Ferpi > News > Etica come responsabilità: perché la CSR non sia solo un'etichetta per le organizzazioni e un alibi

Etica come responsabilità: perché la CSR non sia solo un'etichetta per le organizzazioni e un alibi

11/04/2006

Giampietro Vecchiato offre il suo contributo al tavolo di discussione aperto da Ferpi sui temi della comunicazione responsabile.

Continuiamo anche questa settimana a trattare il tema della comunicazione sostenibile con un nuovo contributo che va ad aggiungersi a quelli già recentemente pubblicati in seguito ad un percorso che - nato dalle pagine del nostro sito - si è concretizzato in un primo incontro volto ad approfondire la questione della misurabilità della dimensione responsabile della comunicazione, nell'ottica di un potenziale documento sintetico di policy della Ferpi.Ecco di seguito, l'intervento di Giampietro Vecchiato:1. Le premesse1.1 L'uomo contemporaneo è privo di riferimenti naturali, istituzionali, ideologici e spirituali che, in un passato anche recente, erano in grado di esprimere valori e ideali capaci di dare un senso alla vita umana, sia individuale che collettiva.1.2 Viviamo immersi in una concezione della vita sociale nella quale tutto ciò che è collettivo è buono e sano, mentre tutto ciò che è individuale è cattivo e malato. Questa visione ha de-responsabilizzato la persona e tradito il concetto di libertà responsabile.1.3 La globalizzazione dell'economia e il progresso tecnologico e scientifico stanno provocando profondi cambiamenti nella vita quotidiana delle persone con una conseguente e progressiva riduzione dello spazio di previsione sugli effetti di lungo periodo delle azioni umane (sostenibilità).1.4 La contrapposizione fra profit e no-profit è ancora troppo marcata nel nostro Paese a causa di una forte e diffusa cultura anti-mpresa che vede nel mercato, e soprattutto nel profitto, la ragioni di tutte le ingiustizie sociali e l'origine di tutti i mali. Reciproche contaminazioni sarebbero invece utili per portare valori e ideali agli uomini d'affari e cultura d'impresa ai volontari del terzo settore.2. Le necessitàE' urgente e necessario, da una parte, riportare l'uomo - e non un'astratta e impersonale società/organizzazione - al centro dei processi economici e dell'agire umano (l'uomo, afferma Kant, va trattato come un fine e mai come un mezzo); dall'altra rivalutare la cultura della responsabilità individuale che va indissolubilmente coniugata con l'etica. Solo l'intima riflessione (profonda, sofferta e per questo "tragicamente" individuale) e l'assunzione della cultura del rischio a fianco della responsabilità individuale, possono essere un antidoto forte e permanente alla degenerazione delle organizzazioni.3. La persona e l'azienda/organizzazioneL'uomo, quindi, sia esso imprenditore, manager o dipendente e non solo le organizzazioni, deve imparare a dire dei  NO e, in qualche caso, deve anche imparare a "non fare ciò che potrebbe fare" (Emanuele Severino).Infatti, tutto ciò che è economicamente o tecnicamente fattibile non sempre è eticamente praticabile. Va anche ribadito che l'etica non è una conquista definitiva. Non è acquistabile, né trasferibile ed è il frutto di precise e consapevoli scelte personali e del lento sedimentarsi di piccoli e quotidiani comportamenti che cercano di dare una risposta ai dilemmi etici che si presentano ogni giorno al relatore pubblico. Per questo guardo alla crescente attenzione delle organizzazioni per la CSR con qualche perplessità.Le organizzazioni sono eticamente neutre.Non è infatti sufficiente essere "certificati", adottare un "codice etico" e/o chiamarsi "impresa sociale" per essere eticamente corretti e socialmente responsabili.I comportamenti umani, invece, non sono e non possono essere neutri.L'etica e la responsabilità sociale richiedono innanzitutto un soggetto-persona e poi un'organizzazione per esplicitarsi e diventare comportamento agito.Senza una profonda visione etica e morale, unita ad un alto senso di responsabilità delle singole persone, non può esserci responsabilità collettiva delle e nelle organizzazioni.Il rischio è che le organizzazioni continuino a ostentare (con la complicità di molti pseudo-comunicatori) una esasperata ricerca di visibilità attraverso la CSR per lavare una coscienza troppo sporca e refrattaria a ogni cambiamento reale (a partire dal "fai quello che dici").Ma anche, e forse soprattutto, senza alcun investimento né impegno diretto per migliorare il mondo, come se l'agire economico facesse parte di un sistema filosofico, politico e sociale astratto e slegato dalla vita dell'uomo.4. ConclusioniEtica professionale (delle persone) e responsabilità sociale (delle organizzazioni) sono inseparabili. Per questo motivo parlerei di etica della responsabilità . Un'etica che si interroga ogni giorno, qui ed ora, sulle conseguenze che le azioni delle persone e delle organizzazioni possono avere sugli altri, sull'ambiente, sulla comunità, sulle generazioni future. Etica ed economia; responsabilità dei comunicatori/relatori pubblici e responsabilità delle organizzazioni, vanno quindi ricondotte ai diritti/doveri che caratterizzano ogni relazione tra le persone; tra le persone e le organizzazioni; tra le organizzazioni e i suoi stakehoder.Solo partendo da questa centralità è secondo me possibile e anche doveroso inserire a fianco delle tre "P" della sostenibilità Profit, Planet, People la "C" di comunicazione e percorrere la strada della rendicontazione dei comportamenti comunicativi basandosi su indicatori realistici e condivisi.Giampietro Vecchiato 
 
 

COMMENTI

Eventi