in Italia da parecchi anni a questa parte, il conflitto d’interesse. Una questione che è fondamentale per cambiare giudizio sul lobbismo, se anche voi condividete il luogo comune per il quale le lobby sono il cancro di un sano processo decisionale e non il rimedio per strappargli il velo che ve lo fa sembrare sano, quando al contrario non lo è affatto. Per moltissimi di voi il conflitto d’interesse per antonomasia, quello che incarna da solo l’intera fattispecie e che più danni ha fatto all’Italia, è quello di Silvio Berlusconi, insieme premier che con la sua maggioranza controlla la Rai e privatamente proprietario di televisioni. Problema innegabile. Anche se sulle terapie immagino che ci dividiamo, perché io privatizzerei la Rai e affiderei il servizio pubblico a privati che ne vincessero apposita gara, impegnandosi a garantirne lo standard di servizio.
Ecco, un Paese moderno che vede «un» conflitto d’interesse si condanna a essere cieco. Per la mia scuola, quella di Public choice di James Buchanan, il processo decisionale pubblico – stante l’eccessiva estensione che lo Stato ha assunto nel secondo dopoguerra e stante l’anomala ipertrofia che esso ha toccato in Italia – è in quanto tale afflitto da conflitto d’interesse. Il ceto politico che pro tempore esercita il governo a qualunque livello, e qualunque sia il colore politico della sua coalizione, è in quanto tale espressione e portatore di una somma di interessi particolari e di interessi personali, che esercitano ruolo preponderante nelle scelte pubbliche, fiscali e di bilancio.
Ed è all’interesse dei governanti pro tempore che occorre porre freni sistemici. Perché la loro volontà non è affatto la volontà generale, quella dannata e mistificatoria formula rousseauiana da 250 anni spacciata da chi governa come sacro sigillo che spartirebbe ciò che è giusto da ciò che non lo è, nelle decisioni pubbliche. La volontà generale non esiste, è solo una mera finzione. Quella degli interessi di minoranze che si organizzano meglio per far passare ciò che è meglio per loro nella legislazione e nell’amministrazione. A cominciare da ciò che meglio li rende rieleggibili e meglio comunque li fa campare in altri incarichi di sottogoverno e spoils system se non rieletti, quando si parla dei politici. Non è Giannino a dirvelo. Vi prego, rileggete sacri testi come Il calcolo del consenso di Gordon Tullock, oppure Politica dei princìpi, non degli interessi di James Buchanan.
Aprite i vostri occhi: è del conflitto d’interesse di ogni decisore pubblico che dovete imparare a diffidare. Quanti avvocati, quanti cattedratici universitari eleggete in Parlamento! Credete, con tutto il rispetto per le loro nobili professioni, che abbia una qualche relazione col fatto che non riusciamo a liberalizzare gli ordini professionali e che si tramuti in un Vietnam ogni tentativo di portare l’università a forme di competizione basate sul merito e non sull’anzianità di servizio e sul diritto alla cattedra? Potrei continuare a iosa. Vi hanno abituato per decenni a credere che alcuni interessi siano più giusti degli altri. Ma in nome di che cosa, se non del fatto che tra i decisori di ogni colore la difesa di quegli interessi era più radicata? Che l’impiego pubblico debba a parità di qualifica essere pagato meglio del privato, e intoccabile a vita, in nome di che cosa è giusto? Se la Repubblica è fondata sul lavoro, perché il lavoro dipendente deve avere trattamenti fiscali e contributivi preferenziali rispetto a quello autonomo, vittima di tenaci campagne di odio sociale? Se la capacità contributiva è per Costituzione proporzionale al reddito, perché la piccola impresa deve vedere gravato il proprio risultato di venti o trenta punti percentuali di prelievo fiscale più della grande?
Ecco perché il lobbista professionista, dichiarato e trasparente, colui che agisce in rappresentanza temporanea d’interessi di imprese, gruppi di pressione, associazioni, Stati, comunità e via proseguendo, cercando di farne valere il punto di vista in ragione della propria specifica conoscenza di come si realizza tecnicamente il processo decisionale pubblico, questa figura che nel dibattito pubblico italiano evoca immediatamente diffidenza e talora disprezzo è invece un difensore e moltiplicatore di libertà conculcate. È un eroe al contrario: come al tempo del consenso diffuso all’Assolutismo erano gli eretici e i liberi pensatori a essere oggetto di diffidenza e talora di misure cautelari, a dover pubblicare a cavallo delle frontiere i loro libelli e a dover spesso esulare per sfuggirne i bandi, allo stesso modo al tempo d’oggi il lobbista è spesso l’unico difensore di diritti che neanche un giudice può tutelare, perché è la norma vigente a non riconoscerli come tali senza che per questo a uomini liberi sia negato di considerarli tali, e di battersi con tutte le forze e gli strumenti leciti perché come tali siano pubblicamente riconosciuti. Come sempre è avvenuto nella travagliata lotta plurimillenaria perché la libertà si affermasse nella codificazione sul principio della discrezionalità pubblica.
