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La tutela dei diritti umani una responsabilità anche delle imprese

01/04/2021

Daniele Salvaggio

Se fino a qualche anno fa la protezione dei diritti umani era un obbligo attribuito quasi esclusivamente agli Stati, oggi è sempre più riconosciuto il ruolo delle imprese. Ne è convinta Marcella Mallen, Presidente di Prioritalia e coordinatrice Gdl Goal 16 ASviS, intervistata dal Presidente CASP di FERPI, Daniele Salvaggio.

Il secondo incontro del ciclo “Comunicare la sostenibilità” organizzato da ASviS e FERPI ha messo al centro i diritti umani e l’importanza di essere non neutrali rispetto un tema che non riguarda solo il lavoro minorile, il lavoro forzato, le violazioni all’interno della filiera di fornitura ma anche le discriminazioni di genere, età, orientamento sessuale, la violazione della privacy, dei diritti alla libertà d’associazione, la libertà d’opinione e d’espressione. Abbiamo proseguito nei ragionamenti con una breve intervista a Marcella Mallen, Presidente di Prioritalia e coordinatrice Gdl Goal 16 ASviS. 

Agenda 2030 e diritti umani. Se dovesse raccontare l'importanza del Goal 16 - focalizzato su pace, giustizia e Istituzioni efficaci e responsabili - quali tratti salienti evidenzierebbe?

L’Agenda 2030 riconosce il ruolo decisivo dell’accesso universale ai diritti per il conseguimento dello sviluppo sostenibile. Il godimento dei diritti umani costituisce la condizione essenziale per costruire quelle società pacifiche, giuste e con istituzioni solide che vuole promuovere il Goal 16.

Un obiettivo trasversale rispetto ai 17 SDG’S, uno di quelli più facilmente condivisibili sulla carta, ma uno dei più difficili da raggiungere e da misurare. Un obiettivo la cui caratteristica principale è quella di introdurre un nuovo paradigma nell’elaborazione delle politiche di sviluppo: gli stati membri riconoscono che non vi può essere sviluppo sostenibile senza pace, né pace senza sviluppo sostenibile. In sostanza, i conflitti, l‘instabilità legata ad istituzioni deboli e l’accesso limitato alla giustizia risultano compromettere alla base la stessa possibilità di uno sviluppo sostenibile. 

Le grandi parole pace e giustizia prendono significato analizzando i punti chiave fissati dai target del Goal, che fanno riferimento a diverse dimensioni: violenza e abusi, corruzione e giustizia, efficacia, accountability e trasparenza delle istituzioni, partecipazione ai processi decisionali, libertà di informazione e pluralismo.

L’impegno all’interno di ASVIS è stato in via prioritaria rivolto ai temi della partecipazione civica, della trasparenza e dell’accesso ai dati. Abbiamo inoltre approfondito il tema del contrasto alla corruzione attraverso l’educazione al civismo e il rispetto delle regole di convivenza civile. Di recente ci siamo concentrati sulla questione dell’accesso alla conoscenza e della cittadinanza digitale, anche alla luce delle accelerazioni della digitalizzazione indotte dalla pandemia, che portano con sé enormi contraddizioni. L’alfabetizzazione digitale oggi è diventata un fattore abilitante all’esercizio di diritti e dei doveri di cittadinanza che si realizzano nella dimensione “phigital” quali il lavoro, l’istruzione, la salute, l’accesso alla PA, la relazionalità sociale. Allo stesso tempo, con la proliferazione di fake news e contenuti ostili si  mette in discussione l’etica dell’informazione e si creano le condizioni per nuove forme di illegalità e di ingiustizia, come  i reati d’odio e il cyberbullismo. Inoltre, la personalizzazione delle informazioni che ciascuno riceve in base alle proprie preferenze ed interessi si rivela spesso capace di limitare il libero sviluppo della personalità, di compromettere il pluralismo e la privacy, con ripercussioni sui principi della democrazia e dello stato di diritto che ancora dobbiamo appieno comprendere.  

Da qui nasce la necessità di promuovere una diffusa capacità di “cittadinanza digitale”, investendo sulla sensibilizzazione al rispetto e alla tolleranza, la cultura della legalità e la rigenerazione del senso civico, specialmente nelle giovani generazioni, allo scopo di prevenire fenomeni di discriminazione ed esclusione sociale.

Quali effetti ha provocato la pandemia in tema di diseguaglianze?

La pandemia da COVID-19 passerà alla storia non solo come quella che ha già mietuto oltre due milioni di vittime in tutto il mondo, ma probabilmente anche come un elemento che aumenta le disuguaglianze in quasi tutti i Paesi del mondo.

