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Internet: penultimo baluardo del giornalismo investigativo

27/12/2010

La vicenda Wikileaks rimane una delle questioni più "calde" del momento e offre importanti spunti di riflessione per chiunque si occupi di Rp e comunicazione. Alcune considerazioni di _Gianni Rizzuti._

di Gianni Rizzuti
Nel ringraziare Toni per aver avviato (come abitudine) a caldissimo il dibattito su Wikileaks, mi permetto di fare alcune considerazioni. Non più a caldo, in effetti, ma questo consente di incrociarle con altri spunti di attualità.
La vicenda Assange, con il suo pendolo interpretativo che lo ha visto oscillare tra gli estremi del giornalismo d’inchiesta e della illegalità, ha mostrato lati meno scontati dei nuovi media e smentito alcuni luoghi comuni dei e sui media tradizionali anche per una singolare eterogenesi dei fini:
1. abbiamo sempre considerato infatti la rete – e non a torto, anche per dei recentissimi abbagli sugli scontri del 14 a Roma – come emblema dell’immediatezza e con questo della sua superficialità. Wikileaks ha invece mostrato che i muckrakers, capaci di spulciare centinaia di migliaia di dispacci, possono essere lì;
2. la rete si e’ servita della carta stampata per moltiplicare i suoi effetti. E purtroppo, non in prima né seconda battuta di quella italiana. Forse la carta (il settimanale, pensate…) non e’ morta. Vive, “anticipa” la rete con rilevanti effetti teaser, e questa ne e’ consapevole, anzi, li ha provocati. Speriamo (anche per l’anagrafe…) di ricordarcelo nel 2043;
3. se non ci fosse stato il terremoto globale di Wikileaks, qualcuno avrebbe scosso ugualmente le sonnecchianti placche terrestri dell’informazione? La risposta e’ “sì, ma”: “sì’” in teoria, “ma” perché la rete si presta, proprio in quanto penultimo baluardo del giornalismo investigativo, a maggior indipendenza. Quando non, tuttavia, a gravi violazioni di norme. Con la copertura – non sembra proprio però nel caso di Assange – di un più agevole anonimato;
4. a me pare che Wikileaks dimostri, almeno dal punto di vista teorico, che un valore aggiunto della rete non sia una sua intrinseca diversità qualitativa, quanto piuttosto la sua attitudine a dribblare e disintermediare chi esercita la nostra professione di relatori pubblici. Abbiamo subìto uno smacco, noi cantori di rp con velleità di controllo su tutto, perché abbiamo dimenticato che in un sistema aperto è più semplice raccogliere e diffondere notizie, il news-scouting-making-management, che pretendere di controllarne il flusso; proprio come evadere le tasse è più facile che farle pagare;
5. un sistema e’ tanto più aperto, e quindi permeabile, quanto più c’e’ pluralità di mezzi che concorrono in continuazione a farlo e disfarlo. E in questo senso Wikileaks ha aggiunto, a mio avviso, quantità al flusso del bocchettone delle notizie, non una diversa qualità. Al limite, ha dimostrato che rete e altri media simul stabunt, simul cadent, tant’e’ che si continuano a “cercare” in rapporto simbiotico;
6. tanto e’ stato scritto in queste settimane, e molto ancora si scriverà su carta e blog, col rischio di ripetere cose già dette e scritte mille volte. Ma forse nessuno (forse…) ha ancora dato voce esplicita al paradosso che il “giro del mondo dei cables in 80 giorni” – tanti potrebbero essere alla fine, a pensarci bene, tra lettura integrale, commenti, processi, e bla bla come il mio – sembrerebbe una ingegnosissima campagna di rp orchestrata direttamente da una Casa Bianca, anzi Candida che davvero “parla come magna”, diremmo a Roma. Una diplomazia che non nasconde nel sottofondo delle valigie chissà quali servizi e quali segreti;
7. a proposito di diplomazia in generale, come mi ha detto qualche tempo fa Fabio Ventoruzzo durante una conversazione, mai come con Wikileaks ci si è resi conti che il vero patrimonio (in questo caso di una organizzazione pubblica come gli USA… ma non solo) è il suo sistema di relazioni. E che, come direbbero i teorici della nostra professione, l’impegno (pensando agli sforzi preventivi di Mrs Clinton), la soddisfazione, la fiducia e l’equilibrio di potere sono stati indicatori per valutare quel livello di relazioni. Se il valore delle relazioni è così riconosciuto nella diplomazia, tanto da parlare (a ragione) di relazioni diplomatiche…ebbene, perché noi che ci occupiamo di relazioni con i pubblici ci nascondiamo ancora dietro parole come comunicazione, informazione…siamo o no relatori pubblici?
Ah, dimenticavo: ricordate quando ho scritto qualche riga più’ su della rete come possibile “penultimo baluardo del giornalismo investigativo”? Chi sarebbe l’ultimo?

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