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La governance delle istituzioni pubbliche può essere disgiunta dall’etica?

09/12/2010

Dopo l’arresto di Julian Assange, si continua a parlare del caso _Wikileaks._ Una questione che, oltre a riguardare la diplomazia e la politica internazionali, tocca da vicino anche le Rp e la comunicazione, puntando l’attenzione su crisis management e crisis communication ma soprattutto sul tema dell’etica nell’amministrazione pubblica. Un’approfondita analisi di _Luca Poma._

di Luca Poma
Una breve ma necessaria nota di cronaca, prima di sviluppare una riflessione che ritengo possa essere d’interesse per noi relatori pubblici e comunicatori: è terminata poche ore fa, con l’arresto, la fuga del “criminale più pericoloso del mondo”, com’è stato fin troppo enfaticamente definito dalle diplomazie occidentali – quella italiana in testa – l’australiano 39enne Julian Assange, fondatore del sito rivelatore di dossier segreti “Wikileaks”, attualmente stretto d’assedio dagli hackers governativi, ma ancora on-line all’indirizzo web http://213.251.145.96/ (indirizzo provvisorio, potrebbe variare di ora in ora, per un reindirizzamento up-date è bene consultare Google). Una storia complessa, sulle prime pagine della cronaca da settimane: ha portato in carcere Assange un’accusa di molestie sessuali che non poche fonti definiscono come “un artificio dei servizi di intelligence”, dal momento che la principale accusatrice, Anna Ardin, ha lavorato per il governo Svedese guarda caso proprio a Washington.
In ogni caso, avvisa Assange, “l’attività di denuncia di Wikileaks non si fermerà”. Dopo la pubblicazione di 77.000 documenti segreti sulla guerra in Afghanistan, 400.000 documenti sull’Iraq – alcuni dei quali accusano militari USA di aver chiuso gli occhi di fronte a torture e abusi nei confronti di civili compiute da militari iracheni – e centinaia di migliaia di documenti secretati a firma delle più importanti diplomazie occidentali, il sito web più cliccato del momento preavverte di avere altre sorprese in serbo: dossier “bollenti”, inclusi i “segreti inconfessabili” di un importantissimo gruppo bancario internazionale basato in USA. “Wikileaks e’ operativo, stiamo continuando sullo stesso percorso già tracciato”, ha spiegato in tempo reale una portavoce del gruppo, Kristinn Hrafnsson, denunciando l’arresto di Assange come “un attacco alla libertà di informazione” e precisando che “qualsiasi sviluppo riguardante Julian Assange non cambiera’ i piani riguardo le rivelazioni previste per i prossimi giorni dal sito”, che viene attualmente tenuto in vita da persone estremamente fidate che operano in località segrete, mentre Assange ha nuovamente ribadito in queste ore quella che è la “vision” di Wikileaks, il motivo alla base della loro strategia di “disclosure” di informazioni classificate: “Non sono contro le guerre, ci possono anche essere guerre giuste, ma non c’è cosa più sbagliata per un Governo che mentire al suo popolo sulle guerre”.
Al di là della cronaca, quello che è già stato definito “il dossier web del decennio” chiama a mio avviso in causa i professionisti della comunicazione e delle relazioni pubbliche per alcuni motivi, che provo sommariamente ad elencare e che spero stimolino qualche riflessione:

Wikileaks è uno straordinario caso di crisis management e crisis communication, se consideriamo che il sito è gestito non da una grande azienda, bensì su base volontaristica e da un’organizzazione non a scopo di lucro, ancorché beneficiaria di finanziamenti privati per importi non dichiarati. La capacità di reazione di Wikileaks agli attacchi – mediatici ed informatici – ricorda quella di un’organizzazione governativa strutturata o di una grande multinazionale, più che quella di una piccola no-profit;
Wikileaks nel contempo è un dossier che chiama prepotentemente in causa il fattore etico nell’amministrazione pubblica, ai più alti livelli, vuoi per il contenuto delle rivelazioni (vizi privati e pubbliche virtù dei cosiddetti “decisori” ai vertici dei Governi di mezzo mondo) ma soprattutto con riguardo alle reazioni univoche di assoluta ed incondizionata condanna da parte di quegli stessi politici sulla cui condotta il sito di Assange aveva tolto ogni riserbo.

