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Il Mediterraneo si riunisce a Catania

17/10/2014

La sicurezza, la migrazione e la stabilità politica ed economica nell’area del Nord Africa e Medio Oriente sono stati al centro della due giorni catanese dell’Assemblea Parlamentare Nato - Gruppo Speciale Mediterraneo. L’analisi di _Amanda Succi._

di Amanda Jane Succi
Nei giorni scorsi si è svolta a Catania il seminario dell’Assemblea Parlamentare della Nato, Gruppo Speciale Mediterraneo e Medio Oriente (GSM); i temi principali hanno riguardato la sicurezza, la migrazione e la stabilità politica ed economica dell’area MENA (Medio Oriente e Nord Africa).
Presenti più di 140 parlamentari provenienti dai 26 paesi appartenenti alla Nato e ai paesi del Mediterraneo, del Medio Oriente e dell’Africa sub-Sahariana, oltre il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, il Ministro degli Esteri Federica Mogherini, i Presidenti del Senato Pietro Grasso e della Camera Laura Boldrini, il Vice Ministro all’Interno Filippo Bubbico, il Sottosegretario alla Sicurezza Nazionale Mario Minniti, e diversi tra Ambasciatori, rappresentanti di Governo e delle Forze Armate, studiosi e ricercatori delle principali università Europee e Mediterranee. I delicati temi previsti nella due giorni di lavori sono stati discussi “spacchettando” le singole esigenze, preoccupazioni, proposizioni, determinazioni ed affermando la necessità di lavorare su una piattaforma di cooperazione di lungo periodo, che possa concretamente consentire uno sviluppo condiviso dell’Area, pur nel rispetto delle singole peculiarità e dei fondamenti di ciascuno.
Il tema del terrorismo è stato protagonista in molte delle discussioni, in particolare l’ISIS preoccupa non poco i paesi dell’Area. Questo nuovo fenomeno terroristico, purtroppo, è in continua evoluzione; la gravità e gli effetti che ne derivano ricadono su ogni Nazione generando, oramai anche a livello globale, un clima di forte tensione. Il Medio Oriente, in particolare, si trova a dover affrontare un delicato momento di transizione che interessa sia il sistema politico-istituzionale che sociale, dove le popolazioni sentono il bisogno di ricostruire la propria fiducia nel sistema politico e di governo.
In questo quadro l’idea di “democrazia” che è emersa ha assunto una veste rinnovata rispetto a ciò che l’Occidente è abituato a promuovere. Le intese sono importanti, gli scambi di visione e di cooperazione sono fondamentali, ma soprattutto è emersa con forza l’impellente necessità di aiutare quella parte instabile del Mediterraneo che se da un lato è stata “liberata”, dall’altro non ha potuto avvantaggiarsi di una concreta programmazione di riassetto in un’ottica di lungo periodo, creando invece una situazione di stallo ed un aggravamento dell’instabilità.
Incisivi e molto apprezzati i discorsi del Ministro degli Esteri Federica Mogherini e del Ministro della Difesa Roberta Pinotti. Mogherini (che sta per insediarsi come massimo responsabile politico per gli esteri dell’Unione Europea) ha definito l’Area “una regione stabile nella sua instabilità”, sottolineando l’assenza di un vero programma di sviluppo condiviso che potrebbe, invece, essere la chiave di svolta verso la soluzione di molte criticità. È convinta che in questo scenario l’UE deve giocare una partita importante poiché mai come prima è palpabile il bisogno di un ruolo europeo forte, determinato e organizzato. Lo hanno chiesto anche i paesi dell’Area, che da un lato si sentirebbero più tutelati e più uniti all’interno di un progetto complesso di crescita, dall’altro riconoscono il ruolo dell’Europa come traino e supporto ad una politica economica e di sviluppo che renderebbe l’Area Mediterranea competitiva nello scenario internazionale in rapida evoluzione.
Per il Ministro Pinotti “il Mediterraneo è un punto nevralgico nella stabilità complessiva nel mondo”, dunque non solo nell’Area del Bacino. Spiega che le crisi internazionali stanno raggiungendo livelli di complessità, di imprevedibilità, di interconnettività mai viste prima e ritiene che sia giunto il momento di “sistemizzare” il processo di cooperazione e di dialogo. In questo quadro bisogna saper scegliere un approccio diplomatico, di comunicazione, di sicurezza interna che sia, appunto, innanzitutto sistemico, e che vede nel confronto tra i parlamentari dei paesi presenti la chiave di volta e lo strumento funzionale per la finalità comune.