Il pregiudizio pseudodemocratico ostile al lobbista, Rousseau che prevale su Voltaire, non è solo forte in Italia in ragione dell’egemonia che quella combriccola di soggetti autolegittimanti – i partiti e i loro leader – si è da sempre attribuita nella vita pubblica. È un problema comune all’Occidente. C’è un intero filone di pensiero, nella teoria generale dell’azione collettiva da Vilfredo Pareto al teorema dell’impossibilità delle scelte logiche di Arrow, che, al moltiplicarsi degli strumenti e degli incentivi perché l’interesse individuale e di gruppi si possa esprimere al meglio, al fine della traduzione in interessi pubblici ha preferito invece concentrarsi nel fallimento dell’azione collettiva proprio per effetto della forza preponderante di alcuni interessi.
Detta così, è la stessa diagnosi perla quale io vi invito a diffidare del prevalere degli interessi del decisore su quello dei normati. Solo che questo filone negli anni Cinquanta e Sessanta ha potentemente imboccato una via ideologica, quella cioè del discrimine degli interessi ancora una volta sulla base di scale di valore esterne a quelle della mera libertà del rivendicarli. Richiamo un solo nome per tutti, quello di Mancur Olson tanto caro alla sinistra, che con la sua Logica dell’azione collettiva a metà anni ‘60 puntò il dito contro il lobbismo industriale e di piccoli gruppi, i nuovi potenti nemici dell’interesse pubblico precedentemente incarnato da sindacati e grandi associazioni di categoria comunque ispirate a principi di appartenenza o collateralismo politico.
È da questa teoria della prevalenza degli interessi politologici che si nutre il riflesso pavloviano del pregiudizio antilobbistico. La redistribuzione verso il basso viene prima della produzione, dice il pregiudizio. E alla soddisfazione di interessi pubblici attraverso gare nel mercato o per il mercato, a seconda del tipo di infrastruttura mediante la quale il servizio viene offerto, il pregiudizio antilobbistico fa prevalere invece una sorda difesa che pubblico significhi «gestito da dipendenti pubblici». Com’è accaduto nel referendum sulla gestione dei servizi idrici. Sono i partiti politici ad animare e promuovere questa mistificazione. Non vogliono mollare né la discrezionalità piena nella stesura delle norme, né il pieno dominio dell’amministrazione che pure dovrebbe essere imparziale e indipendente, né tanto meno la gestione affidata a 7 mila società a controllo e partecipazione pubblica, diffuse a rete nell’intero Paese e affidate a trombati della politica, parenti e sodali.
Viva i lobbisti, dunque. È ovvio che nel passaggio tra interessi di privati e gruppi e interessi pubblici pesino asimmetrie e ineguaglianze nelle posizioni relative delle parti coinvolte. È giusto preoccuparsi che imprese che condizionano con la loro forza finanziaria la raccolta pubblicitaria di media e televisioni, e spesso ne sono proprietarie – non solo il Cavaliere, ma anche De Benedetti, i soci di Rcs, di La 7 e via continuando – non approfittino di questa ingente leva per autotutele e pregiudizio ai concorrenti. Ma a questi dati di fatto – cioè al conflitto d’interesse endemico, regola e non eccezione nella società moderna, come ha scritto Guido Rossi – si risponde con incentivi asimmetrici e selettivi che consentano a chiunque attraverso lobbismo esplicito di far valere il proprio punto di vista. Non definendo come eticamente superiore ciò che è interesse pubblico solo perché cristallizzato come tale da un politico pro tempore, e dileggiando e delegittimando invece come avidità privata, cinica e pericolosa, affaristica e piduistica tutto ciò che è rimasto fuori dal recinto della politica. Almeno, così la pensiamo noi mosche bianche mercatiste.
Tratto da Panorama Economy

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