Lo confermano i dati dell’ultimo Rapporto annuale sull’impatto della pandemia sul godimento dei diritti umani nel mondo, diffuso dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, da cui emerge come la crisi da Covid-19 ha aggravato disuguaglianze già esistenti a livello globale. 

Uno dei principali diritti messi a repentaglio dalla crisi sanitaria è quello alla salute. In Italia, per fare un esempio, l’aspettativa di vita è diminuita fino a 4 - 5 anni nelle zone di maggior contagio e di un anno e mezzo - due nella media della popolazione. Un calo del genere non si registrava dai tempi delle due guerre mondiali.

Anche il diritto all’accesso al cibo è stato minato dall’interruzione e dai rallentamenti nelle catene di distribuzione alimentare causati dalle misure emergenziali.

Dall'inizio della pandemia c’è stata una perdita di posti di lavoro senza precedenti: da marzo 2020 più di un giovane su sei abbia smesso di lavorare. Tra le molteplici ripercussioni, questo fenomeno ha impattato sul diritto ad avere un alloggio adeguato, visto che molti non sono più in grado di pagare l'affitto.

Un altro effetto devastante concerne l'accesso all'educazione dei minori. Per coloro che non hanno la fortuna di poter contare sulla famiglia o di vivere in un contesto con risorse sufficienti, compresa la possibilità di usufruire di una connessione a Internet, la pandemia ha avuto conseguenze potenzialmente irreversibili: molti bambini potrebbero non recuperare mai più l'istruzione persa o, in alcuni casi, non tornare più a scuola.

In alcune parti del mondo stiamo assistendo a una riduzione del diritto di parola. Alcuni Paesi hanno limitato l'accesso alle informazioni e ai dati riguardanti il virus provocando un giro di vite sulla libertà di espressione.

Alcuni gruppi di persone, sia su scala geografica sia su scala sociale, hanno risentito maggiormente delle conseguenze della pandemia: oltre ai bambini e agli anziani pensiamo alle minoranze autoctone, alle persone LGBTI, ai disabili, ai detenuti, ai migranti, ai richiedenti asilo, ai rifugiati. 

Il Rapporto, nel rappresentare questi scenari preoccupanti, invita ad investire in maniera incisiva sui sistemi di protezione sociale, in modo da ridurre le violenze e i conflitti che inevitabilmente aumentano quando i diritti economici, sociali e culturali vengono meno.

Oggi si parla molto di non neutralità del sistema impresa. Rispetto al tema dei diritti umani quanto e come può incidere, in termini di evoluzione e ingaggio sociale, una strategia aziendale virtuosa? 

Se fino a qualche anno fa la protezione i diritti umani era un obbligo attribuito quasi esclusivamente agli Stati, oggi è sempre più riconosciuto il ruolo delle imprese, soprattutto di quelle più grandi, che sono in grado di incidere sul rispetto di tali diritti. La questione dell’impatto delle imprese sulla vita delle persone, sull’ambiente e sulla società in generale è diventato un tema sempre più dibattuto e rilevante per le stesse aziende.

Dopo decenni caratterizzati da orientamenti a breve periodo e da massimizzazione dei profitti, le imprese tornano a riflettere sul loro fine sociale, entrando nell’ottica di dover ampliare la sfera dei propri obblighi verso i lavoratori e le comunità.

Le imprese hanno un impatto che si riflette sull’intero spettro dei diritti umani: il problema fondamentale è quello di identificare e gestire preventivamente il rischio di violazione di questi diritti attraverso un processo di due diligence. Una due diligence specifica sui diritti umani che deve, per esempio, stabilire come affrontare le questioni di genere, la vulnerabilità e l’emarginazione, riconoscendo le specifiche problematiche delle donne, delle minoranze etniche, religiose e linguistiche, delle persone con disabilità, con l’obiettivo di costruire un modello di impresa equo, inclusivo e sostenibile, capace di valorizzare le diversità e garantire la protezione dei lavoratori lungo tutta la catena di produzione.

Prestare attenzione non solo ai profitti ma anche ai diritti è il modo attraverso il quale le aziende possono affrontare le gravi disuguaglianze che minacciano la stabilità e la coesione sociale, contribuendo a migliorare il benessere integrale delle società.

Dal punto di vista della performance aziendale questo può comportare evidenti benefici in termini di reputazione, fiducia, e fedeltà  dei  clienti e dei dipendenti e maggiore interesse da parte degli investitori. 

 

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