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Il Sole 24 Ore su relazioni pubbliche e dopo tsunami

11/01/2005

Un articolo di Toni Muzi Falconi di domenica 9 gennaio

Dopo tsunami: quale ruolo per le relazioni pubbliche?La scorsa settimana abbiamo avviato a caldo una prima riflessione sull'effetto Tsunami e le relazioni pubbliche. Oggi disponiamo di maggiori elementi di valutazione ed è possibile delineare una prima e parziale risposta alla domanda: cosa dovrebbe fare la comunità internazionale delle relazioni pubbliche?Molti sono stati in questi giorni i riferimenti dei media - ma anche del Segretario di Stato Powell - all'esperienza del Piano Marshall dell'immediato dopoguerra. Già in quel periodo (1947-49) le migliori relazioni pubbliche avevano svolto un ruolo cruciale per favorire la condivisione degli americani intorno all'idea del piano stesso e ai suoi notevoli investimenti in un periodo comunque difficile dell'economia americana, e ancora di più dopo -e a piano avviato- per accrescere il consenso degli europei all'idea che la ricostruzione del continente venisse finanziata dagli Stati Uniti. Fra i tanti relatori pubblici di allora impegnati in questo sforzo, l'incarico di coordinare la comunicazione del Piano Marshall in Europa venne affidato dalla Casa Bianca a Howard Page. Quello stesso Howard Page che negli anni successivi scriverà per il Presidente Truman il messaggio che annuncia lo sgancio della prima bomba atomica su Hiroshima, che sarà il grande elettore del Generale Eisenhower alla Casa Bianca e per tanti anni il direttore delle relazioni pubbliche della AT&T, punto di riferimento per l'intera comunità internazionale dei relatori pubblici.E' sufficiente una rapida riflessione comparata sulle divisioni e sui conflitti di questi anni fra Occidente e Islam e quelle italiane di quel tempo quando socialisti e comunisti - uniti nella ostilità agli americani - rappresentavano il 40% dei voti nel '46 e il 31% nel '48... per intuire quanto sarebbe oggi preziosa l'esperienza di Page e anche quella dei suoi collaboratori italiani di allora, da Alvise Barison a Guido De Rossi del Lion Nero.Il grande lavoro di ricostruzione che attende i Paesi colpiti dallo tsunami dovrà certo concentrarsi sulle infrastrutture 'hard' - strade, trasporti, case... - ma l'esperienza della ricostruzione dell'Irak, pur con tutte le ovvie e radicali diversità, insegna che senza il consenso di almeno una parte delle popolazioni locali si ricostruisce assai poco, e già emergono segnali di insofferenza dei musulmani indonesiani ai tanti occidentali caoticamente coinvolti negli aiuti sul posto, così come le classi dirigenti tailandesi segnalano insofferenza crescente rispetto all'idea di essere 'occupati' dagli occidentali.Il tutto lascia intuire che questa questione, tipicamente 'soft', sarà prioritaria nei prossimi mesi... Ed è chiaro che ne costituiranno la struttura essenziale lo sviluppo di sistemi di relazione bilaterali e tendenzialmente simmetrici, proprio il contrario di quanto è avvenuto con l'esperienza irakena, finora impostata per stessa ammissione degli occupanti sulla comunicazione a, unilaterale e asimmetrica (si veda a questo proposito il recente e interessantissimo rapporto sulla comunicazione strategica redatto a cura del Dipartimento della difesa Usa, reperibile dal motore di ricerca del nuovo sito della Ferpi).Si aggiunga anche che lo tsunami ha colpito Paesi che in questi anni si erano avviati ad una rapida crescita economica e sociale e questa variabile non potrà non avere conseguenze rilevanti sulle loro classi dirigenti, una volta superato lo shock iniziale. Le capacità di dialogo, di diplomazia pubblica, di confronto fra identità più o meno definite e ancorate a valori culturali e religiosi forti, metteranno a dura prova sia quelle classi dirigenti, che le stesse cancellerie dell'Occidente che dovranno anche vedersela con le opinioni pubbliche interne una volta esaurita l'emozione, indotta soprattutto dai tanti occidentali coinvolti dal disastro. In un periodo di non brillante situazione economica (ad esempio, nel nostro Paese) saranno in molti a chiedersi fra qualche mese se davvero tutti quei fondi e quelle attenzioni siano necessarie e giustificate.Ecco quindi la necessità per i governi, le istituzioni e le imprese coinvolte nella ricostruzione di sviluppare efficaci relazioni pubbliche sia interne che internazionali. Ed ecco anche, pour cause, la straordinaria opportunità di capitalizzare proprio questa necessità per favorire l'avvio di un periodo di relazioni basate sulla comunicazione con e non sulla comunicazione a ….Infine, se quei Paesi vorranno tornare ad essere attraenti per scambi economici, investitori e turisti, saranno inevitabilmente costretti ad aggiornare e impostare gli interventi (come per il Piano Marshall, in larga parte determinati dagli interessi dei Paesi afferenti... e anche questo porrà una questione affatto banale di relazioni pubbliche…) sulle ormai note tre T di Richard Florida: talenti, tecnologie, tolleranza.L'implicazione è che bisognerà spiegare alle opinioni pubbliche dei Paesi che mettono a disposizione le risorse come a quelle che le vedranno dislocare sul proprio territorio ... che – raggiunto ovviamente un livello accettabile - per ricostituire un ambiente attraente, i ponti, le strade, i porti e le grandi infrastrutture sono oggi assai meno importanti della qualità delle università, dei collegamenti elettronici e della tolleranza verso stili di vita, religioni e culture diverse. E, ancora una volta, questi elementi soft vivono e crescono solo se poggiano su di una infrastruttura comunicativa bidirezionale e tendenzialmente simmetrica: tipica delle relazioni pubbliche.Ecco le prime ragioni che mi vengono in mente per cui la comunità internazionale delle relazioni pubbliche, e quella Italiana dovrà essere in prima linea, non deve farsi sfuggire l'opportunità di riempire di contenuti intelligenti e relazionali l'inevitabile valanga di risorse finanziarie che l'Occidente impegnerà per comunicare nei prossimi mesi e anni il proprio impegno per la ricostruzione del sudest asiatico.Toni Muzi Falconi

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