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Giornalisti e Rp: l’etica prima di tutto

14/04/2011

Esistono cattivi giornalisti e cattivi comunicatori. E’ a costoro e alla loro scarsa professionalità che è imputabile la difficoltà che talvolta si evidenzia nel rapporto tra le due professioni. Se ne è parlato durante l'incontro promosso da Ferpi nell'ambito del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

di Giovanna Fabiano
Inizia all’insegna della metafora–provocazione “della rana e dello scorpione”, da parte del moderatore, il giornalista Sebastiano Barisoni, Relatori pubblici e giornalisti, una nuova identità, l’atteso incontro sul rapporto tra giornalisti e relatori pubblici promosso e organizzato da FERPi nell’ambito della quinta edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia che ha suscitato grande interesse, bissando il successo dello scorso anno.
Chiaro il messaggio emerso dal workshop di Perugia: nessun muro tra le due professioni, interdipendenti ma da sempre antagoniste, ma una collaborazione sempre più stretta nell’interesse di tutti. La sfida per entrambe le professioni viene dall’uso crescente e più consapevole delle nuove tecnologie e la dilagante diffusione del “social” che stanno cambiando il modo di comunicare delle aziende e il modo di fare informazione. I new media sono necessari e fondamentali perché i nostri interlocutori hanno ormai un rapporto diretto con l’informazione: oggi il destinatario dell’informazione ne è diventato anche produttore. Prima di approcciarsi alle nuove tecnologie bisogna saperle usare e soprattutto sapere come vengono usate dai nostri stakeholder. “Il cittadino si informa con una molteplicità di canalità – afferma il presidente Ferpi Gianluca Comin – ed è importante scegliere il veicolo giusto per passare l’informazione agli stakeholder. Sarebbe bello un mondo di pochi con cui interloquire ma è impossibile vista la realtà che ci circonda”.
La sala Raffaello dell’Hotel Brufani di Perugia, gremita di giornalisti e comunicatori ma anche di tante persone comuni, come è tradizione del Festival di Perugia, che hanno voluto prendere parte a questo importante momento di dialogo, è stata teatro di un confronto come non si vedeva da tempo tra alcuni tra i più autorevoli professionisti dell’uno e dell’altro mondo professionale. C’erano il direttore de L’Unità, Concita De Gregorio e quello de L’Espresso, Bruno Manfellotto, il Capo Redattore del TG5, Giuseppe De Filippi, il Direttore del TGCom, Paolo Liguori, il Presidente di Ferpi e Direttore delle Relazioni Esterne di Enel, Gianluca Comin, il CEO di Weber Shandwick, Furio Garbagnati e l’AD di Barabino&Partners, Luca Barabino.
Tante le keywords attorno alle quali si è sviluppato il confronto: rivoluzione digitale, multicanalità, crossmedialità, investimenti pubblicitari, reputazione e riconoscibilità.
Secondo Furio Garbagnati: “il lavoro dei comunicatori nel mondo digitale, il nuovo ambiente sociale, si fa sempre più complesso. E’ indispensabile focalizzarsi bene sui pubblici, capire chi sono gli stakeholder e quali sono le loro aspettative. Mentre una volta gli stakeholder erano chiari, oggi non sappiamo chi siano realmente i nostri interlocutori e sono loro che ricercano le informazioni”.
Il problema più attuale è, quindi, come gestire le relazioni nella rivoluzione digitale che stiamo vivendo. “Stiamo andando oltre Internet, Facebook suggeisce alle aziende un layout a loro disposizione”, ha sostenuto Paolo Liguori. “Questo determina un cambiamento della cultura della comunicazione, sia per i giornalisti che per i comunicatori delle organizzazioni, perché oggigiorno la gente trova tutte le informazioni online e il consumatore consapevole (nel senso più ampio del termine) si forma in Rete”. Ma l’autorevolezza della fonte non conta più quindi? Valgono di più 150 commenti di gente sconosciuta su TripAdvisor o un report di viaggio di una giornalista come la Fallaci? E’ in questi interrogativi la vera questione da orsi secondo Concita De Gregorio che è però fermamente convinta che la credibilità della fonte sia fondamentale. “Internet non è sufficiente – sostiene il Direttore de L’Unità – conta l’autorevolezza di chi parla”.
