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Il collasso dell’informazione

14/04/2011

La guerra non è più quella di una volta. Poche ed incerte informazioni, spesso addirittura false, hanno provocato l’intervento delle forze armate occidentali in Libia. E’ la dimostrazione del tracollo dell’informazione tradizionale. Lo racconta _Lucio Caracciolo,_ facendo il punto sulla guerra in corso ed anticipando i contenuti del nuovo numero dei quaderni speciali di Limes.

di Lucio Caracciolo
La guerra di Libia merita di essere studiata come esempio di collasso dell’informazione. Abbiamo iniziato una campagna militare sulla base di notizie spesso manipolate se non del tutto false, in uno scenario che conoscevamo poco o punto. E ora non sappiamo come uscirne. L’unica certezza è che le prime vittime della “guerra umanitaria” costruita dalla disinformazione sono i libici che pensavamo di salvare dalla morsa di Gheddafi.
La posta in gioco decisiva in Libia, come prima in Iraq o in Afghanistan, è il dominio della “narrativa”. Termine elegante con cui nelle accademie militari si qualifica la propaganda. A determinare le scelte dei decisori – o presunti tali – nelle nostre democrazie ipersensibili ai media, sono sempre meno concezioni strategiche o anche solo considerazioni di medio periodo, ma reazioni immediate a notizie inverificabili o volutamente inverificate.
Tale tendenza accentua la crisi di sovranità delle nostre democrazie, esposte alla potenza di fuoco dell’informazione/disinformazione in tempo reale. E se fino a pochi anni fa le grandi potenze parevano in grado di orientare la disinformazione strategica, oggi densità e velocità dei mezzi di comunicazione, moltiplicate dalla proliferazione degli attori politico/mediatici, rendono il meccanismo ingovernabile.
Basti paragonare la “guerra al terrorismo” di Bush in Iraq e la “guerra umanitaria” di Sarkozy in Libia, cui Obama si è aggregato con riluttanza, salvo ritrarsene dopo un paio di giorni e ondeggiare poi fra opzioni più o meno improbabili.
All’epoca della guerra contro Saddam, la “superpotenza unica” si dedicò ad allestire una propria verità autonoma e inconfutabile. Come ammoniva un consigliere di Bush, rivolto a Ron Suskind, del New York Times : “La gente come lei vive in quella che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà”. Dove ci si illude “che le soluzioni emergano dal giudizioso studio di una realtà comprensibile. Oggi il mondo non funziona più così. Noi siamo un impero. E mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete studiare. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di studiarla”.
Un abisso separa l’arroganza di quella Casa Bianca dalle oscillazioni di Obama. Il caso della Libia è una pietra miliare: per la prima volta nella storia il presidente degli Stati Uniti si è accodato al presidente della Francia. Evento impensabile senza la disinformazione volta a incentivare lo scenario della “guerra umanitaria”. Aspetto davvero nuovo e rivelatore: la “narrativa” non veniva dalla Casa Bianca, ma dall’emiro del Qatar.
È stata la sua emittente satellitare Aljazeera a dominare inizialmente l’informazione sulla Libia, così come poche settimane prima sull’Egitto, sulla base di testimonianze in diretta di protagonisti o sedicenti tali. Determinando così il paradosso di un’emittente gestita dal più autocratico dei monarchi del Golfo che si autoinvestiva del rango di portabandiera della libertà nel mondo arabo. Purché a debita distanza dal proprio paese. Dalle false fosse comuni ai “diecimila morti” delle prime ore al Gheddafi ormai solo e abbandonato, il catalogo è lungo.
Se oggi non sappiamo che fare in Libia, e se le popolazioni libiche soffrono per effetto delle nostre ambiguità – l’idea di una “guerra umanitaria” (non) combattuta dall’aria forse comincia ad apparire un eccesso di cinismo anche alle più scaltrite cancellerie occidentali – lo dobbiamo anche al collasso informativo dell’Occidente. Prima o poi, varrebbe la pena capire com’è stato possibile. Per non ricascarci.
Clicca qui per vedere il videoeditoriale di Lucio Caracciolo.
Tratto da La Repubblica

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