Non si può ignorare il fatto che le crisi, oggi, siano fortemente interconnesse e si trasformino tutte ed inevitabilmente in crisi umanitarie. Questo sta accadendo anche adesso, sotto i nostri occhi: i flussi migratori produrranno inevitabilmente effetti economici e politici sul welfare non solo di un paese ma di un sistema intero. A questo proposito, il Ministro Roberta Pinotti ha ricordato che il Mediterraneo è innanzitutto la frontiera dell’Europa, non solo dell’Italia, e per tale motivo è l’Europa che deve occuparsi più direttamente di tale emergenza e non lasciare che il peso dell’operazione Mare Nostrum rimanga tutto sulle spalle dell’Italia, come fino ad ora. È necessario, secondo la Pinotti, un confronto su questi temi tra i parlamenti dei paesi presenti, chiedendo al contempo che siano coinvolti anche i loro cittadini; occorre anche analizzare le diverse opinioni pubbliche al fine di condividere e affrontare bene insieme un processo complesso come quello in atto. È importante, dunque, comprendere che gli effetti di questo cambiamento ricadranno sugli aspetti di matrice economica così come di quella culturale, sul welfare e sulla sicurezza dei paesi e dei popoli, finanche sull’evoluzione di identità e di esigenze che ne deriveranno, come mai prima di adesso.
L’operazione Mare Nostrum è stata illustrata in dettaglio dall’Ammiraglio De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, toccando in profondità i due grandi temi della sicurezza e dei flussi migratori, fenomeno dalla portata e della durata unica nella storia ed i cui effetti, a mio avviso, saranno pienamente visibili tra una decina di anni. Migliaia di persone il cui desiderio è andare verso il Nord Europa; non tutti hanno interesse a rimanere in Italia. Centinaia di bambini che affrontano un viaggio senza certezze; molti sono minori non accompagnati anche di 8, 10, 12 anni, totalmente soli e affidati esclusivamente alla speranza di farcela, in un mondo molto diverso dal loro e di cui conoscono molto poco. Questo fenomeno modificherà nel tempo il volto dell’Europa e contribuirà a ridefinire l’identità dei paesi e dell’Europa stessa. È un problema sociale, umanitario e culturale dalle dimensioni incontrollabili. È un fenomeno che esiste perché esiste la disperazione e la speranza di così tanta gente che noi non siamo neppure in grado di comprendere.
Che ci piaccia o no, questo avvenimento tocca noi italiani e l’Europa nella sua interezza. Non si tratta di un semplice rinnovamento del multiculturalismo. Non si tratta solo di tentare di ragionare in termini di interculturalità. Si tratta di comprendere che assisteremo ad una contaminazione sociale e culturale i cui effetti si vedranno tra diverso tempo, ma la cui origine è adesso. Possiamo affrontare questa situazione con intelligenza e con responsabilità. Forse anche tentando di indossare i loro panni per un attimo.
Il mio interesse per l’area del Mediterraneo nasce diversi anni fa, quando ho iniziato ad analizzare come le relazioni pubbliche si sono sviluppate nei diversi paesi del bacino, in quali paesi sono presenti associazioni di categoria come la nostra Ferpi, ed ho cercato di confrontare i diversi percorsi universitari esistenti, di apprendere in quali contesti il nostro mestiere fa fatica ad affermarsi e per quali ragioni. Ho dovuto innanzitutto comprendere l’aspetto sociale, culturale ed economico dei singoli paesi e dello scenario tanto dinamico quanto frammentato che man mano si presentava. Ho sempre pensato che ci saremmo trovati, prima o poi, di fronte all’accelerazione dell’esigenza condivisa di fare affidamento su una “relazione” strutturata e di un dialogo più aperto e codificabile richiesto dal contesto Mediterraneo stesso.
Accreditata durante la due giorni come uditore all’Assemblea Parlamentare in qualità di presidente Cerpmed – Centro Studi sulle Relazioni Pubbliche nel Mediterraneo e di Vice presidente Ferpi, ho potuto appurare l’urgenza di dover ragionare davvero in termini di partnership tra paesi a seconda dei grandi temi di interesse comune, attraverso una programmazione coerente di ciò che sappiamo fare meglio: utilizzare la relazione in maniera sistemica in un’ottica di visione nel lungo periodo, definendo e applicando uno schema condivisibile e forgiato per quest’Area.
Sono sempre stata convinta che un luogo complesso come quello del Mediterraneo ha fortemente bisogno di sviluppare modelli, sistemi e misure di comunicazione, di relazione e di dialogo consoni al complesso e dinamico contesto che esso rappresenta. La nostra professione può ascoltare questa esigenza e raccogliere un’opportunità di sviluppo reciproco, non solo facendo parte di un processo evolutivo già in atto, ma cogliendo la possibilità di determinare le scelte del cambiamento in un’ottica di reciprocità, di comprensione e di gestione dei complessi fenomeni comuni. Dunque, il bisogno di crescere anche attraverso una piattaforma sistemica della comunicazione e della gestione del dialogo. Ragionando in termini di partnership tra paesi, a seconda dei grandi temi di interesse comune, al fine di tracciare una vera area Euro-Mediterranea forte, coesa e in grado di competere davvero come un tutt’uno su scala globale. Ne ha bisogno il Mediterraneo! Ne ha bisogno l’Europa!

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