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Lettera aperta da una giornalista con il “vizio” dell’ufficio stampa

02/04/2009

Silvia Cerioli, addetto stampa con una significativa esperienaza nel mondo delle redazioni, interviene nel dibattito sul ruolo e sul rapporto giornalisti-comunicatori promosso su questo sito, con una lettera indirizzata a Toni Muzi Falconi. Uno stimolo a riflettere (e a commentare!) per tutti i professionisti.

Gentile Muzi Falconi,


comincio subito col dire che sono una giornalista con il “vizio” dell’ufficio stampa. Nel senso che pur avendo lavorato nel mondo delle redazioni – direi pure con una certa perizia – il mio mestiere attuale è quello dell’addetto stampa. Dico subito che non lo faccio come se fosse un ripiego, anzi, mi ci trovo assai bene. Ecco perché il suo articolo, pubblicato alcuni giorni fa nel sito Ferpi, sulla temuta “invasione” dei giornalisti disoccupati negli uffici stampa, ha suscitato il mio interesse.


E’ vero, c’è la possibilità che molti giornalisti cerchino di reinventarsi come comunicatori e bene fa lei a sottolineare questo dato. Tuttavia mi permetto di tranquillizzare la categoria in questione: tranquilli, nessuno vi ruberà il mestiere. Le ragioni? Innanzitutto, i giornalisti sono terribilmente snob e guardano all’ufficio stampa come ad un’attività di quart’ordine.
Anche se fungono da cinghia di trasmissione tra due mondi, quello dei decisori e quello dei media, il giornalista spesso crede che dall’altra parte della barricata (perché così la intende) non ci sia professionalità, voglia di sapere, capacità di analisi.


In secondo luogo, non sanno calarsi in una realtà aziendale, associativa o comunque in una struttura lavorativa che non sia la redazione. O redazione, mi verrebbe da dire, o morte. Infine, per la ragione più importante: di comunicazione, la maggior parte di loro, se non la quasi totalità, capisce davvero poco.


E quando si tratta di dialogare con altri attori di questo mondo, come i pubblicitari, i grafici, gli esperti di marketing e via discorrendo il loro approccio appare supponente e distante. Il che non aiuta lo scambio e, quindi, il lavoro di squadra. Avendo lavorato in agenzie di comunicazione, so quanto ciò sia essenziale e, cosa ancora più importante, bello da vivere. Ma il giornalista, ahimé, spesso si sente troppo solista per capirlo.


Ovviamente, esistono le eccezioni. E non lo dico per giustificare me stessa, ma per difendere una sparuta minoranza di professionisti che, per motivi diversi, un giorno decide di buttarsi nel rutilante mondo degli uffici stampa. Magari non sa da che parte cominciare, ma decide di mettersi in gioco e riesce a guadagnarsi i galloni sul campo. Per farlo, bisogna studiare ulteriormente, calarsi nel ruolo fino in fondo, cercando di comprendere cosa comporta davvero questo mestiere.


Io credo che uno dei problemi del nostro giornalismo lo riveli proprio l’approccio con l’ufficio stampa: la mancanza di una cultura di base sulla scrittura e sulle relazioni pubbliche, che fa credere ai nostri giornalisti di essere gli unici depositari dei segreti della notizia.


Personalmente, sono arrivata all’ufficio stampa dopo alcune delusioni professionali. Ho iniziato dicendomi: “Se non mi vuole il giornalismo, sono io a non volere lui!”. Reazione orgogliosa, d’accordo, ma mi è andata bene, ho scoperto un mondo. E, cosa incredibile, ho avuto soddisfazioni importanti, ho imparato che non ci si deve mai fermare alle apparenze, che impari sempre, che l’aggiornamento non me lo devo far mancare, che comunicare è un mestiere bellissimo.


Non ho dimenticato le mie competenze giornalistiche, le ho reindirizzate e raffinate. Ed è per questo che non credo che il giornalista, almeno quello standard, sia in grado di mettere in difficoltà un comunicatore serio e curioso. Dal comunicatore, al contrario, il giornalista ha molto da imparare.


Ma, ribadisco, a pensarla come me sono davvero pochi. E potete scommettere che la maggior parte dei giornalisti commenterebbe le mie parole con un battuta di Oscar Wilde: “Parla male della buona società chi non ne fa parte”. Verissimo: il mio mondo di riferimento, oggi, è molto più vasto e il giornalismo mi appare, sempre più spesso, come un club di integralisti, che frequento come fosse una di quelle riunioni di famiglia dove si ascoltano gli stessi aneddoti da anni, senza che nessuno cerchi di raccontare un’altra versione della storia.


Mi scuso per lo sfogo, ma mi sembrava doveroso, da parte di chi è a cavallo tra i due mondi, ribadire che i comunicatori non sono inferiori ai giornalisti. E che questi ultimi non vanno temuti. Anzi.


La saluto cordialmente
Silvia Cerioli

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