Riguardo il primo punto sopra elencato, è anche interessante monitorare alcuni aspetti di quella che si preannuncia essere un’imponente campagna di comunicazione multi-stakeholder: mentre Mastercard, VISA e Paypall hanno bloccato i canali di approvvigionamento finanziario di Wikileaks, diversi intellettuali noti in tutto il mondo, tra cui l’americano Noam Chomsky, hanno firmato una lettera aperta inviata da un docente e da un avvocato australiani al loro premier Julia Gillard, perche’ garantisca “un sostegno forte” ad Assange. Anche i Verdi italiani hanno lanciato la petizione “Difendiamo Wikileaks” (on-line all’indirizzo http://www.verdi.it/politica/29887-difendiamo-wikileaks-firma-la-petizione.html ): il partito ecologista sostiene che ”il fenomeno Wikileaks è solo la punta dell’iceberg di ciò che sta succedendo al mondo della comunicazione nell’era digitale. Migliaia di nuovi soggetti, associazioni, movimenti e singoli cittadini oggi trovano nella rete la possibilità di esprimersi in maniera diretta, democratica e senza filtri, accedendo direttamente a documenti e risorse in una maniera che non ha precedenti nella storia. Wikileaks, in questo quadro, rappresenta uno spazio di libertà e democrazia che va tutelato e che consente di attingere a informazioni dirette senza che Governi e gruppi di potere possano influenzare l’opinione pubblica”. Resta anche on-line, con ben un milione di sostenitori iscritti, la fan page di Wikileaks su Facebook: il colosso dei social-network ha preso pubblicamente posizione, esponendosi non poco alle ire della Casa Bianca, e sostenendo che “Wikileaks non viola alcuna regola interna (di Facebook, ndr)”.
Ma in particolare i relatori pubblici sono a mio avviso chiamati in causa nella riflessione sul secondo punto: l’etica nel mondo della pubblica amministrazione e della politica. Il dibattito è aperto sulle più importanti piattaforme web internazionali: è lecito attaccare con ferocia un’organizzazione libertaria che altro non ha fatto se non denunciare comportamenti, strategie e politiche ritenute “dirty” dalla maggior parte della popolazione civile e da una parte non trascurabile degli addetti ai lavori? In questo Assange ha ruffianamente solleticato la “netiquette” più consolidata, con riguardo a valori come la trasparenza, la libertà di informazione, il diritto dell’utente a conoscere la verità, e con questa strategia di comunicazione non convenzionale Wikileaks è uscita vincente sul web ancora prima di iniziare la battaglia. Prova ne sia che la classe politica, orientata al mantenimento di privilegi di casta basati sul controllo dell’informazione – macro, attraverso i mass-media, e micro, all’interno delle burocrazie ministeriali, e che proprio su tale controllo basa parte del proprio potere – è insorta duramente ed in massa contro il giovane australiano ed il suo staff. Senza volerne fare uno specifico giudizio di merito, ma usando una metafora, è un po’ come dire: “se un paese totalitarista ti dà la caccia, non hai bisogno di altre conferme per sapere che sei dalla parte della ragione…”. Il Ministro degli Esteri Frattini ha dichiarato contento: ”Era ora, l’accerchiamento internazionale ha avuto per fortuna successo. Questo personaggio ha fatto del male alle relazioni diplomatiche internazionali, mi auguro che sia interrogato e che sia processato, come le leggi stabiliscono per reati che mettono a rischio la sicurezza di molte nazioni”.
Anche i vertici USA hanno – ovviamente – accolto con molta gioia la notizia dell’arresto di Julian Assange. Ma il problema è Wikileaks, che rende note notizie riservate tali da imbarazzare i Governi, o sono i Governi stessi che non dovrebbero porsi in condizione di aver nulla da nascondere di così grave da generare tali imbarazzi? Dove inizia il diritto alla libertà d’informazione, e dove esso si scontra contro il diritto alla sicurezza di una Nazione? E qual è la posizione al riguardo dei relatori pubblici impegnati non a rapportarsi con la pubblica amministrazione per conto di privati, bensì a rappresentare le istanze delle istituzioni pubbliche presso altri stakeholder? L’articolo (5) del Codice di Bruxelles per la condotta dei Public Affairs recita che “non bisogna diffondere deliberatamente informazioni false o tendenziose”, proprio l’atteggiamento governativo che Wikileaks vuole denunciare, ed anche il Codice di Condotta FERPI all’articolo (15) ribadisce che “il relatore pubblico ha un preciso dovere di mantenere l’integrità e la completezza dell’informazione, e non deve compiere alcuna attività che tenda a corrompere l’integrità dei mezzi di comunicazione”, che – è bene richiamarlo per analogia – è invece esattamente quello che i Governi stanno facendo verso Wikileaks. Il sito di Assange ha “commentato” in qualche modo i documenti che ha diffuso? Ha espresso giudizi di merito tesi ad orientare la pubblica opinione? Ha dimostrato parzialità nel sostenere l’azione di questa o quella pubblica amministrazione? Da ciò che è dato sapere, Wikileaks ha semplicemente pubblicato on-line dei dossier, così come gli sono stati trasmessi, e senza entrare nel merito dei contenuti, azione normalmente protetta dalle norme internazionali sul giornalismo e la libertà d’informazione, e che peraltro poniamo in essere ogni giorno anche noi stessi come relatori pubblici, laddove decidiamo la disclosure di documentazione relativa alle attività dei nostri Clienti, o dei loro diretti concorrenti qualora le strategie di questi ultimi siano potenzialmente pregiudiziali ai nostri mandanti. E infine, dal momento che da sempre si fa un gran dibattere sulle attività di contrasto agli hackers, sono da considerarsi leciti ed eticamente opportuni i centinaia di attacchi hacker dei quali è vittima in queste ore Wikileaks, ad opera di specialisti informatici a libro paga dei vari Ministeri?
Dal punto di vista della comunicazione di crisi e della propaganda, dopo un primo momento di sottostima del rischio, è seguita una reazione prima stupita e poi scomposta ed un po’ isterica da parte delle diplomazie internazionali. Ma i ranghi si sono rapidamente serrati in una solidarietà condivisa da tutti coloro – la quasi totalità – dei decisori, che non intendono non dico rinunciare ma neppure mettere in discussione i propri modelli di gestione della cosa pubblica a favore di una politica più 2.0. Ma quale che sia l’esito di questa battaglia – ed indipendentemente dalle ragioni o dai torti, che in scenari così complessi non condannano ne prosciolgono mai totalmente una delle due parti a vantaggio dell’altra – non posso non osservare che con i suoi strabilianti 515 milioni di referenze su Google, Julian Assange e Wikileaks costituiscono uno dei più affascinanti casi di studio degli ultimi decenni.

Clicca qui per leggere il dibattito sul caso Wikileaks avviato qualche giorno fa da Toni Muzi Falconi.

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