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In arrivo sul mercato una ondata di giornalisti

26/03/2009

“Giornalisti di quelli tosti, non come quelli che abbiamo già assorbito. Meglio così… dovremo soltanto fare meglio il nostro lavoro”. Lo afferma Toni Muzi Falconi che fa il punto della situazione sul fronte ‘relazioni con i media’ e sulle possibili implicazioni per la nostra professione.

Un caro amico e collega mi chiama da Roma (in questo periodo sono a New York per il mio corso di Global Relations alla NYU) e mi pone due questioni:


a) sarà anche vero – mi dice – che i media a stampa tradizionali stanno crollando e che le relazioni con i giornalisti tendono a diminuire la loro importanza nel lavoro di relazioni pubbliche, ma è anche vero che proprio l’altro giorno uno dei nostri dirigenti internazionali più importanti sostiene nel suo blog che la domanda prioritaria dei clienti rimane sempre quella di essere positivamente visibili sui media;


b) il mercato italiano della consulenza – continua – sta affogando con l’arrivo dei tanti giornalisti ‘messi in libertà’ da editori in crisi finanziaria e produttiva.


Bene, sono due temi correlati fra loro e, visto che per il 27 Marzo è prevista, dopo quattro anni di estenuanti trattative, la firma del nuovo contratto dei giornalisti che concede agli editori licenza di liberarsi degli esuberi, credo sia utile fare un punto della situazione.


Qualche lettore affezionato ricorderà che diversi mesi fa avevo scritto una nota in cui sostenevo che la caduta verticale degli investimenti pubblicitari – avevo allora parlato di previsioni 2009 intorno al 50%, e per questo avevo ricevuto una accusa simile a quella che il ministro Scajola aveva improvvidamente scagliato tempo fa nei confronti della Marcegaglia, quella di ‘corvo del malaugurio’. In effetti i primi tre mesi del 2009 hanno già superato quella cifra… – avrebbe provocato una conseguente riduzione della foliazione dei giornali tradizionali, e che quindi si sarebbe proporzionalmente ridotto lo spazio editoriale nel quale trovare posto per i nostri argomenti, contenuti, comunicati… chiamateli come volete.


La conclusione dell’articolo invitava i colleghi a predisporsi allo sviluppo di relazioni non solo con i giornalisti ma anche con tutti gli altri stakeholder dei loro clienti/datori di lavoro.


Del resto, tutte le ricerche internazionali confermano che le relazioni con i media sono in calo come priorità dei direttori di funzione rispetto alle relazioni con i dipendenti, a quelle con i decisori pubblici e a quelle con gli investitori.


Una non superficiale lettura de ‘Lo Specchio Infranto’ – la ricerca condotta da Chiara Valentini e da me due anni fa e che è stata pubblicata nel cofanetto ‘In che senso: cosa sono le relazioni pubbliche?’ edito nei mesi scorsi da Luca Sossella Editore – conferma peraltro l’assunto che mentre i giornalisti ritengono che la maggior parte del lavoro dei relatori pubblici abbia a che fare con le relazioni con i media, gli stessi relatori pubblici la pensano invece assai diversamente.


Cosa vuol dire tutto ciò?


E’ del tutto prevedibile intanto che moltissimi giornalisti che dalla prossima settimana saranno invitati dagli editori ad abbandonare il lavoro cercheranno e troveranno rifugio dalle nostre parti e affolleranno gli uffici stampa.


In sé non è detto che questo sia un male.


Infatti abbiamo già assorbito, senza danni irrimediabili, in questi anni una invasione di giornalisti, o sedicenti tali visto che l’Ordine accoglie cani e porci, la maggior parte dei quali era stata già espulsa dalle redazioni, verosimilmente perché meno capaci di quelli che erano rimasti al loro posto.


Nella peggiore delle ipotesi, la nuova ondata in arrivo sarà comunque dotata di una maggiore professionalità di quella che l’ha preceduta e potrà esercitarla se troverà spazio.


Ma questo toglie lavoro a noi?


E’ sicuro, ma perché non farsene una ragione?


Così come un esperto di cose finanziarie ha più probabilità di essere un buon relatore con gli investitori di uno che di finanza non ne capisce molto così anche un buon giornalista ha più probabilità di fare bene le relazioni con i media di chi non conosce i meccanismi di formazione della notizia e di produzione dei giornali.


Capisco che questa mia affermazione sia discutibile, ma certo non è del tutto infondata.


Quando, nel 2000, venne approvata la legge 150 con quel famigerato articolo 9 che limita l’accesso agli uffici stampa delle amministrazioni pubbliche ai soli giornalisti, protestai non perché i giornalisti non potessero farlo, ma perché era illegittimo riservare soltanto a loro quelle posizioni.


Quella delle relazioni con i media non è certo l’unica pratica che ci appartiene per tradizione per la quale subiamo una progressiva disintermediazione.


Dobbiamo essere capaci di reinventarci e di rafforzare le fondamenta di quel processo di istituzionalizzazione della nostra funzione nelle organizzazioni che procede inarrestabile in tutti i Paesi del mondo.


Su questo sito le suggestioni su come reintermediare la nostra funzione appaiono quotidianamente o quasi.
Basta dedicarci un po’ di tempo e di riflessione.


Faccio un solo elementare esempio: quanti di noi hanno maturato esperienze concrete per assistere i nostri clienti/datori di lavoro nelle loro relazioni con i fornitori?
Eppure, in questi tempi, la relazione con i fornitori è cruciale per ogni organizzazione.


Dalla recessione o si esce remando nella stessa direzione oppure non si esce. E lo stesso vale per tutti gli altri stakeholder di una organizzazione, a partire ovviamente dai dipendenti.


Certo, ha ragione il mio amico, la stampa sarà sempre molto importante.
E chi lo nega?


Basterebbe ragionare intorno alle relazioni con i giornalisti come una funzione relazionale e non una funzione produttiva di tanti chili di messaggi promozionali inviati in massa a tutti.


Basterebbe pensare che la relazione con il giornalista va coltivata non con anonime, fredde e irritanti telefonate di stagisti senza arte né parte, ma con un dialogo e una conversazione costante, di persona e non soltanto via posta elettronica, cercando di capire gli interessi reali di ciascuno e ricordarsi che una comunicazione è efficace soltanto quando i suoi contenuti sono di interesse per il destinatario non solo per il mittente……


Basterebbe smetterla di fare la catena di produzione e iniziare a dare un vero valore professionale al termine ‘relazione’.
Sono anni che ne parliamo.


Ora verremo messi alla prova e dovremo confrontarci non più con dilettanti o sedicenti giornalisti senza arte né parte.
Ora arriveranno da noi anche quelli seri, quelli bravi, quelli più professionali.
Benvenuti.
Vinca il migliore.


Chi l’ha detto che dobbiamo proteggere noi stessi da noi stessi?


tmf

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