Ma non sono solo le nuove tecnologie a mutare il rapporto con tra relatori pubblici e giornalisti. La relazione è da sempre stata travagliata. C’è da sempre un problema di reputazione e di identità. Le cosiddette “operazioni di vendita” delle notizie, i comportamenti fastidiosi, opachi e fuorivianti di alcuni relatori pubblici hanno messo in discussione la reputazione della nostra professione presso i giornalisti. Ultracitato il caso dell’articolo di Camilla Baresani per Il Sole 24 Ore sulla “gommosa cotoletta del ristorante Gold di Dolce e Gabbana” risoltasi con la logica del rapporto di forza. Tu, piccolo e debole, parli male di me ed io, grande e forte, ti tolgo tutti gli investimenti pubblicitari.
E’ corretto comportarsi così? Se ne è discusso molto ieri. Giornalisti e comunicatori sostengono che la questione sia che esistono “cattivi giornalisti e cattivi comunicatori”. E’ riconosciuto che in entrambi i mondi manchi molta professionalità e sia necessaria più formazione. E quando accadono episodi di questo tipo, e potremmo citarne altri (anche se non sono moltissimi), è normale che si creino quelle incomprensioni e quelle situazioni per cui si fa “di tutta un erba un fascio” sovrapponendo le idee sulle professioni.
Secondo Luca Barabino, “è giusto stigmatizzare il comportamento delle cattive aziende e i consulenti devono imparare a dialogare, discutere e far ragione i clienti. Anche se in questo clima di crisi le aziende sono meno arroganti e capiscono che è meglio parlare sottovoce”.
La questione degli investimenti pubblicitari è stata dibattuta molto dal Direttore de L’Espresso Bruno Manfellotto che sottolinea anche che “in Italia gli investimenti pubblicitari televisivi sono molto più alti di quelli sulla carta stampata e soprattutto esistono i Centri Media che stanno a metà strada tra i giornali e i clienti e orientano il loro budget”. Questa è sicuramente un’altra nota che si aggiunge e contribuisce a mutare il rapporto tra giornalisti e aziende.
De Filippi ritiene che “in ogni caso il prodotto comunichi da solo ma che esista un punto di mediazione tra il giornalista e l’azienda. E’ chiaro a tutti che l’azienda vuole fare i propri interessi ma il giornalista serio e corretto deve comunicare.” E’ questa la salvezza dell’informazione, anche secondo Barisoni.
Non si può più censurare nulla oggi giorno. L’offerta di informazione è davvero tanta e oggi si rischia,forse, molto più di ieri. Basti pensare ai differenti monitoraggi sulla rassegna stampa e sul web. Il rapporto giornaliero è circa 1 a 5. Quindi è più strategico per le organizzazioni coltivare il rapporto con il giornalista, che resta comunque una fonte di orientamento per i nostri pubblici, e dialogare in modo trasparente, esplicitando la propria identità, l’interesse che si rappresenta, l’obiettivo che si propone di raggiungere e (se la legge lo consente) le modalità con cui si intende raggiungerlo.
Dall’altro canto i giornalisti devono utilizzare tutte le fonti a loro disposizione per fare informazione corretta ed essere trasparenti verso le organizzazioni.
Altra provocazione è arrivata dai comunicatori rispetto agli investimenti pubblicitari per i giornali sottolineando come sarebbe più giusto che i giornali d’opinione, che già godono dei finanziamenti pubblici, non dovrebbero anche godere della pubblicità e che i giornali commerciali dovrebbero godere invece degli investimenti pubblicitari.
Con buona probabilità le situazione cambierebbe e si darebbe anche una seria sterzata sia al giornalismo sia al modo di lavorare di alcuni uffici stampa.
Tanti altri temi sono stati sfiorati nell’incontro, ma certamente quello che più ha colpito è stato il ripetuto sottolineare che non esiste, almeno ad oggi, alcun conflitto tra i due mondi professionali. Nessun giornalista ha messo in discussione il fatto che le aziende sono un interlocutore autorevole e spesso indispensabile e nessun comunicatore ha messo in discussione la professionalità e l’importanza dei giornalisti. Semplicemente è stato fatto il punto della situazione sulle due professioni che stanno evolvendo in un mondo che cambia a un ritmo veloce e che devono trovare un equilibrio nel rispetto della nuova identità professionale.

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