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L'attrazione indiscreta (e reciproca) di media e Ceo

07/06/2005

Privilegiare la relazione diretta con gli stakeholder (come in Usa) o quella con i giornalisti compiacenti (come in Italia)? Un commento di Toni Muzi Falconi.

La gran parte dei nostri Ceo (privati, ma anche pubblici e sociali) - 'stimolati' anche dai loro relatori pubblici - fanno a gara e si sbracciano continuamente per mettersi in mostra, si fanno belli, si allenano ed esternano per auto rappresentarsi. Fanno questo nella convinzione che è così che si debba fare. Chissà? Forse più nella speranza di un eventuale migliore ingaggio altrove, che non nella autentica convinzione che tutta questa visibilità - che di certo alle organizzazioni che rappresentano comporta non piccoli costi sia in termini di denaro che di tempo - crei davvero ricchezza organizzativa e vantaggio competitivo.Negli Stati Uniti invece, il leggendario Jack O'Dwyer - portabandiera delle relazioni pubbliche intese prevalentemente come ufficio stampa - prosegue la sua sempre più solitaria battaglia contro le imprese e le agenzie di rp che hanno, sempre più numerose, scelto di evitare il palcoscenico dei media per focalizzare le attività nelle relazioni dirette con stakeholder, influenti e destinatari.O'Dwyer lamenta che, così facendo, le organizzazioni sottraggono i propri comportamenti al doveroso controllo dell'opinione pubblica, rappresentata dalla stampa libera, autonoma e indipendente.Sarebbe sicuramente così se i media non fossero ormai tanto compiacenti verso gli interessi costituiti al punto da rappresentare, in Usa come in Italia, motivo di serio imbarazzo per la vorticosa caduta di credibilità presso l'opinione pubblica.Così, le organizzazioni affidano ai loro relatori pubblici il compito prevalente di ostacolare e impedire costantemente il lavoro dei 'giornalisti investigativi' depistandoli, corrompendoli, esercitando pressioni improprie e indirette, non restituendo le loro telefonate, gettando polvere nei loro occhi, per - al contrario - privilegiare gli amici fedeli.E' un clamoroso errore... Ma non sbagliano solo dal punto di vista etico! Sbagliano dal punto di vista dell'efficacia, poiché è la qualità della relazione con il giornalista il principale valore che una funzione di ufficio stampa può sperare di riuscire a produrre per l'organizzazione.Ecco allora la differenza dei due modelli: in Italia il compiacimento dei media verso i Ceo di fatto facilita il lavoro dei portavoce, elettrizza i datori di lavoro ignari (o indifferenti?) che il crollo di credibilità dei media si riflette anche sulle proprie organizzazioni; mentre in Usa è stato proprio la consapevolezza di quel compiacimento ad avere risvegliato Ceo e i loro relatori pubblici al punto che, di fronte al crollo di credibilità dei media, preferiscono evitare di venirne travolti, sforzandosi al contrario di privilegiare la relazione diretta con gli stakeholder, utilizzando piuttosto i media soltanto per quello che sono (e non per la soluzione ogni problema): un canale, importante si, ma non più di altri.(tmf)

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